mercoledì 1 dicembre 2021

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Mercoledì, 1 dicembre 2021

Cari amici, nella giornata di mercoledì 1 dicembre 2021, torno al mio consueto appuntamento con il Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2021


In verità, quest'anno avrei voluto desistere dall'abitudine a ricordare le giornate che precedono il Santo Natale, nell'aspetto che caratterizza questa mia usanza, vale a dire la celebrazione della cultura e delle tradizioni d'Abruzzo.
Mi dicevo: in fondo ho scritto tutto, ho parlato di usi e costumi, di dialetto, di feste e ricorrenze, di gastronomia. Cos'altro potrei scrivere ancora?
Voglio tuttavia provarci ancora, parlare della mia regione è per me un piacere e sicuramente un onore. Gli argomenti si troveranno, strada facendo.





Passiamo dunque alla prima casellina: ho deciso di dedicarla ad un'apparecchiatura che, nelle case dei nostri nonni, faceva bella mostra di sé: la macchina da cucire, la màchene pe' cuscì.



Posizionata, generalmente, in un punto strategico e illuminato della casa, la macchina era sempre pronta per eseguire piccoli rammendi e orli.
Intorno ad essa e alla persona intenta a lavorare, si discuteva, si facevano pettegolezzi, si raccontavano storie, quasi come vicino al camino. 
Insomma, oltre all'indubbia utilità pratica, all'interno delle famiglie in cui si provvedeva autonomamente alle riparazioni sartoriali, l'attrezzo aveva quasi un ruolo di aggregazione.
Le apparecchiature più antiche erano dei veri gioiellini, meravigliosi a vedersi, facevano anche un grande effetto come pezzi di arredo originali e quasi unici.

La màchene pe' cuscì era sempre presente nella bottega artigianale del sarto, lu sartòre.

Oggi questi apparecchi vintage sono molto ricercati, a tal punto da essssere diventati oggetti iconici da esposizione.

Vi saluto, arrivederci alla prossima casellina di domani.
 
Concetta D'Orazio


La mia raccolta di racconti Riprendiamoci il Natale 






 

sabato 17 aprile 2021

La lingua italiana in agonia

 Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.


L'italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.

È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. 
Alla fine della lingua italiana.

Come se per dire "sto bene, arrivo" fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell'economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.

Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l'uso dell'ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l'aspetto propriamente sintattico della questione. 

Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi. 
Ora si scrive l'essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.

Se l'estensione a disposizione per l'espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all'osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a "penne giovani", vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. 
No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.

A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto? 
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali? 
Proprio voi che avete l'obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare?

Concetta D'Orazio



mercoledì 14 aprile 2021

La condivisione veloce delle informazioni

La lingua latina, dicevo tempo fa, è viva e fresca. 


La cultura classica non soltanto ha tratto giovamento dalle nuove possibilità offerte dalle moderne tecnologie, in termini di archiviazione e conservazione delle notizie, delle fonti e dei reperti storico-archeologici ma riscopre nuove splendore, per ciò che concerne l'uso, direi quasi redivivo, delle sue potenzialità.

Le risorse che un tempo, non molto trascorso, erano limitate a gruppi ristretti di studiosi del settore, quali la consultazione di archivi e biblioteche, ora sono alla portata di tutti e fruibili in larga misura gratuitamente. Possiamo disporre dei testi in latino e greco antico, della loro traduzione. Abbiamo la fortuna di poter condividere immagini, pensieri, opinioni sugli argomenti inerenti alla cultura classica.Esistono dizionari online, enciclopedie gratuite, pure in lingua antica. 
Possiamo addirittura usufruire di applicazioni che ci rendono più semplice scrivere lettere ed accenti.

E soprattutto ci sono le persone che si confrontano, in un dibattito pressoché immediato, pur nei limiti delle varie progressioni del fuso orario.Come sarebbe stato possibile, poco più di un decennio fa, dissertare di un qualsiasi argomento e farlo in lingua latina? Lo si poteva fare attraverso uno scambio epistolare privato o come trattazione di tipo specialistico su scritti di settore. 
I tempi erano lunghi, aumentati dalla distanza delle informazioni e dunque dalla difficoltà di condivisione.

