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venerdì 5 gennaio 2024

Il latino sui Social


Articolo da me già pubblicato nell'aprile del 2021



Ormai tanti anni fa, la prima volta in cui digitai la parola "latino" nella barra di ricerca di un Social, lo  feci quasi per scherzo. Figuriamoci!

Quello che scoprii, inutile dirlo, mi piacque molto. Trovai comunità virtuali di studiosi e appassionati che componevano post in latino, condividevano link a pagine di cultura classica, di filologia, di storia. E fu così che vidi il latino non più rigido e senza tempo, men che meno inanimato, vivacizzarsi di nuova vita, quasi come alla fine di un letargo temporaneo.Le declinazioni iniziarono a ravvivarsi davanti ai miei occhi: la prima, stringeva l'occhio alla terza; vedevo il cum narrativo inseguire il de, che a sua volta non si staccava mai dall'ablativo. Ed esso correva. Correva così velocemente da rimanere sempre in testa. In assoluto. Un ablativo assoluto insomma.
Erano tutti affannati ma contenti.
E poi zompettavano, sperimentando un girotondo di quelli di tipo classico: utor, fruor e fungor si tenevano per mano, intonando strane melodie. Attorno ad essi. si succedevano, in ordine e con grazia, tutti i tipi di proposizione: c'era la consecutiva e c'era la finale. Vedevo poi l'ut con il congiuntivo. Ognuno provava passi nuovi ma tutti avevano un solo timore e rispettavano un solo comandante: la consecutio temporum.La lingua la conoscevo ma non riuscivo ad immedesimarla in quel contesto: un ambiente moderno, lontano, Social insomma.E chi l'avrebbe mai detto? Quelle parole, quei costrutti, lì, proprio lì. Quello che fu per me ancor più sorprendente è stato trovare persone che si esprimevano in lingua latina come se così parlassero correntemente tutti i giorni, a casa propria. Salutai e mi presentai. Da quel momento entrai anch'io nel foro latino più virtuale che avessi mai potuto immaginare.In un secondo tempo ho scoperto che tanti gruppi di  latinisti si trovano su Facebook. Ad essi sono iscritti persone che abitano in diverse parti del mondo. Incredibile. Loro si salutano, si nominano, si ringraziano. Sempre in latino.La scelta di scrivere in questa lingua li ricompensa con la possibilità che essa ha di esprimere le sfumature di significato, di uso e di  direzione delle parole.Avete presente quante sono le soluzioni, tanto per fare un esempio, per il sintagma verbale "dico"? Utilizziamo aio, ma anche dico. Sceglieremo di scrivere loquor, fero, inquam, narro  e altro ancora, a seconda di quanto viene riferito negli altri segmenti della frase.Il latino originario si presta ad indicare le azioni, i pensieri e le emozioni di ognuno in maniera variegata. Certo, dobbiamo anche pensare che, tuttavia, questa lingua ha pure i suoi annetti. Se li porta bene, forse anche troppo, ma qualche volta ha necessità di essere impinguata di nuovi vocaboli, laddove gli originali non siano adatti a delimitare e determinare con precisione situazioni e prodotti del presente. Gli amici latinisti però non si perdono d'animo e cercano di aggirare l'ostacolo, ricorrendo a perifrasi appropriate o a vocaboli di nuovo conio. In situazioni estreme adattano anche le parole primitive a circostanze moderne.Capita che le belle foto che qualche amico ha pubblicato si trasformino in pulchrae (o pulcherrimae all'occasione) imagines. Solo per fare un esempio.Mi rintrona nella testa quella brutta figurazione che delle lingue classiche ci hanno dato, definendole "lingue morte". Mi chiedo: come si fa a definire esanime un idioma che è invece così pieno di spirito? Che accomuna? Che favorisce?In rete il latino sta recuperando tutta la sua vivacità.E che questo sia chiaro, da cum dividere, insomma!
Concetta D'Orazio

giovedì 3 maggio 2018

#latino - 1. L'indoeuropeo e le prime attestazioni scritte

L'hashtag di oggi per una lingua (non) di ieri.


Ci muoviamo per la Rete facendo ricerche continue, ogni giorno, per qualsiasi argomento.
Per rendere fruttuose queste nostre incessanti indagini, appiccichiamo, anteponendolo, ad ogni parola quel simboletto che ormai è entrato nelle nostre vite ed è presente nelle nostre case con la stessa frequenza di una tazzina ancora macchiata di caffè, di un detergente rigenerante, in bilico su bordo di una vasca da bagno, o di una candela alla citronella sui balconi in piena estate, l'hashtag.

