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sabato 6 agosto 2016
martedì 10 marzo 2015
Un anno di Nero di memoria
Parte due - Abruzzo, il dialetto nel cuore - La cìtilanze
Lu citele, il figlio della memoria
«Filomena posso portare ‘stu cìtele a vedere il treno? [...] »
Nel capitolo XX di Nero di memoria, zio Maurizio chiede a Filomena di poter portare con sé il bambino (lu cìtele) alla stazione, a guardare i treni.
Il termine cìtele ricorre spesso ad indicare, fra gli altri, il figlio più piccolo di Filomena, il terzo, Giovannino, Giannino.
Spesso la parola veniva sostituita con lu quatrale (la quatrale, li quatriele). A volte, i piccoli venivano chiamati li bardasce (la bardasce, lu bardasce).
In Nero di memoria ho preferito il termine cìtele. Il motivo è molto semplice: la parola fa nascere in me sentimenti di tenerezza, forse legati alla mia infanzia.
Lu citele, il figlio della memoria
«Filomena posso portare ‘stu cìtele a vedere il treno? [...] »
Nel capitolo XX di Nero di memoria, zio Maurizio chiede a Filomena di poter portare con sé il bambino (lu cìtele) alla stazione, a guardare i treni.
Il termine cìtele ricorre spesso ad indicare, fra gli altri, il figlio più piccolo di Filomena, il terzo, Giovannino, Giannino.
Anch'io sono stata una cìtele e tutti i miei compagni di giochi sono stati li cìtele.
Questo vocabolo dialettale ha accompagnato la mia infanzia.
Spesso la parola veniva sostituita con lu quatrale (la quatrale, li quatriele). A volte, i piccoli venivano chiamati li bardasce (la bardasce, lu bardasce).
In Nero di memoria ho preferito il termine cìtele. Il motivo è molto semplice: la parola fa nascere in me sentimenti di tenerezza, forse legati alla mia infanzia.
Cìtele, inoltre, mi pare meglio riferito ad un bambino molto piccolo, come lo è Giovanni appunto, il figlio della memoria.
Come tanti vocaboli del dialetto, il termine cìtele contiene, nella sua parte finale, la vocale indistinta e (che viene resa con il segno ë).
Per riuscire a comprendere quale sia il genere e quale sia il numero indicato dell'indeclinabile citelë, abbiamo pertanto bisogno di avvalerci dell'aiuto del rispettivo articolo anteposto alla parola.
Per riuscire a comprendere quale sia il genere e quale sia il numero indicato dell'indeclinabile citelë, abbiamo pertanto bisogno di avvalerci dell'aiuto del rispettivo articolo anteposto alla parola.
Lu cìtelë è il bambino.
La cìtelë è la bambina;
Li cìtelë sono i bambini;
Le cìtelë sono le bambine.
Conviene aprire qui anche un'ulteriore parentesi: gli articoli, così come gli aggettivi e i pronomi, utilizzati nel dialetto abruzzese, (mi riferisco in questa sede alla zona Lancianese-Vastese), sono di chiara derivazione dal latino:
- lu (chelu cìtele, quel bambino) ricorda il latino ille (quello);
- la (chela cìtele, quella bambina) ricorda il latino illa (quella);
- li (cheli cìtele, quei bambini) ricorda il latino illi (quelli);
- le (chele cìtele, quelle bambine) ricorda il latino illae (quelle).
Da citelë alla cìtilanzë: potremmo tradurlo come "infanzia", cioè età dei cìtelë. L'utilizzo più noto di questo termine è contenuto in un verso nella celebre canzone popolare abruzzese Vola, vola, vola (Albanese-Dommarco, 1908).
La mia cìtilanzë, e quella di gran parte dei miei coetanei, è trascorsa così, a raccogliere margherite nei prati, a correre, incuranti dei richiami dei nostri genitori che, contrariamente a quelli moderni, lasciavano giocare i bambini molto liberamente nel parco vicino casa, tanto c'era sempre qualcuno, fra gli adulti, che, passando, davë 'n'uocchie a le cìtelë (dava uno sguardo ai bambini), per controllare che tutto fosse sotto controllo.