Oggi è sufficiente un click e e spartire con altri il risultato delle proprie ricerche, o semplicemente dei contenuti trovati in Rete, è atto immediato.Tutto questo è possibile in ogni ambito scientifico. Lo è pure in campo umanistico.
Oggi ci si può loggare ad una qualche piattaforma di "scambio sociale" e trovare persone che salutano con ave atque vale, oppure ringraziano con un tibi gratias ago

L'antico che ritorna?Direi piuttosto l'antico che si muove e diventa tangibile.


Concetta D'Orazio

Quando le lingue classiche ci aiutano: αὐτός, ἐκεῖνος, οὗτος

La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi. 

Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.

Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l'immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L'unico strumento che abbiamo è la parola

Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.

La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell'esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l'impoverimento della lingua italiana, già per altro "assottigliata" nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.

Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.

Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi "moderni" stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.

Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quelloquasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.

Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:

Cosa mi dici di questo? 

All'apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio. 
La giusta espressione sarebbe stata dunque: 

Cosa mi dici di quello?

Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell'impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l'esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.

In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo quellohic ille in latino, ne aveva anche altri.

ἐκεῖνος, ἐκείνῃ, ἐκεῖνο = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
οὗτος, αὕτη, τοῦτο questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ὅδε, ἥδε, τόδε = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.
αὐτός, αὐτή, αὐτό = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.

A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: τοσοῦτος (tanto grande), τοιοῦτος (tale), τηλικοῦτος (di tale età) e così via.

Ho portato l'esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l'avanzare dei tempi, l'espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.


Concetta D'Orazio

Latino, italiano e la Social espressione

 




Le lingue si evolvono naturaliter. La lingua italiana è diretta conseguenza di quella latina ma non per essersene distaccata in maniera decisa ed improvvisa.
Il passaggio dal latino alle lingue romanze è stato graduale.  
La successione da un tipo di codice, parlato e scritto, ad un altro viene costantemente alimentata, senza che noi possiamo esserne immediatamente consapevoli.
Accadeva così che il latino non diventasse subito italiano ma attraversasse un periodo di trasformazione lento ma necessario. 

Il latino classico si ammorbidì lentamente nelle parlate di quelle persone che, per abitudini di vita e di lavoro, conducevano la loro esistenza lontano dai luoghi classici della diffusione del sapere.
Contadini e persone del popolo, vulgus, iniziarono, a poco a poco, a cambiare alcuni termini, ad "addensare" i dittonghi che caratterizzavano le desinenze dei casi della declinazione della lingua latina. 
Sì preferì così, per praticità e per velocità, porre attenzione a quanto si ascoltava e si comunicava verbalmente, dunque alla pronuncia, piuttosto che stare a preoccuparsi della lunghezza delle vocali o della desinenza delle  parole scritte.
A saper leggere e scrivere erano pochi. La moltitudine, invece, ascoltava e parlava.
Si creò un doppio canale di comunicazione: quello del latino ancora "nobile", utilizzato da persone colte e di chiesa e quello della nuova lingua che dal vulgus prese il nome di "volgare" appunto, in cui si esprimeva il resto del popolo, non colto e quasi sempre analfabeta.
Le due realtà di espressione, latino e volgare, continuarono a coesistere per molto tempo.

Di cambiamenti e passaggi, graduali e meno, ne abbiamo avuti tantissimi. La nostra lingua italiana si è trasformata fino ai nostri giorni.

Oggi però non sembra più tanto stabile, la lingua. La vediamo traballare, quasi alla stessa stregua del movimento ninnatorio che portò al lento passaggio dal latino al volgare. 
E se allora i luoghi idonei ad accogliere la novità della parlata più rozza, se confrontata con quella nobile dei letterati, furono le aeree rurali, oggi ci sorprendiamo a vedere come gli spazi dove più si assiste a scossoni rilevanti, ai danni della purezza della lingua italiana, sono quelli virtuali. 
Sì, è proprio qui, nei luoghi di aggregazione "moderni", nei Social e nella Rete in genere, che ci si permette di trasgredire, in nome di un non ben compreso novellino bisogno di velocità e stringatezza.
Quando le lettere si scrivevano su carta, con la penna, ci si imbarcava in operazioni epistolari che portavano via molto tempo. Nonostante ciò, si trovava anche il modo per riflettere su eventuali costrutti sbagliati e per rimediare, correggendo. 
Oggi si scrivono messaggi con il telefono o con il computer, si possono spedire e ricevere nell'immediatezza. 
Ogni cosa è veloce, velocissima. 
Non siamo però contenti, nonostante tutto, abbiamo bisogno di accelerare ulteriormente la nostra comunicazione.
Per questa necessità di tipo social abbiamo trovato una soluzione: comprimere le parole, sostituire le consonanti, eliminare le vocali, ridurle all'essenziale. 
Stiamo cambiando i connotati alla lingua italiana.

