sabato 15 marzo 2014

Crostata al cioccolato


Quando si dice Faccio un dolce, qual è la prima cosa che vi viene in mente? Un dolce al cioccolato, naturalmente.
E quando si dice Voglio fare un dolce al cioccolato, qual è la prima possibilità a cui pensate? La crostata naturalmente!

E che si vuole dire sulla crostata al cioccolato? Uno dei dolci più semplici e più buoni di sempre.
Chiunque, almeno una volta, ha provato a prepararla. 

E a chi non ha provato dico: dovete rimediare!


Ingredienti per la pasta base

300 gr. di farina
150 gr. di zucchero
2 uova
125 gr. di burro
mezza bustina di lievito per dolci
un pizzico di sale

Ingredienti per la farcitura

2 tuorli
80 gr. di zucchero
1 bicchiere e 1/2 di latte
125 gr di cacao zuccherato


Preparazione

Lasciare ammorbidire il burro. 
Disporre la farina a fontana su di una spianatoia e mettere al centro le due uova, lo zucchero, il burro ammorbidito, il pizzico di sale ed il lievito. Impastare fino ad ottenere un composto morbido.

Riporre l'impasto, coperto con pellicola, in frigo per una mezz'ora.

Nel frattempo accendere il forno (180°) e preparare la farcitura.

Mescolare i tuorli con lo zucchero e, separatamente in un tegamino, far bollire il latte con il cacao, avendo cura di mescolare e far sciogliere per bene. 
Quando il latte inizia a bollire, togliere il pentolino dal fuoco e aggiungere il contenuto alla pentola con i tuorli con lo zucchero. Mescolare e poi posizionare nuovamente il tutto sul fuoco.

Far addensare la crema (non deve essere molto solida perché dopo dovrà cuocere ancora in forno), continuando a mescolare con una frusta. 
Togliere dal fuoco

Imburrare ed infarinare una teglia, prendere due terzi dell'impasto e disporlo all'interno, lasciando un piccolo bordo, avendo cura di bucherellarlo con la forchetta. 
Mettere la farcitura, in stato piuttosto liquido, sulla superficie della teglia, all'interno dell'impasto. 
Con la parte restante dell'impasto formare dei cordoncini da applicare sulla torta, a creare una specie di grigliato oppure realizzare delle decorazioni, con l'aiuto delle formine. 
Infornare per circa 40 minuti. 
Dopo aver sfornato e fatto raffreddare, ricoprire la crostata con lo zucchero a velo.




giovedì 13 marzo 2014

Involtini di pasta-pizza con verdure e mozzarella



State facendo finta di essere a dieta ma volete ingozzarvi di pizza, continuando a mentire a voi stesse sulle vostre reali assunzioni di calorie? 
La verdura è sempre una soluzione a tutti i vostri rimorsi di coscienza.
Vi consiglio degli involtini facilissimi da realizzare.



Ingredienti

Pasta per la pizza come da ricetta qui . 

Verdura mista già lessata. Ottimi i quadratoni congelati

1 aglio

sale, pepe e peperoncino in polvere (per chi ama il piccante)

due piccole mozzarelle

olio q.b


Preparazione

Mettete la verdura nella padella, con un po' di olio, sale, pepe e peperoncino piccante e aglio. 
Fate insaporire con dolcezza e lentamente.
Preparate la pasta per la pizza o a mano o utilizzando la macchina del pane. Stendetela sulla spianatoia, formando una sfoglia molto sottile (circa mezzo centimetro).
Ritagliate dalla sfoglia delle strisce, come nella foto.
Posizionate nel mezzo pezzetti di mozzarella e verdura su tutta la lunghezza della striscia.




Chiudete la pasta, arrotolandola. 




Cercate di stringere le estremità per evitare che il contenuto fuoriesca in fase di cottura.





Posizionate i cornetti ottenuti sulla placca da forno.
Infornate a temperatura già a 200° per una ventina di minuti.
Servite gli involtini ancora caldi.



mercoledì 12 marzo 2014

Latino, italiano e la Social espressione




Le lingue si evolvono naturaliter. La lingua italiana è diretta conseguenza di quella latina ma non per essersene distaccata in maniera decisa ed improvvisa.
Il passaggio dal latino alle lingue romanze è stato graduale.  
La successione da un tipo di codice, parlato e scritto, ad un altro viene costantemente alimentata, senza che noi possiamo esserne immediatamente consapevoli.
Accadeva così che il latino non diventasse subito italiano ma attraversasse un periodo di trasformazione lento ma necessario. 