Amo il nostro dialetto, soprattutto perché capace di trasfigurare significati e significanti nelle varie utilizzazioni delle parole, che resteranno per sempre nel mio ricordo.
Da citelë alla cìtilanzë: potremmo tradurlo come "infanzia", cioè età dei cìtelë. L'utilizzo più noto di questo termine è contenuto in un verso nella celebre canzone popolare abruzzese Vola, vola, vola (Albanese-Dommarco, 1908).
La mia cìtilanzë, e quella di gran parte dei miei coetanei, è trascorsa così, a raccogliere margherite nei prati, a correre, incuranti dei richiami dei nostri genitori che, contrariamente a quelli moderni, lasciavano giocare i bambini molto liberamente nel parco vicino casa, tanto c'era sempre qualcuno, fra gli adulti, che, passando, davë 'n'uocchie a le cìtelë (dava uno sguardo ai bambini), per controllare che tutto fosse sotto controllo.
Amo il nostro dialetto, soprattutto perché capace di trasfigurare significati e significanti nelle varie utilizzazioni delle parole, che resteranno per sempre nel mio ricordo.
Concetta D'Orazio
giovedì 15 gennaio 2015
Un anno di Nero di memoria
Parte due - Abruzzo, il dialetto nel cuore - La spasetta
Nel corso della composizione di Nero di memoria ho condotto, come è naturale, numerose ricerche.
Non mi è stato però necessario dover studiare troppo, per quel che riguarda alcune parole o espressioni in dialetto abruzzese, che ho inserito nel libro.
Non mi è stato però necessario dover studiare troppo, per quel che riguarda alcune parole o espressioni in dialetto abruzzese, che ho inserito nel libro.
Il dialetto, l'ho detto già, è una parte di me e convive da sempre con il mio modo di esprimermi formale ed accreditato, vale a dire in lingua italiana.
Così credo che sia accaduto per parecchie persone che appartengono alla mia generazione ed hanno vissuto in realtà territoriali piccole, quali possono essere paesi o cittadine.
Siamo cresciuti a "doppia lingua" e la seconda, prima o dopo l'italiano, non siamo andati a cercarla troppo lontano. Non siamo stati neppure costretti a fare sacrifici per costosi soggiorni all'estero.
La nostra lingua altra è stata quella che genitori e nonni ci hanno insegnato, facendola passare per buona, prima ancora di quella ufficiale, vale a dire l'italiano.
Non ho nessun problema, tanto meno alcun tipo di disagio a riconoscerlo: le mie prime frasi di senso compiuto, pronunciate da bambina, lo ipotizzo con sicurezza, furono in abruzzese.
Sì perché a quei tempi (anni '70) la lingua quotidiana, utilizzata da un ceto medio di residenti in un piccolo borgo, era il dialetto appunto.
Non che la lingua italiana non fosse conosciuta, ma si ricorreva ad essa in particolari occasioni, quelle per le quali era opportuno non comunicare in abruzzese.
Nella mia personale realtà famigliare, gli adulti si esprimevano in italiano in determinate situazioni: nel rispondere al telefono, nelle varie faccende da sbrigare negli uffici pubblici, nei colloqui con maestre e professori, nel corso delle visite mediche.
Noi bambini, in tal modo, vivevamo già in una realtà dichiaratamente bilingue, essendo divenuti ben presto esperti a comunicare a seconda della circostanza.
Insomma, si "esponeva bene" in tutte quelle occorrenze in cui si temeva di non venir compresi dall'interlocutore che si riteneva persona istruita o di riguardo.
In sostanza, si cercava di non far brutta figura. Come se l'esprimersi nella parlata di tutti i giorni potesse essere considerato un segno di leggerezza o di poca eleganza.
È difficile riuscire a capire cosa potesse allora, e in alcuni casi anche ai nostri giorni, far sembrare imbarazzante discorrere nel nostro bellissimo idioma regionale, armonioso e gradevole, tanto quanto la lingua italiana accreditata.