L'evoluzione della lingua è diventata, in realtà, involuzione.

Un ritorno al contratto, all'essenziale, quasi come lo era quel primitivo volgare.
Non disperiamo (ironico), male che vada, l'involuzione potrà riportarci a dover declinare le parole in latino.
Latino - volgare - lingua italiana. / Lingua italiana - social espressione - latino.
Non tutte le involuzioni vengono per nuocere.





Concetta D'Orazio

Il latino è vivo.

 




La prima volta che scrissi "latino" nella barra di ricerca di Facebook lo feci quasi per scherzo. Figuriamoci, una lingua morta sulla Faccialibro!Quello che scoprii, inutile dirlo, mi piacque molto. Trovai comunità virtuali di studiosi e appassionati che componevano post in latino, condividevano link a pagine di cultura classica, di filologia, di storiaE fu così che vidi, forse per la prima volta, il latino non più rigido e senza tempo, men che meno inanimato, vivacizzarsi di nuova vita, quasi come alla fine di un letargo temporaneo.Le declinazioni iniziarono a ravvivarsi davanti ai miei occhi: la prima, stringeva l'occhio alla terza; vedevo il cum narrativo inseguire il de, che a sua volta non si staccava mai dall'ablativo. Ed esso correva. Correva così velocemente da rimanere sempre in testa. In assoluto. Un ablativo assoluto insomma.
Erano tutti affannati ma contenti.
E poi zompettavano, sperimentando un girotondo di quelli di tipo classico: utor, fruor e fungor si tenevano per mano, intonando strane melodie. Attorno ad essi. si succedevano, in ordine e con grazia, tutti i tipi di proposizione: c'era la consecutiva e c'era la finale. Vedevo poi l'ut con il congiuntivo. Ognuno provava passi nuovi ma tutti avevano un solo timore e rispettavano un solo comandante: la consecutio temporum.La lingua la conoscevo ma non riuscivo ad immedesimarla in quel contesto. E chi l'avrebbe mai detto? Quelle parole, quei costrutti, lì, proprio lì. Sulla Faccialibro!Quello che fu per me ancor più sorprendente è stato trovare persone che si esprimevano in lingua latina come se così parlassero correntemente tutti i giorni, a casa propria. Salutai e mi presentai. Da quel momento entrai anch'io nel foro latino più virtuale che avessi mai potuto immaginare.In un secondo tempo ho scoperto che di gruppi di "latinisti" ne esistono diversi su Facebook. Ad essi sono iscritti persone che abitano in diverse parti del mondo. Incredibile. Loro si salutano, si nominano, si ringraziano. Sempre in latino.La scelta di scrivere in questa lingua li ricompensa con la possibilità che essa ha di esprimere le sfumature di significato, di uso e di  direzione delle parole.Avete presente quante sono le soluzioni, tanto per fare un esempio, per il sintagma verbale  "dico"? Utilizziamo aio, ma anche dico. Sceglieremo di scrivere loquorferoinquam, narro  e altro ancora, a seconda di quanto viene riferito negli altri segmenti della frase.Il latino originario si presta ad indicare le azioni, i pensieri e le emozioni di ognuno in maniera variegata. Certo, dobbiamo anche pensare che, tuttavia, questa lingua ha pure i suoi annetti. Se li porta bene, forse anche troppo, ma qualche volta ha necessità di essere impinguata di nuovi vocaboli, laddove gli originali non siano adatti a delimitare e determinare con precisione situazioni e prodotti del presente. Gli amici latinisti però non si perdono d'animo e cercano di aggirare l'ostacolo, ricorrendo a perifrasi appropriate o a vocaboli di nuovo conio. In situazioni estreme adattano anche le parole primitive a circostanze moderne.Capita che le belle foto che qualche amico ha pubblicato si trasformino in pulchrae (o pulcherrimae all'occasione) imagines. Solo per fare un esempio.Mi rintrona nella testa quella brutta figurazione che delle lingue classiche ci hanno dato, definendole "lingue morte". Mi chiedo: come si fa a definire esanime un idioma che è invece così pieno di spirito? Che accomuna? Che favorisce?In rete il latino sta recuperando tutta la sua vivacità.E che questo sia chiaro, da cum dividere, insomma!Concetta D'Orazio 

giovedì 31 dicembre 2020

L'anno che verrà è già arrivato.