Niente da fare, il simboletto # che mi piace chiamare in italiano etichetta è diventato ormai uno dei contrassegni della nostra epoca. Etichettiamo (hashtagghiamo?) di tutto.
Non sappiamo muoverci senza seguire il percorso che l'etichetta ci indica. 
Il cancelletto indicizza tutto. Tutto ciò che fa notizia, fa tendenza, fa scalpore, fa ridere viene incatenato e posto all'interno di questo recinto virtuale, delimitato dall'etichetta.

Se il contrassegno # è cosa del presente, esso può essere anche anteposto a fatti del passato: eventi storici, cultura, antichità, lingue classiche.

Ho pensato bene, dunque, di creare, in questo blog, una sorta di marchio, #latino, per raggruppare e contenere delle brevi lezioni di ripasso della lingua latina. Un lavoro che non si prefigge di essere impegnativo né impegnato, condotto solo attraverso semplici discussioni che permetteranno di rinfrescare la memoria su questa lingua classica.


#latino - 1


Prima di affrontare discorsi più o meno tecnici inerenti alla lingua latina, vorrei presentare una breve premessa.

Il latino appartiene ad un grande ceppo linguistico, vale a dire l'indoeuropeo. 

Che significato ha questa affermazione? 
Tra il IV e il III millennio a.C., nella zona compresa fra l'Europa e l'India, le varie popolazioni si esprimevano con linguaggi o dialetti la cui somiglianza ha fatto ipotizzare una comune origine, in seno alla famiglia linguistica indoeuropea appunto.

Una lingua, si sa, è il risultato di complessi meccanismi e di numerose dinamiche che coinvolgono il popolo che la utilizza: luogo di residenza, eventuali spostamenti, usi, abitudini, comportamenti, incontro con popolazioni vicine.
Anche il latino, dunque, fu il prodotto di dinamiche di questo tipo, che portò l'originaria matrice indeuropea a differenziarsi nelle varie parlate, tra il latino, il greco, le lingue slave e altre.

Da quando possiamo iniziare a conoscere la manifestazione linguistica particolare del latino?
Le prime testimonianze della parlata latina non sono forme letterarie ma sono attestazioni epigrafiche e archeologiche che risalgono al VII-VI secolo a.C. (Fibula prenestina, Cippo del Foro Romano et cetera).

Non mi voglio dilungare in complicate trattazioni in questo senso, dal momento che lo scopo dei semplici articoli che pubblicherò con l'etichetta #latino è soltanto quello di un ripasso della grammatica. 
L'appuntamento è per la prossima discussione sulla lingua latina.

giovedì, 3 maggio 2018


Concetta D'Orazio





mercoledì 25 maggio 2016

Abruzzese, διάλεκτος, lingua




Il greco, il latino e l'abruzzese.

L'abruzzese è davvero un dialetto? 
Possiamo accostarlo ad un idioma completo ed indipendente?

Per prima cosa diamo corretta interpretazione dei termini. Le lingue classiche, come sempre, vengono in nostro aiuto grazie alla comune origine indoeuropea.

In greco antico, il termine διάλεκτος indica un modo di parlare definito dall'utilizzo in una determinata zona. Una lingua precisa usata in un preciso ambiente, circoscritto.
Il dialetto è un modo di esprimersi "usuale", comprensibile da tutti coloro che abitano in quel territorio.
Esiste un dialectus anche in lingua latina, con lo stesso significato.

Altra cosa è la κοινὴ, espressione al femminile dell'aggettivo κοινός, il cui significato è quello di "comune". 
La koiné è la modalità di comunicazione, vale a dire la lingua, utilizzata da un vasto numero di persone, insomma l'idioma considerato universale. Generalmente tale idioma si è formato da un dialetto "principale", cioè più diffuso e/o più conosciuto che, per così dire, prende il sopravvento rispetto agli altri.

L'aggettivo κοινὴ lo accostiamo a γλῶσσα, la lingua intesa anche come strumento per comunicare. Dunque molto più vicina, nel senso, alla lingua,ae  del nostro latino che, tra le diverse valenze di significato ha proprio quella che si riferisce alla parte anatomica.

Γλῶσσα κοινὴ, quindi, è lo strumento di comunicazione utilizzato da un nutrito gruppo di persone, generalmente una popolazione stanziata su un determinato territorio. Esse, per comprendere e farsi comprendere, adoperano un registro comune che risponde a dettami e norme precise, in fatto di grammatica, lessico, pronuncia, utilizzo dei termini. 
Ciò che caratterizza una lingua, dunque, è proprio il fatto che coloro che la utilizzano accettano di rispettare determinate regole.