Con la maturità di oggi, mi piace pensare che quel disagio fosse in realtà da ricondurre ad una sorta di timidezza o di riserbo, da parte di persone la cui esperienza di vita è stata sempre molto spontanea e genuina.
La necessità di salvaguardare ogni realtà linguistica locale e circoscritta è un'esigenza che cercherò di condividere il più possibile, con questo ed altri articoli.
Riprendo ora quel discorso che ha dato inizio all'intervento: l'inserimento di termini ed espressioni abruzzesi nel mio libro.
Non ho esagerato, a dire il vero, con il dialetto, per non incorrere nella critica di chi potesse leggere questa mia eventuale scelta come un modo per escludere chi non comprende bene il significato di termini e frasi della parlata caratteristica.
Alcune parole, tuttavia, le ho messe, soprattutto perché contengono un valore che va al di là del senso che attribuiamo normalmente al termine.
Per cercare di spiegare questa mia opinione, e per iniziare a dare qualche riferimento concreto, voglio ricordare il termine spasetta, che nel romanzo è utilizzato da Filomena, la protagonista, in questa espressione.
«La mosca! Si sta posando sulla spasetta dei maccaroni!» (Nero di Memoria, cap. I)
Nel dialetto di oggi, il termine spasette, spasetta, è stato sostituito da quello di vassoje, molto più vicino all'italiano vassoio.
Con esso indichiamo la ciotola piatta o poco fonda che normalmente si utilizza per servire dolci o piccole pietanze salate.
Da bambina, lo ricordo molto bene, quel contenitore era chiamato spasetta, termine a volte sostituito da huantiere (guantiera, da intendere non nel significato dell'originario "porta guanti", bensì in quello di recipiente in cui offrire cibo).
Questa parola racchiudeva in sé tutta la natura quasi devozionale che poteva avere l'atto di accogliere l'ospite in casa.
La visita di un amico, di un parente o di un vicino di casa doveva essere approvata, quasi
magnificata, da gesti rituali e dall'utilizzo di oggetti predisposti e tenuti in serbo per queste occasioni (la zuccheriera, la tazzina del servizio buono, la spasetta appunto).
Per questo motivo ogni volta che mi capita, raramente ormai a dire la verità, di sentir nominare quel vocabolo, nella mia testa si attiva un ricordo composito. In esso vedo persone sedute intorno alla tavola apparecchiata, su cui spicca la spasetta, con sopra lu centre o lu centrucce (manufatto ricamato o all'uncinetto), su cui sono appoggiati bocconotti e pizzelle.
Anche se a volte lo si utilizzava per altre necessità di casa, come nel riferimento di sopra alla frase del libro, quello che potremmo definire il vassoio di rappresentanza, la spasetta appunto, doveva essere sempre tenuto in gran conto: lucido e pronto ad accogliere l'ospite.
Concetta D'Orazio
Così credo che sia accaduto per parecchie persone che appartengono alla mia generazione ed hanno vissuto in realtà territoriali piccole, quali possono essere paesi o cittadine.
Siamo cresciuti a "doppia lingua" e la seconda, prima o dopo l'italiano, non siamo andati a cercarla troppo lontano. Non siamo stati neppure costretti a fare sacrifici per costosi soggiorni all'estero.
La nostra lingua altra è stata quella che genitori e nonni ci hanno insegnato, facendola passare per buona, prima ancora di quella ufficiale, vale a dire l'italiano.
Non ho nessun problema, tanto meno alcun tipo di disagio a riconoscerlo: le mie prime frasi di senso compiuto, pronunciate da bambina, lo ipotizzo con sicurezza, furono in abruzzese.
Sì perché a quei tempi (anni '70) la lingua quotidiana, utilizzata da un ceto medio di residenti in un piccolo borgo, era il dialetto appunto.
Non che la lingua italiana non fosse conosciuta, ma si ricorreva ad essa in particolari occasioni, quelle per le quali era opportuno non comunicare in abruzzese.
Nella mia personale realtà famigliare, gli adulti si esprimevano in italiano in determinate situazioni: nel rispondere al telefono, nelle varie faccende da sbrigare negli uffici pubblici, nei colloqui con maestre e professori, nel corso delle visite mediche.