Il latino classico si ammorbidì lentamente nelle parlate di quelle persone che, per abitudini di vita e di lavoro, conducevano la loro esistenza lontano dai luoghi classici della diffusione del sapere.
Contadini e persone del popolo, vulgus, iniziarono, a poco a poco, a cambiare alcuni termini, ad "addensare" i dittonghi che caratterizzavano le desinenze dei casi della declinazione della lingua latina. 
Sì preferì così, per praticità e per velocità, porre attenzione a quanto si ascoltava e si comunicava verbalmente, dunque alla pronuncia, piuttosto che stare a preoccuparsi della lunghezza delle vocali o della desinenza delle  parole scritte.
A saper leggere e scrivere erano pochi. La moltitudine, invece, ascoltava e parlava.
Si creò un doppio canale di comunicazione: quello del latino ancora "nobile", utilizzato da persone colte e di chiesa e quello della nuova lingua che dal vulgus prese il nome di "volgare" appunto, in cui si esprimeva il resto del popolo, non colto e quasi sempre analfabeta.
Le due realtà di espressione, latino e volgare, continuarono a coesistere per molto tempo.

Di cambiamenti e passaggi, graduali e meno, ne abbiamo avuti tantissimi. La nostra lingua italiana si è trasformata fino ai nostri giorni.

Oggi però non sembra più tanto stabile, la lingua. La vediamo traballare, quasi alla stessa stregua del movimento ninnatorio che portò al lento passaggio dal latino al volgare. 
E se allora i luoghi idonei ad accogliere la novità della parlata più rozza, se confrontata con quella nobile dei letterati, furono le aeree rurali, oggi ci sorprendiamo a vedere come gli spazi dove più si assiste a scossoni rilevanti, ai danni della purezza della lingua italiana, sono quelli virtuali. 
Sì, è proprio qui, nei luoghi di aggregazione "moderni", nei Social e nella Rete in genere, che ci si permette di trasgredire, in nome di un non ben compreso novellino bisogno di velocità e stringatezza.
Quando le lettere si scrivevano su carta, con la penna, ci si imbarcava in operazioni epistolari che portavano via molto tempo. Nonostante ciò, si trovava anche il modo per riflettere su eventuali costrutti sbagliati e per rimediare, correggendo. 
Oggi si scrivono messaggi con il telefono o con il computer, si possono spedire e ricevere nell'immediatezza. 
Ogni cosa è veloce, velocissima. 
Non siamo però contenti, nonostante tutto, abbiamo bisogno di accelerare ulteriormente la nostra comunicazione.
Per questa necessità di tipo social abbiamo trovato una soluzione: comprimere le parole, sostituire le consonanti, eliminare le vocali, ridurle all'essenziale. 
Stiamo cambiando i connotati alla lingua italiana.

L'evoluzione della lingua è diventata, in realtà, involuzione.

Un ritorno al contratto, all'essenziale, quasi come lo era quel primitivo volgare.
Non disperiamo (ironico), male che vada, l'involuzione potrà riportarci a dover declinare le parole in latino.
Latino - volgare - lingua italiana. / Lingua italiana - social espressione - latino.
Non tutte le involuzioni vengono per nuocere.





Concetta D'Orazio



venerdì 7 marzo 2014

Sette donne, sette giri

Chi era Ines? Cosa sentiva nella pancia? A chi appartenevano quelle voci?

Sette giri di donna, sabato 8 e domenica 9 marzo in promozione GRATUITA

lunedì 3 marzo 2014

A Carnevale ogni centro commerciale vale




Carnevale ogni scherzo vale? Chi ha rubato quel nostro sano Martedì Grasso che trascorrevamo con la busta di plastica in una mano e con l'altra inguantata alla meno peggio, a gironzolare per le case del quartiere?
Ve lo ricordate voi quando, impagliati nei nostri costumini di Arlecchino, Colombina e Zorro, sempre uguali, ci davamo appuntamento? 
A scuola si stabilivano gli accordi: ci saremmo ritrovati in piazza, alle tre.
A quei tempi le tre erano proprio le tre, non le quindici. 
Il cielo poi era sempre nuvoloso e minacciava pioggia. Era così burbero che ci costringeva a sperare che non piovesse.
E per fortuna che i pomeriggi di febbraio/marzo allora erano piuttosto brevi, non come quelli di adesso che sai quando cominciano ma non sai mai a che ora finiranno, quasi come quelli del mese di agosto.

Insomma, alle tre di un meriggio nuvoloso e tendente a pioggia, arrivavamo in piazza, trafelati, con le nostre buste di plastica vuote. Contavamo di riempirle al più presto, tenendo costantemente monitorato il contenuto delle nostre e quelle dei compagni di avventura.
A noi bambine le gonne di Colombina si intrecciavano sotto le scarpe. Va bene, le dicevamo gonne di Colombina, in realtà questo era quanto ci aveva assicurato nostra madre, allacciandoci addosso un cinturone che tenesse fermo il gonnellone che tenevano riposto, quasi mummificato, in soffitta. Di solito le premurose madri lo riportavano ai lumi del dì pochi giorni prima del Carnevale, preoccupandosi di dargli una spolverata e una mezza stirata all'occorrenza.
Ci facevano contente le nostre mamme: noi bambine saremmo state Colombina, con quel gonnellone. 
Anche noi le rendevamo contente, le nostre madri, facendo loro credere di essere soddisfatte per quel travestimento. Sapevamo bene, per averlo studiato sul sussidiario, che le Colombine, quelle vere, non erano vestite così ma non dicevamo niente. Non è che poi ci interessasse tanto il travestimento. A noi stava a cuore il giro, la passeggiata in gruppo e le visite alle case.