Possiamo dunque argomentare una sostanziale differenza fra γλῶσσα κοινὴ, quella che in latino diventa communis lingua, e che in italiano ci limitiamo a definire lingua, e il dialetto. 
Quest'ultimo appare limitato ad una zona circoscritta, in termini di spazio geografico, utilizzato da un nucleo di persone ivi stanziate. 
È importante sottolineare che il dialetto non si distacca dalla lingua ufficiale, ma ne è una "propaggine" e come tale differisce solo in alcuni minimi aspetti, quali la pronuncia, la cadenza che produce la cosiddetta inflessione o accento, al limite l'utilizzo di qualche parola caratteristica.

Ma procediamo ancora nell'argomentazione di prima.
Analizzando la parola διάλεκτος con maggiore precisione, vediamo che essa deriva dall'unione di διά e di λέγομαι. 

La preposizione διά ha già in sé insito un significato di movimento, dunque contiene un'immagine di un luogo non predefinito ma in costante divenire. Il movimento "attraverso per" ci fa ragionare sulla natura di quanto intendiamo con il nostro dialetto, in lingua italiana.

Dunque διά λέγομαι equivale a "dico attraverso": il verbo indica la parlata in cambiamento, o meglio il cambiamento della parlata, attraverso lo spostamento fisico da un luogo ad un altro.
Possiamo affermare che il dialetto è una variazione territoriale della lingua comune ed ufficiale, che non differisce da essa in maniera considerevole, con variazioni grammaticali, ad esempio con differente utilizzo delle parole, con l'utilizzo o meno di determinati modi o tempi verbali.

Arriviamo ora a ciò che ha mosso all'origine questo mio studio. 
Quanto l'abruzzese può definirsi lingua e quanto invece dialetto?

Sulla differenza, in italiano, fra lingua e dialetto molto è stato detto e scritto. E ancora gli studi sono vivaci.

Ripeto che una lingua per essere riconosciuta come tale, da tante persone, deve avere insito in sé un meccanismo di comunicazione che si basa su norme determinate che la fanno diversificare da altri idiomi.
Tali norme riguardano la sfera sintattico-grammaticale, quella semantica, quella della pronuncia e quella della esperienza nel tempo, che porta all'evolversi di diversi termini o modi di dire.

L'abruzzese ha una grammatica che lo rende differente dall'italiano, risponde a regole fonetiche specifiche e vanta una lunga storia che ha visto questa parlata mutare nel tempo.

Persino la costruzione delle varie proposizioni spesso differisce dall'italiano.
Faccio qui solo qualche esempio.
La proposizione interrogativa, in abruzzese è spesso introdotta dal "che".

Che me le se preparate chela  carte? - Me l'hai preparata quella carta?

Il condizionale è pressoché inesistente.
La proposizione ipotetica, nelle sue valenze della possibilità e dell'irrealtà, infatti, trova accostati nella protasi e nell'apodosi due congiuntivi, in vece di un congiuntivo ed un condizionale.

Le facesse, se putesse. - Lo farei, se potessi.

Non esiste il futuro. 

Nell'abruzzese ci sono alcuni suoni che non troviamo in lingua italiana: tra questi, quello più comune, è la pronuncia sct del binomio consonantico st.

La strade = (pronuncia) la sctrade.

Altra differenza con la lingua italiana è la presenza della cosiddetta vocale finale (o anche intermedia) indistinta. La vocale c'è ma non si sente. (Ricordo che, per mia comodità l'ho indicata con un colore diverso da quello del resto della parola, evitando di ricorrere al simbolo ufficiale).

La case = (pronuncia) la cas.

Non mi dilungo troppo con gli esempi. Concludo dicendo che l'abruzzese non può essere considerato come dialetto, vale a dire come una variante territoriale della lingua principale, cioè dell'italiano. 
Possiamo dunque classificarlo come lingua.
Naturalmente si continuerà a definirlo dialetto, sia per comodità, e sia perché, per assurgere al ruolo (titolo?) di lingua, è necessario anche il riconoscimento ufficiale da parte di comunità scientifiche.

Azzarderei affermare che proprio all'interno della lingua abruzzese si sono diversificate varie parlate, differenti soprattutto nel suono, ma non solo. 

Queste numerose parlate che esauriscono la loro valenza nell'ambito di realtà territoriali circoscritte potrebbero quasi essere assimilate a dialetti: dialetti derivanti dalla lingua abruzzese.

Concetta D'Orazio

sabato 31 ottobre 2015

Quando le lingue classiche ci aiutano: αὐτός, ἐκεῖνος, οὗτος


La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi. 
Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.

Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l'immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L'unico strumento che abbiamo è la parola. 

Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.

La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell'esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l'impoverimento della lingua italiana, già per altro "assottigliata" nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.

Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.

Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi "moderni" stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.

Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo. 
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.

Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:

Cosa mi dici di questo? 

All'apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio. 
La giusta espressione sarebbe stata dunque: 

Cosa mi dici di quello?

Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell'impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l'esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.