Noi bambini, in tal modo, vivevamo già in una realtà dichiaratamente bilingue, essendo divenuti ben presto esperti a comunicare a seconda della circostanza.
Insomma, si "esponeva bene" in tutte quelle occorrenze in cui si temeva di non venir compresi dall'interlocutore che si riteneva persona istruita o di riguardo.
In sostanza, si cercava di non far brutta figura. Come se l'esprimersi nella parlata di tutti i giorni potesse essere considerato un segno di leggerezza o di poca eleganza.
È difficile riuscire a capire cosa potesse allora, e in alcuni casi anche ai nostri giorni, far sembrare imbarazzante discorrere nel nostro bellissimo idioma regionale, armonioso e gradevole, tanto quanto la lingua italiana accreditata.
Con la maturità di oggi, mi piace pensare che quel disagio fosse in realtà da ricondurre ad una sorta di timidezza o di riserbo, da parte di persone la cui esperienza di vita è stata sempre molto spontanea e genuina.
La necessità di salvaguardare ogni realtà linguistica locale e circoscritta è un'esigenza che cercherò di condividere il più possibile, con questo ed altri articoli.
Riprendo ora quel discorso che ha dato inizio all'intervento: l'inserimento di termini ed espressioni abruzzesi nel mio libro.
Non ho esagerato, a dire il vero, con il dialetto, per non incorrere nella critica di chi potesse leggere questa mia eventuale scelta come un modo per escludere chi non comprende bene il significato di termini e frasi della parlata caratteristica.
Alcune parole, tuttavia, le ho messe, soprattutto perché contengono un valore che va al di là del senso che attribuiamo normalmente al termine.
Per cercare di spiegare questa mia opinione, e per iniziare a dare qualche riferimento concreto, voglio ricordare il termine spasetta, che nel romanzo è utilizzato da Filomena, la protagonista, in questa espressione.
«La mosca! Si sta posando sulla spasetta dei maccaroni!» (Nero di Memoria, cap. I)
Nel dialetto di oggi, il termine spasette, spasetta, è stato sostituito da quello di vassoje, molto più vicino all'italiano vassoio.
Con esso indichiamo la ciotola piatta o poco fonda che normalmente si utilizza per servire dolci o piccole pietanze salate.
Da bambina, lo ricordo molto bene, quel contenitore era chiamato spasetta, termine a volte sostituito da huantiere (guantiera, da intendere non nel significato dell'originario "porta guanti", bensì in quello di recipiente in cui offrire cibo).
Questa parola racchiudeva in sé tutta la natura quasi devozionale che poteva avere l'atto di accogliere l'ospite in casa.
La visita di un amico, di un parente o di un vicino di casa doveva essere approvata, quasi
magnificata, da gesti rituali e dall'utilizzo di oggetti predisposti e tenuti in serbo per queste occasioni (la zuccheriera, la tazzina del servizio buono, la spasetta appunto).
Per questo motivo ogni volta che mi capita, raramente ormai a dire la verità, di sentir nominare quel vocabolo, nella mia testa si attiva un ricordo composito. In esso vedo persone sedute intorno alla tavola apparecchiata, su cui spicca la spasetta, con sopra lu centre o lu centrucce (manufatto ricamato o all'uncinetto), su cui sono appoggiati bocconotti e pizzelle.
Anche se a volte lo si utilizzava per altre necessità di casa, come nel riferimento di sopra alla frase del libro, quello che potremmo definire il vassoio di rappresentanza, la spasetta appunto, doveva essere sempre tenuto in gran conto: lucido e pronto ad accogliere l'ospite.
Concetta D'Orazio
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sabato 3 gennaio 2015
Un anno di "Nero di memoria"
La storia (parte uno) - La fame e le patate
Ad ottobre 2013 terminavo e mettevo online il mio Nero di memoria, un libro a cui sono affezionata, dal momento che esso rappresenta un impegno che ho voluto prendere mea sponte sì, ma che ho portato avanti con la cura che sentivo essermi richiesta in qualche parte del mio "di dentro".