Ci ritrovavamo tutti insieme con i mascheroni sulla faccia che niente avevano a che fare con il costume che portavamo. Quelli avevamo, o per averli acquistati al mattino, nell'edicola davanti alla scuola, utilizzando i soldi che portavamo in tasca per la pizza, o per averli ereditati da qualche magnanimo cugino.
Quelle erano le maschere che si trovavano allora in edicola, avevano caratteristiche un po'  incerte, raffiguravano una commistione di personaggi. Pure il profumo della plastica con cui erano fatte pareva strano.

Del resto anche le edicole erano diverse da quelle di oggi. Beh, edicola è una parola grossa. I giornali allora si vendevano nella puteche (negozietto) ricavata al piano-terra dell'abitazione del proprietario, con il portone di legno che dava sulla strada. La carta dei quotidiani prendeva il profumo del salamino appena affettato che l'edicolante, cioè il gestore della puteche, aveva messo nei panini dei carpentieri che erano passati da lui, prima di recarsi al lavoro.
Ogni cosa, insomma, a quei tempi assumeva una valenza, un significato, un profumo poco definito e molto diversificato. I panini, i giornali.
E pure il Carnevale.

Nessuno di noi bambini aveva la maschera giusta per il travestimento giusto: nel nostro gruppo c'erano gli Zorro con la maschera da diavolo, c'erano gli Arlecchino con la maschera da maialino. Le Colombine poi erano tutte un programma, con quei gonnelloni multicolori e multitasche, rifiniti da visi di plastica raffiguranti vecchie befane, con un neo grosso proprio al centro del mento. Osservandole, osservandoci, non si capiva bene se eravamo state preparate per la festa di Carnevale oppure se eravamo in ritardo con i giri per le case, a finir di consegnare quello che ci era avanzato dall'Epifania.

Eravamo contenti. Aspettavamo il Martedì Grasso da parecchie settimane prima.
Quando ci ritrovavamo nella piazza, eravamo bambini buffi, un po' grotteschi nei nostri travestimenti insoliti ma cercavamo di mostrare i nostri "costumi", per quel che avanzava sotto il cappotto che ci avevano obbligato ad indossare. Come il mio loden verde che lasciavo sbottonato per paura che le persone, guardandomi, non apprezzassero la mise di una Colombina estemporanea.

Iniziavamo subito il giro delle case, dividendo il paese, per meglio organizzarci, in settori da raggiungere in blocco: il quartiere di sopra (lu quarte ammonte), quello di sotto (lu quarte a balle) e le zone periferiche (la vie de la stazione e 'ammonte verse lu campesante).

Bussavamo alle porte, attendevamo che ci aprissero. Recitavamo la poesia sul Carnevale che la maestra ci aveva fatto imparare, attendendo la nostra ricompensa.
Riempivamo le nostre buste di dolci, caramelle e cioccolatini.
A volte ci davano anche le uova e noi le bevevamo così, succhiando dal guscio. E la salmonella non sapevamo nemmeno cosa fosse. Neanche le nostre madri lo sapevano.
Tutto quel che non faceva venire immediato mal di pancia, serviva ad ingrassarci.
Ogni porta delle abitazioni che visitavamo si apriva su un mondo casalingo che la curiosità dei nostri occhi, impenitenti, ispezionava, rimanendo fermi e attenti sugli usci delle case.
Mi piaceva guardare dentro e osservare le vite altrui, cercare di scoprirne i segreti, sentire l'odore che proveniva dalle cucine.

Bambini negli anni '70, ci divertivamo, e veramente tanto, a gironzolare da soli per il paese, cantare, spintonarci e recitare le poesie.
Il nostro però non era il "dolcetto o scherzetto" di inizio autunno.
Eravamo in pieno inverno ed il nostro era Carnevale.
Carnevale e basta.

Come si fa a raccontarlo oggi? Da dove si comincia?
Le mascherine adesso sono tutte precisine: le bimbe con i loro pizzi e merletti da fatina. I bimbi mascherati di tutto punto, ad impersonare i personaggi dei cartoni.
Forse sono troppo perfetti.
Le mamme lo sanno. Ora questi travestimenti non possono rincorrersi lungo le vie del paese, insudiciandosi nelle poltiglie di fango, sfamandosi all'occorrenza con il contenuto di uova giammai pastorizzate.
È finita l'epoca delle poesie.
Caramelle e cioccolatini? Cosa vuoi che interessi oggi ai bimbi di riempire in questo modo le loro borsette?
Uomo Ragno, Batman, Spongebob, Occhi di Gatto hanno comprato chili di insignificanti coriandoli in mezzo a cui rotolarsi.
Le mascherine e i coriandoli hanno assolutamente bisogno di un'ambientazione colorata, splendente. Anche un po' dispendiosa. Non scherziamo.
I centri commerciali li hanno costruiti apposta per questo, no?


