mercoledì 24 luglio 2019

Io e il mio bilinguismo.




Sono cresciuta per metà in italiano e per metà in dialetto.

Il dialetto era la lingua in cui ci si esprimeva a casa e comunque nella vita informale di paese.
L'italiano era la lingua "di presenza".
Forse è stato proprio questo mio perfetto bilinguismo di fondo che mi ha portato a coltivare la passione per la scrittura e a manifestare l'amore senza remore per la lingua italiana. 
Ho amato, ed amo, studiarne l'evoluzione, dalla sua prima espressione classica, il latino. 
L'esperienza di diglossia, che ha accompagnato tutta la mia crescita, mi ha insegnato a non ripudiare, come imbarazzante, l'espressione quotidiana; con orgoglio manifesto questo mio privilegio.

martedì 23 luglio 2019

La rete e la mia solitudine




La Rete è piena.
La Rete è piena di scemenze, di accuse, di #eguardaquello, di #essentiquesta. Si critica, spinti da quel gusto inutile del dire male all'avversario o nella convinzione di sminuire il lavoro di chi lavora. 
La Rete è colma di rinfacci e di rincicci. 
Di teorie, costruite grattando lo specchio, e paragoni con il passato, ai limiti della decenza intellettiva.

Più scorro la mia home e più ringrazio la mia solitudine.

venerdì 21 giugno 2019

Nel dubbio

Non so se ho più sonno o più bisogno di una boccata d'aria fresca. Nel dubbio, non prendo iniziativa. Lascio che sia l'iniziativa a prendere me. (Da: Scritti di riflessione - Nel dubbio ed altre storie di perplessità).

C. D'Orazio

lunedì 6 maggio 2019

Gioielli d'Abruzzo. La presentosa.




Nen fa la presentose!

L'espressione, per quanto burbera e di ammonimento possa parere, molto spesso è accompagnata dallo sguardo tenero e raddolcito di chi, fidanzato, amico o genitore, lancia l'avvertimento, rivolto all'interlocutrice che avanza atteggiamenti di vanità, quasi compiacendone le grazie.
È questa l'immagine che metto a fuoco nella mente, quando penso al significato del gioiello abruzzese che chiamarono Presentosa (La presentose, in dialetto).

Che questo monile, in oro o in argento, potesse rappresentare un dono e dunque un presente, da cui la possibile derivazione del nome, è un'altra supposizione. 
Fra le due ipotesi, preferisco la prima che accosta il prezioso dalla lavorazione articolata e perfetta alla leggera ricercatezza femminile, che ama spesso ostentare quelle finezze che mettono in risalto la propria bellezza.




Così da un tempo ormai passato, la presentosa, che in dialetto pronunciamo la presentosë, con la nostra vocale muta finale, è il dono rivolto alle donne per le occasioni speciali: fidanzamento, parto, ricorrenza.
Il cuore e la stella, in diverse forme di composizione sono gli elementi caratteristici che si accompagnano ad altri simboli significativi che l'orafo, maestro artigiano, decide di tracciare in filigrana sul raffinato ciondolo.

Concetta D'Orazio

La presentosa era già su questepagine.

Abruzzo delle rocche. Roccamorice.


Qui la Majella comanda la vita.
La sua roccia assicura un preciso e diretto riparo agli edifici, case e chiese. 
Con la pietra si perfezionano e si abbelliscono pareti forti a protezione dell'esistenza quotidiana, a sicuro baluardo dalle intemperie.

Così la Chiesa di San Donato Vescovo e Martire, dimora parrocchiale, mostra le pietre che l'adornano ed incastonano la lunetta in cui è raffigurato il Santo, sul portale quattrocentesco.








Con l'assenza dei rumori di una domenica di quiete, all'approssimarsi dell'ora del pranzo, sono entrata per sentire il ragionamento mistico del silenzio religioso.




Dall'interno all'esterno, solo il cinguettio di uccelli, secolari anch'essi come quelle pietre, avverte il visitatore del passaggio. Il dentro e il fuori sembrano ricongiunersi con la meditazione a quel tutt'uno che da lontano dirige l'orchestra dell'esistenza.

Il sasso dovunque fa traspirare l'atmosfera medievale che pervade questa parte del paese.
Il grigio si allarga nelle sue tante tonalità e poi si confonde con il verde del prato e delle piante.




Gli occhi si alzano ad inquadrare l'imponente, al contempo severa ed elegante Chiesa del Barone o Chiesa dell'Annunziata, cappella sconsacrata, di recente restauro ed utilizzata per eventi culturali ed artistici di vario genere.






Tutto il Belvedere, nome che viene dato a questa fascinosa parte del paese, si erge su questa Rocca. Il viandante, il turista, lo studioso, il curioso si affacciano alla balaustra e riescono a coprire con lo sguardo la vallata e l'andirivieni collinare del circondario.

La Rocca è l'altura, la fortificazione posta sulla sicurezza della pietra. Per questo motivo lAbruzzo è terra delle rocche, come dimostrano i nomi di diverse localita.