 1 gennaio 2021

In quella notte, si sentirono tutti un po' fratelli.
Ognuno parlò dal guscio che lo teneva racchiuso in sé, fuori dal mondo. Eppure tutto il mondo entrò in quella notte, che dall'ultimo di dicembre portò al primo giorno di quell'anno, in cui tutti volevano rinascere.
L'anno che verrà era già arrivato e ognuno si affacciò fuori dalla propria porta, per sentire, insieme al fresco, se quella fosse veramente l'aria della nuova vita.
Quella notte trascorse così, tra sospiri di speranza, lacrime di emozione. Ognuno mise insieme i propri sogni: c'era chi voleva ripartire, chi voleva ricominciare. E c'era chi voleva continuare a fantasticare che quella potesse tornare ad essere una vita NORMALE.

venerdì 25 dicembre 2020

Il piatto abruzzese natalizio per eccellenza: lu cardòne

 



Oggi, 25 dicembre. Un Natale alternativo, un Natale da separati, un Natale diverso.
Noi abruzzesi abbiamo trascorso questa giornata nel rispetto delle regole del distanziamento in senso lato. La tradizione, però, non l'abbiamo sicuramente dimenticata. 

Per tutta la giornata ho visto foto di tavole imbandite per la festa, di vari tipi di pietanze e di portate. Epppure sul desco natalizio non è mancato quello che è il nostro piatto natalizio per eccellenza: lu cardòne.
A casa di un abruzzese non è Natale senza che a tavola si assapori il gusto deciso e saporito della zuppa di cardo.

Di questa delizia, naturalmente, avevo già parlato qui.
La preparazione di questo piatto è molto impegnativa. Suggerisco di avviarsi per tempo, iniziando dal giorno precedente a quello in cui avete intenzione di servire lu cardòne ai vostri invitati.
Scrivo di nuovo la ricetta. Durante queste feste potete prepararlo.

Ingredienti

Tre o quattro coste di cardo 

Brodo da realizzare con vari tipi di carne, pollo, vitello, tacchino, e con verdure (cipolla, carota, sedano, pomodorini)
Carne macinata e mollica per preparare piccole polpettine (200 grammi di carne per 4 persone)
Parmigiano
3 uova + 3 per la frittatina
Sale
Pepe
Noce moscata
Prezzemolo tritato per la frittata

Preparazione

Il giorno prima (per comodità)

Formate piccolissime polpettine rotonde 
del diametro di pochi centimetri con la carne macinata, sale, mollica di pane e un uovo. Conservatele in frigo.
Preparate il brodo, facendo bollire, come di consueto, carne e verdure. 
Filtrate il brodo e conservatelo in frigo, insieme alla carne lessata.
Preparate un frittata, sbattendo 3 uova, parmigiano, sale, pepe, noce moscata, prezzemolo. Aggiungete un cucchiaino di lievito per dolci e cuocete in forno. Tagliatela a dadini e conservatela in frigo.
Pulite il cardo, togliendo la parte dura e filamentosa, e tagliatelo a dadini piccoli. Lessateli e quindi scolateli. Conservate in frigo.

Il giorno dopo (generalmente la mattina di Natale)

Mescolate, sbattendo, 2 uova in un tegamino, con sale, pepe e noce moscata. Aggiungete i pezzetti di cardo precedentemente lessati. Versate il tutto nel brodo. 
Aggiungete le polpettine. 
Prendete alcuni pezzi di carne di pollo con cui avete realizzato il brodo e impegnatevi a"sfilacciarli", facendoli diventare piccoli pezzettini dalla forma allungata. Mettete anche questi nel brodo.
In ultimo i dadini di frittata.
Fate bollire il tutto per una quindicina di minuti. Servite con abbondante parmigiano nel piatto.





A proposito di Natale, è online la mia raccolta di racconti Natale punto e a capo, in versione e-Book e in versione cartacea.




Concetta D'Orazio

mercoledì 23 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Giovedì 24 dicembre 2020 - Tanti auguri!