Concetta D'Orazio


venerdì 28 febbraio 2014

Il tempo gira e non si ferma.

E se il tempo girasse su se stesso? 
Cosa ci fa un albero di Natale sotto l’ombrellone? 
Cosa ci fa un ombrellone puntato sulla sommità di un albero di Natale? 
La tombola in agosto? 
Il salvagente a dicembre? 


Domani in promozione gratuita


mercoledì 26 febbraio 2014

Diventare famosi con il Self Publishing






Funziona così: un po' ci è sempre piaciuto scrivere. Un po'.
A dire la verità, un pochetto ci è sempre piaciuto pure fare nuoto, giocare a calcio, a tennis, tirare di scherma e ballare sulle punte.
Anzi, eravamo proprio bravi.

Ma questo ora non ha importanza. 
Adesso abbiamo fatto una meravigliosa scoperta: amiamo scrivere. 
Sì, avete capito bene. 
E non importa che tanto giovani non siamo più, o almeno non lo siamo tutti. Quello che veramente ci sta a cuore è che noi da grandi avremmo voluto fare lo scrittore.

Cosa volete che ci interessi che noi adulti lo siamo già da un pezzo?
C'è forse un limite a sognare? Certo che no!
E noi vogliamo fare lo SCRITTORE.
Lo desideriamo davvero così tanto che ci caliamo benissimo nella parte. Creiamo di tutto: blog da scrittore, sito da scrittore, fan page da scrittore. 
Tutto per informare il mondo distratto che noi sappiamo scrivere, scriviamo e scriveremo. 

E che? Gli amici, i parenti, i vicini di casa, tutti lo devono sapere. Anche quelli che fanno finta di niente, guardandoci di traverso, ridendo sotto ai baffi, quando ci incrociano per strada.
Cosa avranno da ridere?
Chi è che voleva diventare pompiere? Anche noi abbiamo un sogno nel cassetto, beh, in fondo in fondo al cassetto, proprio dietro a tutte quelle carte.
Noi abbiamo sempre sognato di buttar giù parole, nero su bianco.

E soprattutto, con cuore magnanimo, abbiamo deciso di voler mettere i nostri scritti a disposizione di tutti. Anche di quelli a cui non importa mezzo fico di ciò che componiamo.
Ma noi siamo munifici e gran signori. Le nostre sono aspirazioni nobili. Non c'è che dire.
Sì, va bene, prima di fare questa scoperta facevamo altri lavori. Ma non stiamo a guardare il capello, figuriamoci a spezzarlo. Quei mestieri con i quali campavamo erano occupazioni provvisorie che ci hanno permesso di mangiare, in attesa di rivelare al mondo che: noi siamo SCRITTORI.

E come si diventa oggi scrittore?
Beh, prima di tutto si strimpella qualcosa, alla meno peggio.
Chi vuole si siede alla scrivania, chi no scrive due righe anche all'impiedi, utilizzando il dispositivo che preferisce: computer, tablet. Anche il telefono va bene per strimpellare.
Una volta messa giù la bozza, si procede ad una prima, spesso anche unica, rilettura. 
Non possiamo stare a perder tempo noi. Abbiamo così tanto da fare!

Passiamo quindi allo step successivo alla stesura, di pari importanza, se non di più: la creazione della copertina.
La cover! La nostra croce e delizia. La cover ci presenta, ci annuncia, insomma: la copertina è il biglietto da visita del nostro libro. 
Decidiamo allora di spendere pure qualche spiccio per ottenere un risultato discreto. Abbiamo risparmiato prima, quando pensammo di non buttare qualche eurino per far leggere quello che abbiamo strimpellato a qualcuno che sa bene come si gioca con la penna. L'eurino ora ci avanza per la copertina.
La vogliamo bella, bellissima. La desideriamo così tanto, la nostra immagine, da sognarla anche di notte. Eh, sì che dobbiamo aspettare, dobbiamo attendere che il grafico ce la fornisca nuova di zecca nella sua confezione col cellophane.

Ma quant'è bella la nostra copertina! Meglio di quel che c'è dentro. Ma che c'importa: dobbiamo farci vedere, prima di farci leggere
E, si sa, se carta canta, copertina parla.

Andiamo avanti. Testo, copertina, sinossi: li abbiamo.
Noi lo sappiamo ma lo sappiamo solo noi.

Ora inizia il bello. Dobbiamo gridare al mondo, sì sempre a quel mondo distratto, che esistiamo come esseri scriventi, prima che pensanti.
Ci accorgiamo così che per poterci fare notare dobbiamo godere anche di un po' di fama. Insomma, dobbiamo diventar famosi, senza inutili giri di parole.
Quale modo migliore di un tuffo social?