Roccamorice è pure il paese della meditazione ascetica e della solitudine dell'eremita.

Roccamorice è un comune della provincia di Pescara, appartenente alla comunità montana della Majella e del Morrone.
Ne avevo già scritto qui  e ne scriverò ancora.


Concetta D'Orazio

sabato 13 aprile 2019

Ritratti di Pasqua abruzzese - Fiadonetti

Dei fiadonetti avevo già scritto
Non volevo però abbandonare quella pagina a se stessa, senza rinnovare anche oggi quel gusto molle di bontà che non manchiamo mai di riproporre sulle nostre tavole, soprattutto, ma non solo, a Pasqua.



Fiadonetto è un nomignolo più tenero, forse ad indicare la dimensione contenuta ma bastevole alla voglia. Quel desiderio di cibo di festa che crediamo di avere inventato in un tempo lontano e dunque riteniamo tutto nostro.

Sì, perché l'orgoglio dell'Abruzzo si conta soprattutto, ma non solo, sulla tavola della celebrazione. 
Abbiamo pietanza e bevanda ad onorare ogni ricorrenza festiva.
E ne andiamo orgogliosi.
La difendiamo.
E teniamo in alto quell'onore, come si tiene una bandiera vittoriosa.




Il fiadonetto è una congiuntura perfetta tra il gusto preciso del formaggio e la condiscendenza ad ogni uso, propria delle uova.
Uno sfizio salato che accavalla il profumo del vino bianco, dignitoso contendente dell'olio di oliva, con cui si mescola a dar vita, insieme con la farina, a quell'impasto morbido che formerà i cestini adatti a contenere il ripieno di formaggio.

I fiadonetti, certo, non si possono raccontare in forma di letteratura, almeno non solo in quella forma.
Per questo motivo, aggiungo qui di nuovo la ricetta, rimandandovi per la descrizione più minuziosa della preparazione alla pagina già pubblicata.

Ingredienti per l’impasto

1 bicchiere di olio
1 bicchiere di vino bianco
farina  ”ad occhio”, secondo la famosa teoria della farina che si tira l’impasto, nota anche come teoria ad occhio della genitrice.
due cucchiaini di sale

Ingredienti per il ripieno

250 grammi di formaggio morbido di mucca
250 grammi di formaggio rigatino
6 uova

La preparazione la trovate descritta in questa pagina, ma il profumo vi arriverà soltanto dopo che avrete unito l'impegno alla passione.
Già sento quell'aroma.

Concetta D'Orazio




martedì 26 marzo 2019

Le virgole

Le virgole si mettono. Le virgole si posizionano. Le virgole non si sbagliano. E ogni errore di virgola è un pensiero geneticamente modificato.



#editing #revisione #scrittura

sabato 16 marzo 2019

Rubo il tempo.

La mia passione lo richiede ma quello che riesco a mettere da parte non è mai abbastanza. 
Non ce l'ho e lo cerco.
Non mi basta e lo condanno.
Rimprovero i minuti perché scappano.
Me la prendo con le ore perché si nascondono.
Richiamo indietro i giorni ma essi mi fanno marameo.
Rubo il tempo per scrivere, fino a quando non avrò più la forza di arrabbiarmi per averlo perso.
#tempo #scrittura #selfpublishing

sabato 9 marzo 2019

Il volo delle anime





Un’emozione in prestito,
un ricambio di carezza
è quel sottile pensiero
che da qui mi allontana
mi avvicina in alto.
Mille traiettorie provo
e mi cimento in infiniti tragitti
al fine di veicolare me sulla via,
sulla strada, dove gli spiriti si abbracciano,
ignari d’esser stati un giorno separati,
e dove vivono giocondi
et uniti sempre,
nel posto dell’immagine
dove i cuori non hanno dolore mai.

(Florilegio, giugno 2012)

lunedì 4 marzo 2019

Bagliori di rosso


Ogni rosso nasconde verità.
Del cuore e della testa si sforza di semplificare i sentieri.

Al tramonto di ogni sera,
le nostre sincerità ci chiedono il conto.
Disegnano nella mente il percorso del giorno,
propongono e dispongono.

Poi si allungano e si contorcono.
Si assottigliano, si ammassano.
Gioiscono ma pure diventano malinconiche.

Le guardiamo, cercando di comprenderle invano.
Le ammiriamo e ce ne innamoriamo.
A volte le detestiamo, senza saperle pur allontanare.

Rivolgiamo preghiere e parole.
Non rispondono con la voce.
Disegnano solo i contorni.

E poi si perdono fra i bagliori di rosso.


C. D'Orazio







lunedì 14 gennaio 2019

Bucoblocco di un blog.

In tanti mi hanno chiesto il motivo della stasi del mio blog questepagine.
Io, dico la verità, non ho saputo rispondere. 