Eccoci giunti all'ultimo appuntamento del nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

Voglio ringraziare chi è arrivato con me fin qui.

La casellina di giovedì 24 dicembre voglio riservarla ai saluti.

Speriamo di poterci lasciare all'indietro tutto il brutto di questo anno e di ritrovare finalmente la serenità.


Auguri di un Santo Natale a tutti!


Concetta D'Orazio







martedì 22 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Mercoledì 23 dicembre 2020 - La conche




Cari amici, siamo giunti quasi alla fine di questo appuntamento con il Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

Da ormai 23 giorni cerco di scrivere, sia pure in maniera molto sintetica, del nostro Abruzzo. In questa edizione, nel particolare, ho voluto inserire ricordi di oggetti o di biancheria in uso nella nostra regione, anche se presso le generazioni passate.

La casellina di  mercoledì 23 dicembre, è dedicata ad un oggetto ormai divenuto solo pezzo da esposizione: la conche. La conca era il contenitore che in passato si utilizzava per il trasporto dell'acqua, dalla fontana fino a casa, dove veniva pure conservata e da dove spesso si beveva, utilizzando mestoli che rimanevano appesi alla conca stessa. 

Le donne, un tempo, usavano mettere sullla testa, dunque sotto alla conca, un fazzoletto attorcigliato per rendere meno difficile il trasporto e proteggere il capo.

Come ho detto sopra, ormai l'oggetto è diventato accessorio d'arredo: atto in genere a contenere piante o fiori.


A domani, per l'ultimo appuntamento per questo anno.

Concetta D'Orazio




lunedì 21 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Martedì 22 dicembre 2020 - Lu zènale

 



Benritrovati nel Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020
Siamo giunti alla casellina di martedì 22 dicembre.

Visto che, questo calendario ci ha dato l'occasione per citare diversi capi di biancheria, vorrei approfittarne per dedicare questo spazio ad un accessorio che, nelle cucine delle generazioni passate, non mancava mai.
Appeso all'attaccapanni e sempre pronto all'uso, oppure riposto nel cassetto più alla mano della cucina appunto, lu zènale, il grembiule, rappresentava uno degli elementi sempre presenti nel guardaroba di tipo casalingo.





Lu zènale è una sopravveste smanicata, abbottonata sul davanti, di varia fantasia

Tutti abbiamo sicuramente davanti l'immagine di una nonna abruzzese che utilizza le tasche poste ai lati per le più svariate funzioni: i tasconi hanno il compito di trasportare qualunque cosa, fazzoletti, noci, caramelle e cioccolata. In essi si possono riporre le chiavi o il borsellino quando si esce per veloci commissioni intorno all'abitazione.

Lu zènale non sostituisce sempre la mantière: a volte, sul primo, si aggiunge la seconda, a garantire maggiore protezione quando si è impegnati in attività, prevalentemente di cucina, che potrebbero mettere in pericolo di macchie.

A domani,

Concetta D'Orazio









domenica 20 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Lunedì 21 dicembre 2020 - Lu fazzòle

 



Cari amici, benritrovati, eccoci di nuovo a seguire il nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.
La casellina della giornata di Lunedì 21 dicembre è dedicata ad un accessorio molto utilizzato nel passato, lu fazzòle, il fazzoletto per la testa.

Un quadrato di stoffa colorata adornava il capo delle signore e signorine di qualche generazione trascorsa. Ricami, accessori e sfumature erano sempre abbinati all'abbigliamento. 
Colori particolari erano destinati ad usi specifici: fazzoletto bianco per le cerimonie, fazzoletto di leggera stoffa trasparente o di velo da tenere in testa durante la messa, fazzoletto nero per occasioni tristi.

Ancora oggi capita di vedere donne anziane che indossano lu fazzòle sulla testa, annodato sotto al mento.

Personalmente trovo che, se portato con stile, il fazzoletto potrebbe dare anche un tocco di eleganza. A me piacerebbe se tornasse di moda!

A domani,

Concetta D'Orazio







Natale punto e a capo

Cari amici, sono felice di presentarvi la mia pubblicazione, dal titolo Natale punto e a capo.

Questa breve raccolta di racconti nasce da un’intuizione inconsueta che ho avuto nelle giornate trascorse in casa, a causa del confinamento generale dovuto alla pandemia.