Senza tema e con tanto ardimento, ci iscriviamo di qua e di là. Frequentiamo gruppi, ne creiamo altri. E chiacchieriamo, chiacchieriamo, per iscritto naturalmente. E certo, noi scriviamo. Mica pizza e fichi!

Fra di noi, fra i nostri simili, trascorriamo tante ore. Ci diciamo cose. Sempre le stesse cose: e le lunghezze dei giorni di promozione. E la conversione dei file per la pubblicazione. E le case editrici. E quelle a pagamento. Ma tu l'hai controllata la sinossi? Ma hai letto quella recensione? Ma quello chi crede di essere?

Insomma siamo così carini ma così carini, che, in confronto, le sorellastre ricche e brutte di Cenerentola, sembrano tirocinanti.

Continuiamo però a far finta di niente. E ci raccontiamo. Ci confrontiamo. Certi teatrini!
I  più bravi, i più scafati, a cui, in verità, del Self Publishing importa tanto quanto la decennale provinciale di corsa con il papavero, hanno capito qual è il modo per farsi breccia nel cuore degli aspiranti self-scrittori: li aiutano, li consigliano, si fanno in quattro.
Insomma, cercano di fare la scarpetta in compagnia, laddove non avanzano nemmeno le briciole.

Ma ritorniamo ai nostri colleghi. Quelli che sono proprio come noi, motivati da un sincero e serio interesse verso il Sel Publishing.

Quanto ci piacciono i nostri simili, sì quelli come noi. Quelli che avevano il nostro stesso sogno nel cassetto. Tutti l'hanno buttato fuori, il sogno. Alcuni hanno buttato anche i cassetti.
Ne hanno trovato tanti, abbandonati in discariche abusive. Quanti cassetti hanno rinvenuto, lasciati lì da aspiranti scrittori impenitenti.

E chi l'avrebbe mai detto? Fino a qualche tempo fa conoscere uno scrittore era impresa memorabile, da ricordare nell'agenda personale, e ora, all'improvviso, scopriamo di essere circondati da persone che hanno pubblicato uno, due, tre, quattro e tanti a iosa libri?
Quanti autori! Ci sentiamo circondati!

Pensavamo  di aver finalmente trovato la nostra strada artistica: fantastica, meravigliosa.
Il problema è che questa fantastica strada è molto affollata. Affollatissima.
Insomma, cercavamo il modo per farci vedere, notare, LEGGERE.
Ci accorgiamo di avere fatto la scoperta dell'acqua calda.
Tutti insieme, in gran compagnia!


Concetta D'Orazio



lunedì 24 febbraio 2014

Chiacchiere



Avevate deciso di mettervi a dieta, dopo le esagerazioni del periodo natalizio?
Avreste dovuto saperlo che, tempo qualche mese, sareste stati punto e a capo.
E che, Carnevale non lo vogliamo onorare?

Carnevale arriva tosto, tutto grasso a più non posso. Va bene, dai, la rima non si addice ma quanto sono buone le chiacchiere.

Conosciute anche come bugie, queste piccole sfoglie fritte, sono i dolci che meglio identificano il periodo che precede ed accompagna il martedì grasso.
Prepararle non è difficile.
Ingredienti

3 uova
80 gr di zucchero
300/350 gr di farina
40 gr di burro
Un bicchierino di liquore (a scelta)
1/2 bustina di lievito in polvere
1 bustina di vanillina
1 pizzico di sale
zucchero a velo 
Olio per friggere (di semi o olio evo oppure strutto)


Preparazione

Iniziamo con il far ammorbidire il burro a temperatura ambiente. 
Impastiamo la farina con le uova, il lievito, la vanillina, il sale, il liquore, lo zucchero e quindi il burro ammorbidito.
Adesso dobbiamo riporre in frigo l'impasto ottenuto, per una ventina di minuti. Dividiamo l’impasto in piccoli pezzi.
Lavoriamo ognuno di essi con la macchina per la pasta, cercando di ottenere una sfoglia sottile (n°4 della macchina per la pasta).
Formiamo quindi delle striscioline, ritagliandole con una rondella.
Tuffiamo le striscioline in abbondante olio (o strutto), scoliamole quindi su carta assorbente e spolvieriamo di zucchero al velo.







domenica 23 febbraio 2014

Uno scrittore, due scrittori



Pensavamo allo scrittore un tempo, non molto remoto, e subito immaginavamo una persona con la schiena ricurva sulla scrivania, la penna in mano ed un foglio abbandonato al volere delle delicate folate di vento che entravano dalla finestra, aperta sulla campagna.

Dicevamo scrittore e lo identificavamo in un individuo poco fortunato, obbligato a trascorrere l'esistenza tra le sue carte e la noia che accompagnava i tempi lunghi, in attesa della risposta positiva da parte di qualche casa editrice.
In fondo lui, lo scrittore appunto, ci era simpatico.
Eh, certo, consumava i suoi anni migliori, le sue penne e pure le sedie sotto la scrivania.