Da chi mi fosse reclamata questa preoccupazione, a dire la verità, non lo so bene nemmeno io.
Il bisogno di appuntare nasceva dentro, come per rispondere ad un lontano richiamo.
Ho coltivato così quell'illusione che potessi essere stata "comandata" dallo spirito del sangue che mi veniva dalla discendenza diretta da un uomo, che aveva portato dentro, dietro e sopra le spalle, e ancora sul collo, nel pensiero, vicissitudini di crudeltà inaudite.
Li avevo sentiti narrare sin da bambina e ammetto che spesse volte, soprattutto per l'ingenuità e la spensieratezza dell'età, non avevo dato importanza a quei racconti che mi parevano così estremi da poter essere davvero accaduti.
Eppure quelle storie ripetevano scene tratte da un'esistenza che ho avuto davanti ai miei occhi non molto a lungo.
Quelli che nascevano come resoconti, da parte di chi aveva provato sulla propria pelle tutto il dolore della guerra, spesso parevano anche a me elementi così crudi che sarebbe stato meglio dimenticare, insieme a chi ne aveva tanto bisogno.
Appartiene alla natura umana l'istinto di annullare i tormenti.
Quando qualcosa fa male, segna e deturpa l'anima deve essere cancellato, annullato. Come se non fosse mai esistito.
Anch'io, forse, nella mia piccola mente fanciulla prima e adolescente poi, avvertivo la necessità di partecipare alla rimozione di quel tormento, cercando di non dare troppa importanza a ciò che le vite di chi mi aveva preceduto, nella storia della famiglia, aveva dovuto sopportare.
Un atto dovuto, forse, furono tutti gli anni del silenzio.
O solo una mia resa codarda.
Era meglio non parlarne. E così se ne parlava poco.
Ma loro, i diretti interessati, i miei nonni, ogni tanto sottolineavano qualche attimo della vita quotidiana, che ci trovavamo a trascorrere insieme, con un'allusione, un breve intercalare o una narrazione tutto sommato più completa.
In quei momenti, noi che stavamo loro attorno ci concentravamo a provare ad immaginare quelle foschie, quel freddo, quella fame.
La fame, sì fu proprio quella parola che rimase impressa dentro di me, per lunghi anni. Quella fu l'immagine che dovette colpirmi, più di tutte le altre.
Tra tutte le brutture inaudite che la guerra porta con sé l'idea che si potesse arrivare a nutrirsi di bucce di patate, raccattate in occasioni fortunate, nascoste nelle tasche, fu quella che scosse di più le mie fantasie di fanciulla. Le immaginavo quelle bucce: mi pareva che danzassero attorno agli occhi di chi aveva dovuto ingoiarle. Le vedevo leggere, mentre ballavano, sì troppo leggere, come le calorie che offrivano a chi non aveva quasi più forze per consumarle.
Solo la terra pareva appesantire di tanto in tanto quella loro levità. Sì, la terra. Mi era stato spesso raccontato che le patate non venivano lavate, prima della sbucciatura.
Quanto era buona pure la terra!
Nella mia mente avevo costruito l'immagine della guerra vissuta, me l'ero rappresentata geometricamente. Un triangolo, ecco che cos'era, nella mia testa di bambina, la guerra vissuta sul campo. Un soldato era posto su un vertice. Nelle altre due estremità vedevo la moglie del soldato e una montagnetta di bucce, zozze di terra.
Concetta D'Orazio
venerdì 2 gennaio 2015
Lettere a Memena, da "Nero di memoria"
Filomena...la mia Memena.
Da quanto la mia bocca non le muore più là dove so che lei la vuole?
Non conosco più il tempo, quel sottile passaggio di momenti in cui trascorre la vita. [cit.]
Non conosco più il tempo, quel sottile passaggio di momenti in cui trascorre la vita. [cit.]
Nero di memoria, ad un anno dalla sua prima uscita.
martedì 6 maggio 2014
Come nasce "Nero di memoria"
Dovevo scrivere. Lo sentivo. Dovevo scrivere per non dimenticare. E per non concedere oblio alle vicende di chi non c'era più.