Questo periodo è stato duro per tutti, crudele. Negli animi si sono alternati sentimenti che ci hanno messo alla prova per lungo tempo: angoscia, incertezza, paura.

Il 2020 lo ricorderemo come l’anno delle insicurezze, della speranza alternata alla disperazione.

Sin dai mesi iniziali abbiamo vissuto in balìa del caos, insicuri di poter arrivare alla fine di quell’incubo che non voglio nominare.

Quella parola non la troverete nella mia raccolta. Non pronunciare quel flagello mi è parso un modo per tenerlo lontano, forse, o almeno per scacciarne il ricordo durante la lettura.

Trascorreremo un Natale diverso, come mai avremo pensato. Sarà necessario rivedere le nostre abitudini, modificarle, calibrando di nuovo le speranze.

Saranno giorni in cui ci concentreremo in maniera intima sul nostro essere interiore.

Spero che la lettura delle mie storie possa offrire qualche momento di evasione. (Prefazione)




sabato 19 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Domenica 20 dicembre 2020 - La mantìère


Carissimi, pochi giorni ci separano dal Natale.

Con la speranza nell'anima, apriamo la casellina relativa a Domenica 20 dicembre, nel nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

Mi pare inutile ribadirlo, ma lo faccio. In ogni casa d'Abruzzo, un posto di rilevanza è dedicato alla cucina. Il cibo, i piatti tipici sono le caratteristiche della nostra cultura a cui non si può rinunciare. 

Seppur ogni paese si caratterizza per avere tradizioni culinarie proprie, ci sono tuttavia  alcune pietanze che sono in tipiche in tutto l'Abruzzo. Fra queste si annoverano i primi piatti come le maccarùne a la chitàrre, gli spaghetti alla chitarra, secondi come gli arrosticini e le pallotte càsce e ove, polpette con uova e formaggio, e infine dolci a non finire: pizzelle, bocconotti, parrozzi.

Tutta questa premessa mi è servita per presentare il capo di biancheria che è protagonista della casellina di oggi: la mantière, vale a dire il grembiule, che avevo già citato qui.

Nella mia vita ne ho viste di tutte le fogge, di tutti i colori e con tantissime decorazioni indossate da chi si dedicava alla cucina.

La mantière in alcune zone è detta anche parannànze (ripara sul davanti?) o mandusìne o zenàle.

La mantière biànche (anche di altri colori) è parte integrante del costume popolare abruzzese (qui).


A domani,

Concetta D'Orazio




venerdì 18 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Sabato 19 dicembre 2020 - Lu portacùcite

 


Cari amici, benritrovati.

La casellina del nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020, riferita al giorno di sabato 19 dicembre, si presta anche oggi ad elencare elementi della vita quotidiana abruzzese, com'è ormai mia consuetudine, da quasi venti giorni.

Oggi propongo un oggetto che sicuramente abbiamo visto nelle nostre case e che in mollte abitazioni ancora si trova: il portacucito.

In dialetto non credo che esista un termine corrispondente. Si è soliti chiamare questo contenitore in vari modi: lu ceštìne de lu cuscìte, la scàtele dell'aghe e de lu file

Insomma, ognuno lo indichi come meglio ritiene, l'importante è sapere che questa scatola di legno contiene ciò che è necessario alla riparazione di un improvviso buco in un calzino o in un capo di biancheria, di uno strappo, alla creazione di orli e cuciture necessarie. In esso si possono trovare accessori e strumenti quali forbici e forbicine, aghi e spille da balia, bottoni, rocchetti di filo e vari.



A domani,

Concetta D'Orazio





giovedì 17 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Venerdì 18 dicembre 2020 - Lu merlètte pe' la vetrinètte

 


Bentornati nel blog questepagine, per aprire la casellina relativa a venerdì 18 dicembre, del nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

Le temperature sono più fredde. Il tempo si va preparando all'arrivo della stagione invernale vera e propria. L'atmosfera si fa più intima; dalle cucine delle case abruzzesi provengono gustosissimi odori di piatti realizzati secondo antiche tradizioni. Personalmente, questa è la stagione che preferisco fra tutte.  

Il tempo fra le mura è diviso tra la preparazione di piatti tipici e la decorazione della casa, attività in cui si mescola sempre il ricordo dell'antico e la gioia del periodo dell'Avvento.