Lo guardavamo mentre si accingeva a pianificare un unico schema: la trama del racconto, appuntando diligentemente un inizio, uno svolgimento ed una fine.
Il resto del tempo, il nostro eroe lo trascorreva a guardare in aria, nell'attesa paziente dell'ispirazione inviatagli direttamente dal nume poetico o comunque letterario.
Ci era simpatico, senza dubbio, ma quanta pena provavamo pure per la sua tediosa esistenza.

Pensiamo allo scrittore oggi, proviamo ad immaginarlo.
Cosa c'è? Vi rimane difficile? Che problema avete? Non vedete più le carte in balia delle flebili e tenere folate di vento che s'insinuano delicatamente, attraverso la finestra?
No, vi prego non ditemi che non lo immaginate, il nostro eroe, a consumar la noia nell'attesa di improbabili risposte per la pubblicazione del suo libro.

Cosa state guardando? Volete forse dirmi che l'immagine che si presenta ai vostri occhi è sconcertante? Cosa? Lo vedete  al pc.
Beh, è normale, dove volete che sia?

No, non può essere. Mi dite che lo vedete SEMPRE al pc. Lo vedete FOLLE al pc.
E cosa avrà mai da fare di così impegnativo?
Stare su Facebook? Su Twitter? Deve essere dappertutto? Non deve dimenticare nulla e nessuno? Socializzare con quello e con questo.
Deve inventare. Impaginare. Pubblicare. Condividere. Promuovere. Tentare. Aggiustare. Amicare. Mipiaciare. Chattare.

E va bene. Ma quando scrive?

Concetta D'Orazio

giovedì 20 febbraio 2014

Il self publishing e la palingenesi dell'editoria



Tutti che parlano di libri e di scrittura.
E qui e lì.
E le CE... e le BE e le DE.
Questi scrittori che esordiscono. Ah!
Si propongono. Si studiano. Si consumano.
Improvvisamente tutti sono diventati anche editori, editingaioli e correttori.
E pure evidenziatori.
Si amano. Ma un po' fanno finta.

D'altronde le classifiche sono strette, piene di correnti d'aria! Non ci si può star dentro comodamente.
Basta un click e la porta sbatte.
Oggi dico così, ma devo dirlo velocemente e senza dar troppo nell'occhio, ché domani ci sarà l'eco al mio "così".. "'osì" ..."sììì".
E occhio a quello e occhio a questo.
Ma che vuoi? Il report pieno e la moglie ubriaca?
Si continua, in una danza di letterine impenitenti, senza aver mai studiato la prima posizione.
Ma pure sulla seconda ci sarebbe da ridire.
Tanto basta che c'è la salute e qualche refuso da cancellare.
Diciamoli refusi va.
Devastazioni della lingua sono.
Noi però li indichiamo con termine tecnico che fa più chic ed anche più self.
Ma chi vuoi che se ne accorga?

Lettere dritte, storte, oblique. Basta che siano scritte.
Si va avanti, allegramente, chi prima arriva meglio alloggia.
Me poi alloggeranno anche gli altri,
tanto un posticino in classifica non si nega a nessuno,
basta che non sia troppo in alto.

Viva il self publishing, da soli e con molta compagnia!

Concetta D'Orazio

martedì 11 febbraio 2014






A San Valentino regala un cuore,
regala un self


11-15 febbraio
i nostri eBook in promozione


https://www.facebook.com/events/519070504877075/519709138146545/?notif_t=like

martedì 4 febbraio 2014

Coppette in pasta brisée con melanzane cotte al vapore






Le melanzane si prestano agli usi più svariati e alla realizzazione delle idee più strampalate.
Possono andare bene come primo, come contorno e perfino come antipasto.
Domenica scorsa avevo bisogno di portate particolari per un apri-pranzo. Avevo della pasta brisée in frigo (santo rotolo già preparato), melanzane, mozzarella, olive.
Sono riuscita ad ottenere queste particolari coppette. Carine da vedere ma super buone da gustare.
La preparazione, in realtà, non è molto veloce ma il risultato ripaga del tempo perso.

Ingredienti

1 rotolo di pasta brisèe confezionata o anche preparata a mano

1 melanzana nera di media grandezza

1 manciata di olive denocciolate

2 mozzarelle

1 barattolo di conserva di pomodoro a pezzetti

aglio, sedano, carota e cipolla per il soffritto

sale e pepe q.b.


Preparazione

L'operazione più lunga e noiosa da fare in anticipo è la preparazione e la cottura della melanzana. Dopo averla lavata, affettatela e ponetela a cuocere su di una griglia posizionata sopra una pentola con acqua. L'evaporazione dell'acqua consentirà la cottura della melanzana che manterrà così una morbidezza ideale.
In un'altra casseruola fate soffriggere brevemente aglio, carota, sedano e cipolla. Aggiungete la conserva di pomodoro. Fate cuocere per almeno 10 minuti. Unite quindi  la melanzana opportunamente tagliata a pezzetti e lasciate restringere il composto per almeno altri 10 minuti.