Non ricordo quando fu la prima volta che iniziai a prender appunti, buttando giù, sui fogli di un blocchetto, tutte le notizie che portavo dentro da sempre, per averle sentite raccontare da quando ero bambina.
La casa e la famiglia, il luogo dove si vive e la gente con cui si trascorre la propria esistenza, da quando, da piccoli, si inizia a prendere coscienza del mondo, finiscono inevitabilmente per diventare un pezzo della tua carne. Della famiglia di origine, genitori, fratelli e nonni, si ereditano persino i battiti cardiaci, arrivando, quando ormai si è grandi, ad avere pensieri e ricordi che si fondono con quelli di tutti i componenti. E si confondono.
Il ricordo che ho della parola "guerra" è quello che custodisco da mio nonno, classe 1912.
«Io ho fatto la guerra», lo ripeteva spesso, come un intercalare malinconico, quando voleva i nostri occhi compassionevoli. E noi li fermavamo i nostri occhi, su quel viso che era più triste delle parole che diceva.
Era triste il suo viso, sì, quando nonno fermava i suoi pensieri su quel ricordo maledetto.
«Mangiavo le scorce (bucce) delle patate, quando ero prigioniero. Perché io la guerra le so fatte (l'ho fatta)!», ripeteva a volte. E il suo sguardo diventava quasi di sfida verso noi nipoti bambini che ci permettevamo di rifiutare il cibo. Non volevamo mangiare? Che ci lasciassero a digiuno per un po' le nostre mamme. Una mezza giornata, bastava così poco tempo, diceva nonno, «A da vede' dopo coma se le magne! (devi vedere dopo come mangiano)», consigliava con furbizia alle nostre genitrici apprensive, aggiungendo «je le sacce come è la fame (la conosco la fame) perché je so fatte la guerra (perché ho fatto la guerra)!». E noi allora, pur di scansare ancora quel piatto di minestrina che non ci piaceva, pur di avere un ulteriore pretesto per tener lontano il momento della resa alla scodella di pastina, gli chiedevamo di raccontarci, per l'ennesima volta di come faceva a trovare le bucce, quando era prigioniero.
Non capivamo quale significato avesse quel suo dirci "prigioniero"; quella era una parola ambigua, informe, lontana. Nonno la faceva sembrare misteriosa, la scandiva, respirandoci sopra. In noi bambini, in realtà, non suscitava particolare interesse: conoscevamo quel termine per averlo sentito con una ricorrenza quasi quotidiana; non sapevamo cosa significasse essere "prigioniero" ma intuivamo che non doveva essere una cosa poi così entusiasmante. Facevamo bleah al pensiero di quelle bucce zozze che nonno diceva di aver mangiato e che, ci dovevamo fidare, erano buonissime. Quando c'era la fame, tutto era buono.
E mangiavamo quella pastina, anche forse per la paura, che si mettesse davvero in pratica quel consiglio. Non lo dicevamo, ma io lo so, in fondo fondo, avevamo paura anche noi di essere costretti un giorno a rubare le bucce e a mangiarle di nascosto. Nonno era riuscito nell'intento.
E così a volte lui ci sembrava un eroe, quando lo pensavamo soldato di prima. Altre volte invece leggevamo il suo fardello di sofferenze passate. E allora nonno non pareva un eroe. Allora era semplicemente un uomo che aveva sofferto troppo. E che era stanco di soffrire.
Come nasce Nero di memoria?
Le storie che avevo fatte mie, nel corso della esistenza, in quella parte della esistenza che è di prima vita, sono state il primo anello di collegamento al mio scritto. Queste storie però le custodisco solo grazie al prodigio del ricordo, prodigio che, ahimè, con il trascorrere degli anni, è destinato a perdere di intensità e ad esaurirsi.
Non ho mai pensato, quando avevo l'opportunità di poter segnare con certezza nomi, date, movimenti, di affidare ad un taccuino almeno i fatti essenziali, in maniera da non perderli con il tempo. Quando poi mi sono accorta che avrei dovuto farlo, non ho più potuto, essendo venuta a mancare la voce che poteva aiutarmi nella ricostruzione.