In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo e quello, hic e ille in latino, ne aveva anche altri.

ἐκεῖνος, ἐκείνῃ, ἐκεῖνο = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
οὗτος, αὕτη, τοῦτο = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ὅδε, ἥδε, τόδε = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.
αὐτός, αὐτή, αὐτό = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.

A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: τοσοῦτος (tanto grande), τοιοῦτος (tale), τηλικοῦτος (di tale età) e così via.

Ho portato l'esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l'avanzare dei tempi, l'espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.


Concetta D'Orazio


mercoledì 11 marzo 2015

Il latino: per favore non declinatelo, in italiano.



Niente va buttato. Neppure il latino.
Che, detto da me, pare proprio una battuta. 
E infatti è una freddura.

Lo avevo scritto qualche tempo fa: la lingua latina, è incredibile, vive oggi più di ieri. (Trovate l'articolo qui). 
Quanti vocaboli appartenenti ad epoca classica, sono passati ad essere di uso comune. A volte li utilizziamo senza quasi renderci conto della loro esatta provenienza e del loro giusto significato. Tante parole sono ormai diventate così familiari che siamo convinti di poterle ricondurre all'uso tutto moderno, senza tener conto che, in realtà, sono antiche, antichissime. 

Accade  di parlare per sentito dire, senza essere consapevoli del valore di alcuni termini.
Il che non è abitudine da condannare, per carità. In fondo neppure delle parole moderne conosciamo bene l'etimologia, o almeno non sempre, ma le adoperiamo con sicurezza perché così ci hanno insegnato. Così abbiamo sentito, letto e accettato.

Se sul significato delle parole della lingua corrente, tutto sommato, possiamo disporre oggi di una certa tranquillità, non altrettanto possiamo dire dell'accezione di voci che provengono direttamente dall'antenato del nostro idioma, il latino appunto.

A volte troviamo vocaboli utilizzati in maniera inadeguata, relativamente al loro originario significato. Altre volte è impropria la declinazione che si fa oggi di morfemi che ormai dovrebbero essere utilizzati in maniera cristallizzata, dal momento che la loro declinazione non è più necessaria nella nostra lingua.

Relativamente all'indeclinabilità di termini utilizzati ai giorni nostri, occorre ribadire che la lingua latina non prevedeva l'utilizzo degli articoli, fondamentali in italiano, per distinguere il genere e il numero delle parole. Anche per questo motivo, ma non solo, si aveva la necessità di comprendere il senso di una parola, a partire dalla desinenza. Da qui derivava dunque l'esigenza di declinare, necessità che oggi scompare.

Per comprendere bene la questione, facciamo qualche esempio.

Ho commesso un lapsus.

Eri davvero emozionato, quanti lapsus hai commesso, oggi!

Nel primo caso, se avessi voluto declinare la parola lapsus, avrei dovuto metterla all'accusativo singolare, lapsum, visto che è in funzione di complemento oggetto ma ho lasciato la parola irrigidita per due motivi.
1. La lingua italiana non prevede l'utilizzo di una diversa forma di desinenza delle parole, a parte nella differenza fra singolare e plurale. 
2. I vocaboli in latino devono essere usati in maniera statica, cioè senza subire declinazione, essendo termini appartenenti ad una lingua diversa dalla nostra.
E pur se il latino è nostro nonno, per così dire, l'accostamento della desinenza dei casi e dell'articolo mi pare davvero eccessivo e ridondante. 
Ricordate bene: eccessivo e ridondante. 
Scriviamo in italiano, abbiamo i nostri articoli (ma anche le nostre preposizioni e tanta altra roba), per quale motivo dobbiamo ostinarci a mettere pure la desinenza giusta?
In lingua italiana una parola straniera (o "vecchia) rimane statica.

Consideriamo anche altro.
Spesso in italiano utilizziamo parole in latino che, in realtà, in origine erano voci verbali.
Questo vale, ad esempio, per deficit (terza persona singolare, indicativo presente dal verbo deficio), la cui traduzione letterale sarebbe: si stacca, si separa, viene meno. Comprendiamo bene come l'uso in italiano di deficit è assolutamente sostantivato.

Per questi motivi, ripeto, è da evitare la declinazione.

Hai ricevuto le notifiche del forum? 

In questo caso, potendo contare in italiano sulla preposizione articolata, ho utilizzato la forma statica della parola, forum appunto, di sicuro non l'originario genitivo singolare fori. 

Non ardirei mai a declinare in italiano horror, iunior, curriculum e così via.

È importante tenere presente che taluni termini in latino, declinati, potrebbero anche assumere un senso improprio. È questo il caso di curriculum, appunto.
L'originario significato di curriculum è quello di corsa. In senso figurato il curriculum diventa il corso, della vita e/o degli studi (vitae/studiorum).
Cosa accadrebbe se adoperando questo vocabolo oggi decidessimo di renderlo al plurale, curricula?
Anche in questo caso è necessario un esempio.