Nel frattempo accendente il forno a 180°. Prendete delle coppette di alluminio e rivestitele con la pasta brisée, avendo cura di punzecchiare il fondo con una forchetta.



Mettete il ripieno all'interno delle coppette. Ricopritele con pezzetti di mozzarella tagliata a cubetti e con le olive denocciolate. Io non ho messo le olive intere ma le ho tagliate a metà.


Infornate per una ventina di minuti o comunque fino a quando la pasta avrà raggiunto una colorazione dorata e la mozzarella si sarà distribuita all'interno delle coppette, sciogliendosi.
Le coppette possono essere servite calde o fredde.





domenica 26 gennaio 2014

Gnocchi di patate

Lo so, gli gnocchi vanno di giovedì. Ho capito, non avevo ricetta più originale da postare. Va bene, cercherò di provare piatti più ricercati.

Ditemi voi, con franchezza: è proprio così facile e banale portare in tavola un piatto di gnocchi di patate al ragù?
Sapete bene che non è così. Ci vogliono anni di esperienza, prove innumerevoli per la giusta consistenza, ricerche accurate per il corretto amalgama di farina e acqua.
Insomma non è una cosa facile realizzarli.

In fondo, ammettiamolo, quante volte il nostro sorriso orgoglioso si è smorzato nel guardare il viso dei commensali rattristato dall'aver ingoiato un boccone allappante?
Per questo motivo è necessario cercare l'esatta compattezza della pasta. Solo allora si potrà dire di aver imparato a fare gli gnocchi.


Ingredienti (per quattro persone)

4 belle patate grosse
250/300 gr. di farina 'O
1 uovo
Sale
Ragù (o condimento a piacere)

Preparazione

Sbucciate le patate. Lavatele accuratamente e ponetele a lessare in una pentola con acqua salata.

Fatele raffreddare, poi schiacciatele con una forchetta oppure, meglio, con lo schiacciapatate. Fate attenzione a farle diventare davvero molli, senza grumi.
Mi raccomando: non utilizzate le patate ancora calde!

Ponete la farina a fontana su di una spianatoia, mettete nel mezzo l'uovo precedentemente sbattuto, formate un buchetto con all'interno un paio di cucchiaini di sale.
Aggiungete le patate ed impastate con molta cura.



L'impasto ottenuto dovrà essere morbido ma allo stesso tempo consistente.
Il segreto per una buona riuscita del piatto sta nel saper riconoscere, attraverso l'esperienza, la giusta compattezza (e dunque la giusta quantità di farina da aggiungere).






















Come si fa a sapere quando sì è arrivati ad un buon compromesso fra morbidezza e consistenza? Presto detto: dividete l'impasto iniziale in tanti pezzetti e formate con essi dei serpentelli. Se la pasta rimane compatta, non si spezza ma si riesce a lavorare bene, potete ritenervi quasi sicuri del risultato.



Tagliate i serpentelli, dando loro la forma di piccoli gnocchi. Passateli quindi con una forchetta, per ottenere la striatura necessaria a raccogliere il ragù o il condimento.





Gli gnocchi sono buonissimi conditi con ragù di carne ma si prestano a numerose variazioni sul tema!

lunedì 30 dicembre 2013

L'anno che finisce, post senza criterio


Cosa si fa quando un anno finisce? No, non mi riferisco al momento del cenone, del conto alla rovescia o del tutti in fila a fare il trenino pe-re-pe. Quelle sono occasioni esteriori, tutto sommato di felicità o comunque di contentezza manifesta; quasi una maniera per dissacrare quanto di sbagliato si è condotto o si è visto condurre negli ultimi mesi.
La mia domanda voleva coinvolgere la sfera intima di ognuno, quella dove solo noi sappiamo cosa chiedere e soltanto noi conosciamo le risposte. 