A proposito di ricordo dell'antico, le nostre case sono sempre adorne di  prodotti di manifattura artigianale. Ne avevamo già parlato, nei giorni addietro. Una caratteristica presente in molte abitazioni abruzzesi è quella di adornare mobili e vetrinette con orli di cotone fatti all'uncinetto, come quelli che vedete in foto, le merlìtte pe' la vetrinètte, i merletti per la vetrinetta. Se ne realizzavano a misura del mobile a cui erano destinate.

A me piacciono molto. A voi?

A domani,

Concetta D'Orazio







mercoledì 16 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Giovedì 17 dicembre 2020 - Lu veštite abruzzèse



Cari amici, il nostro appuntamento quotidiano non può mancare. Ci accingiamo ad aprire la casellina di giovedì 17 dicembre, nel Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

Questa dovrebbe essere la più entusiasmante tra tutte  le settimane dell'anno, fatta di programmi, preparativi, progetti. Dovrebbe, purtroppo sappiamo bene che non è così. Continuiamo a nutrire la speranza, essa non deve abbandonarci mai.




Ho pensato di dedicare la casellina di oggi ad un capo di abbigliamento del nostro folclore: lu veštite abruzzèse, il costume abruzzese, nel particolare quello femminile.
Sicuramente ne conserivamo qualcuno nei nostri guardaroba: un antico ricordo di sfilate paesane o una preziosa testimonianza di recite scolastiche.




Ogni zona d'Abruzzo conserva la tradizione di un proprio abito folcloristico che la contraddistingue, con propri colori, accessori, ricami.
L'abito, nella sua forma essenziale, è comunque composto da una gonna abbondante, generalmente di color rosso. La camicia bianca è trattenuta da una larga cintura nera, ricamata oppure ornata. Sulla testa un fazzoletto dalla fantasia più svariata, un grembiule generalmente bianco, stretto in vita. Ad impreziosire vestito e accessori, orli e ricami non mancano mai.

Vi lascio, ricordandovi l'appuntamento per domani.

Concetta D'Orazio





martedì 15 dicembre 2020

Calendario dell'Avvento d'Abruzzo - Mercoledì 16 dicembre 2020 - La chitarre, lu fèrre de le pezzèlle e lu fattappošte pe le arrošticine

 





Cari amici, siamo giunti alla casellina di mercoledì 16 dicembre, nel nostro Calendario dell'Avvento d'Abruzzo, edizione 2020.

A cosa dedichiamo oggi il nostro appuntamento?
Ormai dell'Abruzzo credo di aver scritto tutto il possibile nel mio blog. Ho parlato di dialetto, di usanze, di oggetti, di abitudini, di capi di biancheria, di modi di dire e di parole ormai in disuso. 
Più cerco e più trovo sempre qualche elemento, manufatto, prodotto che caratterizza la cultura abruzzese.

Ogni luogo, ogni paese ha le sue peculiarità, certo. Tuttavia esistono prodotti e arnesi che sicuramente ritroveremo in ogni casa d'Abruzzo, a prescindere dall'area geografica particolare.
Tra questi, un posto per eccellenza è quello occupato da tre oggetti conosciutissimi nella nostra regione.

Il primo di essi è il ferro delle pizzelle, lu fèrre de le néule, vale a dire l'attrezzo che si utilizza per la creazione dei dolci abruzzesi per eccellenza: le néule anche dette pizzelle. Nella forma più semplice ed originale, esso viene appoggiato sulla fiamma del fornello. Al suo interno viene posto l'impasto per i dolci.

Il secondo oggetto è lu fattappošte pe le arrošticine: una brocca di terracotta o di ceramica, all'interno della quale vengono serviti gli arrosticini. Essa impedisce alla carne di perdere il calore accumulato in cottura. Ho chiamato fattappošte questo contenitore perché, in realtà, credo che in dialetto non esista un nome specifico, visto che, tra l'altro, esso è di invenzione recente.

Il terzo oggetto che vi propongo è la cosidetta chitarra o lu carratùre o lu maccarunàre: essa serve per la realizzazione di spaghetti ruvidi, meglio conosciuti come maccarùne a la chitarre.

All'interno del blog questepagine troverete notizie, ricette e informazioni sul ferro per le pizzelle, sugli spaghetti alla chitarra e sulla brocca per gli arrosticini.

A domani, con una nuova casellina.

Concetta D'Orazio