Io e Paola mostriamo all'ingegnere i nostri curriculum vitae.

In questa frase il plurale di curriculum è dato dall'articolo "i". Stiamo parlando in lingua italiana e dunque dobbiamo "ragionare" in lingua italiana, pur utilizzando un latinismo, ormai entrato nell'uso comune. Ricorriamo dunque all'articolo, evitiamo la declinazione.
E adesso vediamo la forma declinata.

Io e Paola mostriamo all'ingegnere i nostri curricula vitae.

Abbozzo una traduzione.

Io e Paola mostriamo all'ingegnere le nostre corse della vita.

Capite bene che quest'ultima proposizione appare di per sé stessa quanto meno divertente. Non possiamo rendere la frase in altro modo, prima di tutto perché quella è la traduzione letterale di curricula, neutro plurale di curriculum. In secondo luogo perché, mentre per il singolare curriculum conosciamo un uso figurato corrispondente a corso, cioè a "movimento" (quindi carriera della vita o degli studi), non possiamo dire che la parola, resa al plurale, abbia la stessa garanzia di significato. Immaginate un po' le carriere della vita.
Il divertimento dunque continuerebbe laddove ci trovassimo a consegnare all'ingegnere di sopra i movimenti della vita o le corse degli studi.

A ciò aggiungo che, dal momento che parliamo in italiano e ci riferiamo ad un uditorio che comprende la lingua italiana, ma potrebbe non comprendere quella latina, non vedo quale sia il motivo di mettersi a declinare le parole. A questo punto, se si decide di rivolgersi esclusivamente a chi apprezza la "finezza" della desinenza declinata, sembrerebbe più coerente scrivere tutta la frase (o periodo o brano o articolo) in latino.

Per finire, appare ancora più delizioso il fatto che quelle stesse persone che decidono di declinare un latinismo, poi ne lasciano intatti altri, "italianizzandoli". 
Perché?
Il latino è uguale per tutti!
E in caso di dubbio, un bel piatto spaghettorum è sempre una soluzione.

Concetta D'Orazio








sabato 6 settembre 2014

Di stesura, di autori e di scrittori.


Quante persone, che di fatto compongono testi, hanno necessità di identificarsi in una categoria. Ma quale? Quella di chi crea un'opera (classe degli autori) o quella di chi compie l'atto pratico dello scrivere (compagine degli scrittori)? 

Saper definire la questione, a mio parere, non è semplice ma neppure impossibile.
In casi di incertezza nell'attribuire un significato ad una parola, la prima cosa da fare è quella di sezionarla, di ricostruirne la storia, valutarne la derivazione. Per la lingua italiana il passo indietro da compiere è molto lungo.

L'ho ripetuto parecchie volte nel gruppo degli Scrittori Pionieri: di ogni prodotto realizzato con la propria ispirazione (libri, dipinti ma anche altro tipo di creazioni, un maglione fatto a mano, una torta decorata, etcetera) si è autori.
Cercherò di spiegare questa mia tesi, ricorrendo all'aiuto prezioso del latino, il passo indietro lungo, appunto. Come si potrebbe non tenerne conto? 

Tra le varie possibilità di traduzione del verbo latino augěo, auges, auxi, auctum, augēre (da cui autore), troviamo innanzitutto: aumentare, arricchire. 
Il verbo augēre ha però in sé l'originario significato di dare vita, far nascere. 
L'auctor, dunque, è colui che si pone all'inizio dell'azione, cioè la persona che plasma, con le mani o solo con le idee, il prodotto. 
Considerarsi autori di ciò che si scrive non è sbagliato, allo stesso modo in cui si potrebbe essere autori di un componimento scritto di terza primaria o di un ricamo a punto e croce sulla stoffa. 
Si è autori di tutto quello a cui si dà nuova vita.

Diverso è il ragionamento inerente al termine scrittore. Anche in questo caso, a corredo del mio intervento nella questione, chiedo soccorso alla lingua latina.

Scriptor, stando alla natura originaria del significato del verbo dal quale proviene (scrībo, scrībis, scripsi, scriptum, scrībĕre), è colui che scrive, compie l’azione pratica di fare segni, disegnare utilizzando uno strumento. Li incide insomma, in senso lato.

Facile allora. Potremmo definirci tutti tranquillamente pure scrittori, oltre che autori, direste.
Invece no, qui si devono fare le pulci alle parole ed analizzare il verbo di origine, scrībo appunto, così come prima abbiamo testato il significato di augěo.