Per questo motivo, non ho molte notizie certe di quello che è accaduto al capostipite della mia famiglia, nel corso degli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ho ricostruito le sue vicende, tentando di collegare i pochi racconti che ricordo, molto frammentari ed imprecisi. La fantasia, per fortuna, è venuta in soccorso delle mie certezze mancanti.
Nero di memoria, perciò, non è la rievocazione della storia dei miei nonni: l'ispirazione ai loro racconti è stata poi condotta su una narrazione che prosegue con molta immaginazione.
Il racconto ha la presunzione di far rivivere, negli episodi che lo caratterizzano, quegli anni tremendi, dopo l'armistizio di Cassibile, nel settembre del 1943.
La storia è quella di Antonio e Filomena: l'uno impegnato in prima linea e poi internato come prigioniero, l'altra a casa, a tentare di mantenere in vita, sfamando i bambini, quel nucleo famigliare che hanno voluto costruire insieme, in un tempo vicino eppur reso lontano dalle tragedie della guerra.
Amore. Passione. Sofferenza. Tragedia. Questo è Nero di memoria.
Concetta D'Orazio
lunedì 11 novembre 2013
Nero di memoria
"Martoriò il suo petto per molti minuti. I lamenti di Giovanni aumentavano di frequenza, non concedendogli le forze di crescere di intensità. Le ragadi sanguinavano. Non era possibile accostare il bimbo a sé. Raccolse quel poco di liquido che aveva spremuto, non latte, nemmeno acqua, una poltiglia di disperazione...""Filomena indietreggiò. La sua ciabatta scivolò sulla ghiaia della piazzetta. Cadde, distesa, lì sulla breccia."
domenica 27 ottobre 2013
E noi li fermavamo i nostri occhi. - Come nasce "Nero di memoria"
Dovevo scrivere. Lo sentivo. Dovevo scrivere per non dimenticare. E per non concedere oblio alle vicende di chi non c'era più.
Non ricordo quando fu la prima volta che iniziai a prender appunti, buttando giù, sui fogli di un blocchetto, tutte le notizie che portavo dentro da sempre, per averle sentite raccontare da quando ero bambina.
La casa e la famiglia, il luogo dove si vive e la gente con cui si trascorre la propria esistenza, da quando, da piccoli, si inizia a prendere coscienza del mondo, finiscono inevitabilmente per diventare un pezzo della tua carne. Della famiglia di origine, genitori, fratelli e nonni, si ereditano persino i battiti cardiaci, arrivando, quando ormai si è grandi, ad avere pensieri e ricordi che si fondono con quelli di tutti i componenti. E si confondono.
Il ricordo che ho della parola guerra è quello che custodisco da mio nonno, classe 1912.
«Io ho fatto la guerra», lo ripeteva spesso, come un intercalare malinconico, quando voleva i nostri occhi compassionevoli. E noi li fermavamo i nostri occhi, su quel viso che era più triste delle parole che diceva.
Era triste il suo viso, sì, quando nonno fermava i suoi pensieri su quel ricordo maledetto.
«Mangiavo le scorce (bucce) delle patate, quando ero prigioniero. Perché io la guerra le so fatte (l'ho fatta)!», ripeteva a volte.
E il suo sguardo diventava quasi di sfida verso noi nipoti bambini che ci permettevamo di rifiutare il cibo. Non volevamo mangiare? Che ci lasciassero a digiuno per un po' le nostre mamme. Una mezza giornata, bastava così poco tempo, diceva nonno, «A da vede' dopo coma se le magne! (devi vedere dopo come mangiano)», consigliava con furbizia alle nostre genitrici apprensive, aggiungendo «je le sacce come è la fame (la conosco la fame) perché je so fatte la guerra (perché ho fatto la guerra)!». E noi allora, pur di scansare ancora quel piatto di minestrina che non ci piaceva, pur di avere un ulteriore pretesto per tener lontano il momento della resa alla scodella di pastina, gli chiedevamo di raccontarci, per l'ennesima volta di come faceva a trovare le bucce, quando era prigioniero.