E sì che quel momento giunge e forse non è ben sincronizzato con le ore ventiquattro del 31 dicembre.
Alcune persone è già da qualche settimana che tirano le somme; altre, le più ritardatarie, indugiano impavide. Probabilmente arriveranno a darsi delle risposte che sarà già gennaio. 
Altri ancora, i più ottimisti, faranno finta di niente e tergiverseranno pure a trovarsi una giustificazione.
Il cambio dell'anno c'è ogni anno. Dobbiamo farcene una ragione. 
Ormai dovremmo essere abituati al conto finale e pure alla resa.
Tutti i mesi sono stati belli e tutti i mesi sono stati brutti. Nessuno escluso. 
Cosa si fa allora quando un anno finisce? Cosa si dice? 
Cosa Ci si dice e Ci si promette?
Soprattutto quando si è adulti, cosa si spera? 
Dopo che gli occhi hanno visto di tutto, dal vivo, in tv, sulle scene e dopo che le orecchie ci hanno riferito per sentito dire, per aver ascoltato raccontare?
Tutto. Nel teatrino non è mancato nessuno: i soliti furbi, sempre più numerosi e più incattiviti, hanno dato il meglio di sé. 
Si son visti anche gli onesti ma c'è voluto il lanternino. Stavano dietro dietro a tutti, talmente dietro che ci è toccato immaginarli.
Sono passati i belli, anche troppo belli da non parere di carne.
I brutti erano i soliti, a quelli non si fa più caso.
Poi c'erano i noti, i meno noti. E si son visti pure gli sconosciuti, ben camuffati, è chiaro.
C'erano i ricchi, con le loro auto scintillanti. Correvano per le strade, assaltavano i negozi. Arraffavano le offerte. A tal punto che ti veniva da chiederti: ma se sono ricchi perché fanno la fila davanti alle offerte? E a volte litigano pure?
Gli sconti invece non interessano ai poveri. Quelli  sono rimasti sul ciglio della strada. A piedi, con la targa delle loro auto appesa ad un braccio, il destro.
Sempre più numerosi, sempre più poveri. 
Ho visto addirittura dei vigili urbani che tentavano di regolamentare quel traffico di targhe appese al braccio.
Non erano tutti, eh no. Molti sono rimasti a casa, senza ormai più forze per camminare. Qualcuno proprio non ce la fa. E chi ce la fa, ha riconsegnato pure la targa della macchina. Con cosa volete che vada in giro?
Insomma abbiamo visto tanto. Pure troppo.

Cosa si fa, cosa si dice quando un anno finisce?
Eh, non lo so. Ma visto che questo è finito, dico: meno male.
E che un altro non sia uguale.

venerdì 27 dicembre 2013

Lingua italiana in agonia

Una spietata, ahimè inesorabile, agonia sta consumando la lingua che i nostri padri ci hanno consegnato, limandola e perfezionandola nel tempo.

L'italiano è ormai giunto ad uno stadio terminale. Secoli di salvaguardia, di ripetizioni e di coniugazioni, di segni rossi sui compiti in classe, buttati nel gabinetto.

È stato sufficiente che qualcuno dicesse che scrivere un messaggio sulla tastiera di un telefonino, limitato nei numeri e nei caratteri, fosse più importante che una sana e corretta ortografia, per dare inizio alla fine. 
Alla fine della lingua italiana.

Come se per dire "sto bene, arrivo" fosse necessario accoppare un numero di inconsapevoli vocali, beffandosi di qualunque segno di interpunzione.
E ai messaggi sul cellulare hanno fatto seguito quelli sulle bacheche virtuali dei social.
Le storture hanno avuto il sopravvento, ci si è sentiti improvvisamente autorizzati a scavalcare, quasi con orgoglio, le regole basilari che hanno fatto illustre la nostra lingua.
Come per sortilegio malvagio, sono sparite le lettere maiuscole, non giustificate da alcun segno di punteggiatura. Sì, fare una pausa nel discorso ormai è diventata azione obsoleta.
In compenso hanno fatto irruzione sulla scena numerosi altri segni che, fino a questo tempo, avevano ricoperto un ruolo marginale nell'economia della costruzione delle parole. Le cappa, per esempio.

Così tanti altri simboli strani, comparsi di recente ed assurti a ruolo legittimo di #accompagnatori di parole.
La mostruosità non concerne soltanto l'uso dell'ortografia ma si è allargata anche a coinvolgere l'aspetto propriamente sintattico della questione. 

Chi ha detto che i soggetti devono essere sempre concordati con i verbi o che i complementi meglio che siano presenti ed appropriati?
Forse un tempo ma non oggi. 
Ora si scrive l'essenziale, cosa volete che interessi degli inutili complementi? Lo spazio è poco, il numero delle lettere limitato. Non si può strafare.

Se l'estensione a disposizione per l'espressione scritta è ristretta, tanto vale restringere pure le proposizioni, lasciandole esigue, ridotte all'osso.
Tutto ciò mi provoca dispiacere, ancor di più se si considera che questo stravolgimento non è da imputare unicamente a "penne giovani", vale a dire alla maniera di scrivere che si sta affermando tra le nuove generazioni. 
No, il rammarico è aumentato dal fatto che fra i sovvertitori della lingua ci sono pure tanti adulti, tra cui persone acculturate, insegnanti, insomma proprio chi dovrebbe difendere a spada tratta la conservazione del nostro idioma.

A questi dico: vi costa tanta fatica scrivere con giudizio? È troppo impegnativo lasciar scorrere qualche virgola ogni tanto? 
Che coscienza avete a piantare in giro tutte quelle cappa? E come acconsentite al sacrificio delle vocali? 
Proprio voi che avete l'obbligo di insegnare vi permettete di sgarrare?

Concetta D'Orazio




mercoledì 25 dicembre 2013

Con l'auguravi Buon Natale, vi invito a scaricare il mio libretto "Riprendiamoci il Natale", in promozione gratuita per oggi e domani.