Con il verbo scrībĕre si indicava proprio l’atto pratico di segnare, di tracciare linee. Scrībĕre è dunque, a mio avviso, atto posteriore ad augēre. 

Potreste obiettarmi: se è vero che siamo autori, siamo anche scrittori. 
In effetti noi tracciamo linee (su foglio o su tastiera poco importa). Qui, tuttavia, a mio parere, si rende necessaria una ulteriore distinzione: siamo davvero scrittori solo per il fatto di saper comporre linee? Se fosse così, tutti dovrebbero esserlo, pure i bambini di seconda o terza primaria che scrivono frasi semplici. Tutti!  Eppure non ci sogneremmo mai di definire scrittore colui che ci passa un post-it dove ha precedentemente segnato i nomi dei prodotti in offerta al supermercato!

Il termine scrittore è passato ad evidenziare, nel corso dei secoli, la persona che ha affinato le capacità di trasporre graficamente parole, che riesce ad organizzarle in maniera originale.
Scrībĕre, ha avuto un'evoluzione, passando ad indicare la forma più nobile di quell'originaria arte pratica. Colui che scrive, dunque, deve saper gestire la regia delle parole che mette giù, organizzandole in coreografie dettate dal gusto personale e dall'ispirazione. 
Scrittore dunque non è soltanto colui che partorisce un testo, no, quello semmai è l'autore che, come abbiamo detto sopra, produce una trama, dei personaggi, crea qualcosa dal nuovo, insomma. 
Scrittore è colui che organizza un contenuto, precedentemente messo alla luce, in una forma elegante, facendo in modo che le frasi possano infervorare ed entusiasmare il pubblico.

Più semplicemente: lo scrittore deve sapere quello che fa, deve essere abile, bravo, esperto a muovere le sue pedine, le parole appunto. La materia di scrittura è quella che proviene dall’ispirazione antecedente all’atto pratico del trasporre su supporto. Chi esegue l’atto pratico deve essere esperto. 
Insomma non basta aver ideato una storia, aver dato vita a personaggi, averli posizionati in una determinata ambientazione, per essere definiti scrittori.

Stando a questa mia analisi, dunque, autore e scrittore sono termini che hanno significato differente e la loro utilizzazione non può essere giustificata in nome di una sinonimia che, all'origine, non esiste. 
La preferenza dell'una anziché dell'altra espressione può essere dettata da una soluzione di comodità, lo ammetto anch'io. È bene, tuttavia, essere consapevoli della loro sostanziale differenza.

L’abilità dello scrittore è posteriore a quella dell’autore.

L’atto dello scrivere è opera più specialistica di quella del creare. 

Insomma tutti possiamo plasmare tutto. Solo alcuni sanno trasporre bene le parole su supporto: gli scrittori.

Augěo, auxi, auctum...scrībĕre

Concetta D’Orazio

martedì 22 aprile 2014

Sfumature originarie di significato - Cum dividere




Quante volte al giorno condividiamo? Foto, immagini, link e chi più ne ha più ne metta.
Il verbo condividere è forse uno di quelli che usiamo di più nel corso delle ore che trascorriamo all'interno dei Social.
Le espressioni che utilizziamo sono diverse (condividere, twittare, pinnare) ma il senso che diamo alle varie "operazioni" è lo stesso: mettiamo in comune qualche notizia o informazione, rendendone partecipi gli altri. Definiamo ogni volta qual è il pubblico che vogliamo mettere al corrente, scegliendolo fra le liste dei nostri amici oppure decidendo di essere aperti ad una comunicazione senza limiti.

Da dove ha origine il verbo condividere? 
Dal latino conosciamo il verbo divido, un verbo transitivo della terza coniugazione. Divido, is, divisi, divisum, dividere è il suo paradigma.
Come ogni parola, ha varie sfumature di significato. Divido è inteso nel senso di tagliare, troncare, ma anche di distribuire, nell'accezione più ampia di significato. Si utilizzava il verbo dividere, inoltre, per indicare una sorta di variazione studiata nell'organizzare qualsivoglia componimento.
Divido specificava pure una separazione, intesa nel senso di demarcazione.

La natura per così dire divisoria o separatrice dell'originario dividere latino, viene ricompensata in italiano dall'aggiunta del cum nella sua forma di preposizione indicante l'unione, la compagnia, la contemporaneità. E, dunque, il cum che predispone al rapporto, al dividere con, al mettere in comune.
In italiano condividere equivale a fare operazione di spartizione collettiva. 
Condividere un'informazione significa dividere quella stessa informazione, scritta, visualizzata, ascoltata, con chi si decide di voler rendere partecipi.

Ogni qual volta si opta di spartire con altri ciò che abbiamo al momento solo per noi, non facciamo altro che frammentare quella conoscenza nostra con un pubblico, largo o ristretto, di persone. 
Non facciamo altro, pertanto, che aggiungere il cum all'originario dividere.
Dal latino al Social, il passo è molto più breve di quanto si pensi.