Non capivamo quale significato avesse quel suo dirci prigioniero; quella era una parola ambigua, informe, lontana. Nonno la faceva sembrare misteriosa, la scandiva, respirandoci sopra. In noi bambini, in realtà, non suscitava particolare interesse: conoscevamo quel termine per averlo sentito con una ricorrenza quasi quotidiana; non sapevamo cosa significasse essere "prigioniero" ma intuivamo che non doveva essere una cosa poi così entusiasmante. Facevamo bleah al pensiero di quelle bucce zozze che nonno diceva di aver mangiato e che, ci dovevamo fidare, erano buonissime. Quando c'era la fame, tutto era buono.
E mangiavamo quella pastina, anche forse per il timore, che si mettesse davvero in pratica quel consiglio. Non lo dicevamo, ma io lo so, in fondo fondo, avevamo paura anche noi di essere costretti un giorno a rubare le bucce e a mangiarle di nascosto. Nonno era riuscito nell'intento.
E così a volte lui ci sembrava un eroe, quando lo pensavamo soldato di prima. Altre volte invece leggevamo il suo fardello di sofferenze passate. E allora nonno non pareva un eroe. Allora era semplicemente un uomo che aveva sofferto troppo. E che era stanco di soffrire.
Come nasce Nero di memoria?
Le storie che avevo fatte mie, nel corso della esistenza, in quella parte della esistenza che è di prima vita, sono state il primo anello di collegamento al mio scritto. Queste storie però le custodisco solo grazie al prodigio del ricordo, prodigio che, ahimè, con il trascorrere degli anni, è destinato a perdere di intensità e ad esaurirsi.
Non ho mai pensato, quando avevo l'opportunità di poter segnare con certezza nomi, date, movimenti, di affidare ad un taccuino almeno i fatti essenziali, in maniera da non perderli con il tempo. Quando poi mi sono accorta che avrei dovuto farlo, non ho più potuto, essendo venuta a mancare la voce che poteva aiutarmi nella ricostruzione.
Per questo motivo, non ho molte notizie certe di quello che è accaduto al capostipite della mia famiglia, nel corso degli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ho ricostruito le sue vicende, tentando di collegare le poche notizie che ricordo, molto frammentarie ed imprecise. La fantasia, per fortuna, è venuta in soccorso delle mie certezze mancanti.
Nero di memoria, perciò, non è la rievocazione della storia dei miei nonni: l'ispirazione ai loro racconti è stata poi condotta su una narrazione che prosegue con molta immaginazione.
Il racconto ha la presunzione di far rivivere, negli episodi che lo caratterizzano, quegli anni tremendi, dopo l'armistizio di Cassibile, nel settembre del 1943.
La storia è quella di Antonio e Filomena: l'uno impegnato in prima linea e poi internato come prigioniero, l'altra a casa, a tentare di mantenere in vita, sfamando i bambini, quel nucleo famigliare che hanno voluto costruire insieme, in un tempo vicino eppur reso lontano dalle tragedie della guerra.
Amore. Passione. Sofferenza. Tragedia. Questo è Nero di memoria.
Concetta D'Orazio
mercoledì 23 ottobre 2013
Nero di memoria
L'armistizio di Cassibile, 8 settembre 1943, segnò la fine delle ostilità fra l'Italia e le forze alleate. Cosa accadde ai soldati italiani disseminati sui vari fronti? Ad essi fu chiesto di collaborare e di continuare la guerra a fianco dei tedeschi.
Drammatica fu la sorte di coloro che si opposero, dicendo "no!". Prigionia. Sofferenza. Morte.
"Nero di memoria" è la storia di uno di quei soldati, Antonio, costretto a vivere da prigioniero, e di una delle tante donne italiane, Filomena.
Antonio ora è un militare internato, un IMI. Nel campo di prigionia sopravvivere è difficile.
Antonio pensa alla sua donna, ai suoi figli. Ai due figli.
Filomena immagina il suo uomo, lo vuole vivo.
Filomena custodisce i figli. I tre figli.
"Nero di memoria", è finalmente online.
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