Concetta D'Orazio

mercoledì 9 aprile 2014

La solitudine policroma delle parole








Nel passaggio dalla versione originaria al volgare, e quindi all'italiano, la lingua latina sembra aver perso la primaria abbondanza di sfumature del senso da attribuire ai singoli termini.
La natura variegata delle possibilità di significato ha subito sicuramente una limitazione, nel passaggio all’idioma neolatino.

Tale limitazione delle accezioni delle parole prosegue di pari passo con l’”ammodernamento” della lingua, quasi che il bisogno odierno di espressione possa tendere all’essenzialità della parola.
La lingua italiana, infatti, quella più antica e oggi vista come fuori moda e disusata, conserva ancora, nella sua purezza, le caratteristiche sfumature del suo illustre antenato, il latino appunto.

Oggi, però, non si avverte più il bisogno di indicare un oggetto, un’azione, un’emozione attraverso un vocabolo, o una combinazione di vocaboli, che meglio possa caratterizzarli.
L’odierno ciao, tanto per fare qualche esempio, ha quasi sostituito del tutto, nel gergo dei più giovani, i vari buongiorno, buonasera, arrivederci, bentrovato,  benvenuto.
Ecco, per salutare una persona che va, che arriva, che si attarda con l’orario o che è mattiniera, è sufficiente pronunciare quattro lettere, ciao.
Anche i verbi che indicano un’azione di spostamento da un luogo ad un altro, da una all’altra condizione, si sono, per così dire, ridotti o sono confluiti nel semplice e globale andare. Oggi si va al lavoro, si va a pranzo e cena, si va dal dentista, si va in ritardo all’appuntamento, laddove ieri ci si recava al lavoro o ci si appropinquava al desco per la cena. Poteva accadere, allora, che ci dovesse avviare o che ci si attardasse, si indugiasse, si procrastinasse.

E precedentemente, le fantasie semantiche si adattavano ancora di più al bisogno. Prima di scegliere quale verbo potesse esprimere lo spostamento che si voleva notificare, in latino, occorreva analizzare pure da che verso procedesse tale movimento. Le preposizioni, ad esempio, puntualizzavano il senso del verbo. Così veniva utilizzato abeo per indicare un allontanamento da un determinato punto. Se invece si voleva sottolineare un movimento che portava all’interno di un luogo, la forma più adatta era quella data dal verbo ineo. Il verbo eo e i suoi composti non erano i soli a poter specificare l’azione del muoversi. Le possibilità erano infinite. Così ad esempio, il verbo digredior designava una separazione non solo fisica ma anche intellettuale da un determinato punto: da cui la nostra digressione. Si utilizzava dispereo per indicare un decadimento verso la rovina, quella che noi chiamiamo disperazione.

In conclusione, oggi siamo più moderni, più sbrigativi, quasi che antichità si identifichi con lunghezza e noia e modernità con brevità e velocità.
Mi chiedo spesso come sia possibile rinunciare così a cuor leggero alla gamma infinita di tonalità semantiche che le parole racchiudono in sé.

Per questo motivo mi piace spesso ricordare la policromia non solo della lingua italiana un po’ datata ma addirittura quella del latino.
Mi rendo conto, tuttavia, che l’apprezzamento di quella policromia è destinato inevitabilmente ad essere goduto in solitudine.


Concetta D’Orazio











martedì 8 aprile 2014

La condivisione veloce delle informazioni




La lingua latina, dicevo tempo fa, è viva e fresca. 

La cultura classica non soltanto ha tratto giovamento dalle nuove possibilità offerte dalle moderne tecnologie, in termini di archiviazione e conservazione delle notizie, delle fonti e dei reperti storico-archeologici ma riscopre nuove splendore, per ciò che concerne l'uso, direi quasi redivivo, delle sue potenzialità.

Le risorse che un tempo, non molto trascorso, erano limitate a gruppi ristretti di studiosi del settore, quali la consultazione di archivi e biblioteche, ora sono alla portata di tutti e fruibili in larga misura gratuitamente. Possiamo disporre dei testi in latino e greco antico, della loro traduzione. Abbiamo la fortuna di poter condividere immagini, pensieri, opinioni sugli argomenti inerenti alla cultura classica.
Esistono dizionari online, enciclopedie gratuite, pure in lingua antica. 
Possiamo addirittura usufruire di applicazioni che ci rendono più semplice scrivere lettere ed accenti.

E soprattutto ci sono le persone che si confrontano, in un dibattito pressoché immediato, pur nei limiti delle varie progressioni del fuso orario.
Come sarebbe stato possibile, poco più di un decennio fa, dissertare di un qualsiasi argomento e farlo in lingua latina? Lo si poteva fare attraverso uno scambio epistolare privato o come trattazione di tipo specialistico su scritti di settore. 
I tempi erano lunghi, aumentati dalla distanza delle informazioni e dunque dalla difficoltà di condivisione.

Oggi è sufficiente un click e e spartire con altri il risultato delle proprie ricerche, o semplicemente dei contenuti trovati in Rete, è atto immediato.
Tutto questo è possibile in ogni ambito scientifico. 
Lo è pure in campo umanistico.
Oggi ci si può loggare ad una qualche piattaforma di "scambio sociale" e trovare persone che salutano con ave atque vale, oppure ringraziano con un tibi gratias ago. 

L'antico che ritorna?
Direi piuttosto l'antico che si muove e diventa tangibile.



Concetta D'Orazio


mercoledì 2 aprile 2014

Il latino, mai più vivo di adesso




La prima volta che scrissi "latino" nella barra di ricerca di Facebook lo feci quasi per scherzo. Figuriamoci, una lingua morta sulla Faccialibro!Quello che scoprii, inutile dirlo, mi piacque molto. Trovai comunità virtuali di studiosi e appassionati che componevano post in latino, condividevano link a pagine di cultura classica, di filologia, di storia. E fu così che vidi, forse per la prima volta, il latino non più rigido e senza tempo, men che meno inanimato, vivacizzarsi di nuova vita, quasi come alla fine di un letargo temporaneo.Le declinazioni iniziarono a ravvivarsi davanti ai miei occhi: la prima, stringeva l'occhio alla terza; vedevo il cum narrativo inseguire il de, che a sua volta non si staccava mai dall'ablativo. Ed esso correva. Correva così velocemente da rimanere sempre in testa. In assoluto. Un ablativo assoluto insomma.
Erano tutti affannati ma contenti.
E poi zompettavano, sperimentando un girotondo di quelli di tipo classico: utor, fruor e fungor si tenevano per mano, intonando strane melodie. Attorno ad essi. si succedevano, in ordine e con grazia, tutti i tipi di proposizione: c'era la consecutiva e c'era la finale. Vedevo poi l'ut con il congiuntivo. Ognuno provava passi nuovi ma tutti avevano un solo timore e rispettavano un solo comandante: la consecutio temporum.La lingua la conoscevo ma non riuscivo ad immedesimarla in quel contesto. E chi l'avrebbe mai detto? Quelle parole, quei costrutti, lì, proprio lì. Sulla Faccialibro!Quello che fu per me ancor più sorprendente è stato trovare persone che si esprimevano in lingua latina come se così parlassero correntemente tutti i giorni, a casa propria. Salutai e mi presentai. Da quel momento entrai anch'io nel foro latino più virtuale che avessi mai potuto immaginare.In un secondo tempo ho scoperto che di gruppi di "latinisti" ne esistono diversi su Facebook. Ad essi sono iscritti persone che abitano in diverse parti del mondo. Incredibile. Loro si salutano, si nominano, si ringraziano. Sempre in latino.La scelta di scrivere in questa lingua li ricompensa con la possibilità che essa ha di esprimere le sfumature di significato, di uso e di  direzione delle parole.Avete presente quante sono le soluzioni, tanto per fare un esempio, per il sintagma verbale  "dico"? Utilizziamo aio, ma anche dico. Sceglieremo di scrivere loquor, fero, inquam, narro  e altro ancora, a seconda di quanto viene riferito negli altri segmenti della frase.Il latino originario si presta ad indicare le azioni, i pensieri e le emozioni di ognuno in maniera variegata. Certo, dobbiamo anche pensare che, tuttavia, questa lingua ha pure i suoi annetti. Se li porta bene, forse anche troppo, ma qualche volta ha necessità di essere impinguata di nuovi vocaboli, laddove gli originali non siano adatti a delimitare e determinare con precisione situazioni e prodotti del presente. Gli amici latinisti però non si perdono d'animo e cercano di aggirare l'ostacolo, ricorrendo a perifrasi appropriate o a vocaboli di nuovo conio. In situazioni estreme adattano anche le parole primitive a circostanze moderne.Capita che le belle foto che qualche amico ha pubblicato si trasformino in pulchrae (o pulcherrimae all'occasione) imagines. Solo per fare un esempio.Mi rintrona nella testa quella brutta figurazione che delle lingue classiche ci hanno dato, definendole "lingue morte". Mi chiedo: come si fa a definire esanime un idioma che è invece così pieno di spirito? Che accomuna? Che favorisce?In rete il latino sta recuperando tutta la sua vivacità.E che questo sia chiaro, da cum dividere, insomma!Concetta D'Orazio