Ho provato a fornire, a fornirmi, diverse spiegazioni.
Gli impegni sembrano essersi moltiplicati? Sono pressoché sempre gli stessi. 
La fatica è aumentata? Ma che fatica è necessaria per scrivere almeno un paio di periodi al giorno?
La voglia, sì, ci sono: manca la voglia!
Vorrei poter dire che è vero ma, per sincerità nei miei confronti, non posso affermarlo. Insomma, la voglia non è venuta meno: la mia testa è sempre in movimento, intenta a riflettere su questo o quell'argomento inerente alla lingua italiana, al classicismo, al dialetto, all'auto-pubblicazione.

Dunque, dopo aver analizzato tutte le possibili giustificazioni alle mie manchevolezze scrittorie degli ultimi mesi, non mi resta che arrendermi all'unica, vera causa di tutto questo niente: il blocco. Sì, è soltanto un non meglio spiegabile, di certo ingiustificabile, sicuramente stupido blocco. 

Cosa è un blocco? Un serpente che si morde la coda, fino ad arrivare a spappolarsela con il trascorrere del tempo.
Insomma, si inizia così, la pubblicazione è costante, quotidiana e il resoconto sulle visite riporta quotidianamente soddisfazioni.

Un giorno, una valida motivazione costringe a fermarti. Una stasi momentanea. La ritieni normale, quasi necessaria a riprendere il filo del discorso, dopo una meritata pausa.

I giorni passano e la meritata pausa ti piace. Decidi di godertela ancora per un po'.
I giorni passano e la pagina rimane bianca.
I giorni passano ancora. La pagina bianca sta diventando molesta. 

Hai perso il ritmo, 
hai perso il gioco. 

Hai dimenticato il segno.

Il blocco da innocente macchietta nera su foglio bianco, si allarga. E poi si fa ogni giorno più profondo. Un buco?
Ma non era un blocco?

Un blocco-buco insomma. O un bucoblocco.

Il bucoblocco di un blog.



C. D'Orazio


venerdì 2 novembre 2018

Riflessioni a tempo - La sensibilità

Chi è sensibile vede sempre una propria colpa nello sguardo degli altri. Anche se colpa non ha.
Chi è cattivo legge sempre la colpa infondata nello sguardo di chi è sensibile. Ma sta zitto.

mercoledì 12 settembre 2018

L'età è solo un compromesso

Ti svegli.
Ricordi subito che devi cancellare i sonni un po' nervosi e poco stanchi che ti hanno appena abbandonata, in questa mattina bugiarda che si è ridestata con te. 

Ti alzi, cammini, come hai sempre fatto. Come ricordi che si fa.
Ti fermi, ti pieghi un po' in avanti, in quel gesto che ripeti da anni.
Con la mano ti rinfreschi, ma sei attenta. Lo sai che non devi ancora alzare gli occhi allo specchio.
Ti serve tempo prima di poterti guardare, prima di salutarti con un cenno di provocazione. E ci vuole attenzione per riconoscerti. Per ritrovare davvero quel viso che in fondo ti appartiene da quando sei nata.





Poi lo fai. Con ardimento ti specchi. La faccia è quella, la giri, la riguardi, la riposizioni.
Con l'indice teso le controlli i confini. Sono ancora uguali, forse solo un po' più molli.
Con il mignolo le tiri la pelle: devi renderti conto se è sempre sufficiente alla tenuta. 
Decidi di sferrare un pizzicotto e questo ti rimanda indietro una sensazione di morbido.
Ma non quella morbidezza tenera.
La direi piuttosto una arrendevolezza preoccupante.

Non è possibile! Il caldo fa di questi strani effetti.
Con l'inverno la pelle tornerà alla sua originaria tonicità. E che diamine. Non ho l'età, ti rassicuri. 
Più che altro stai mentendo a te stessa e fingi pure di non esserne consapevole.
Non ho l'età, ti ripeti con più convinzione.

L'età. Che cosa è un'età?
È composta di anni, di momenti, di pause e di desideri.

I desideri, queste strane voglie di avere qualcosa, di gestire il possesso: oggetti, stranezze e anche persone. 
Negli anni che formano la tua età ci sono stati tanti desideri.
Qualcuno l'hai pure accontentato ma i più sono rimasti con te; i desideri si sono fatti matite ed hanno scritto sul tuo volto le date e le persone che hai sognato.
Guardi quella faccia e vedi che i minuti si sono incrociati agli attimi e anch'essi hanno deciso di puntellare quella tua epidermide.

La giornata ti aspettando. Prima di raggiungerla e viverla, meni l'occhio ancora verso su. 
Non ti arrendi. 
Non le rughe, non i segni, non i desideri inascoltati.
L'età è solo un compromesso.

Concetta D'Orazio

lunedì 3 settembre 2018

#latino - 2. L'alfabeto. La pronuncia.

Nel mio articolo precedente, L'indoeuropeo e le prime attestazioni scritte, asserivo di non volermi dilungare in complicate discussioni inerenti alla matrice indoeuropea della lingua latina. Pur rimanendo di questo avviso, inserisco una breve precisazione in merito, prima di proseguire oltre nel progetto che ho denominato #latino

.
Difficile stabilire con precisione la realtà fisica, il territorio originario del primitivo nucleo di indoeuropei. Si ritiene comunque che il gruppo più antico sia venuto in contatto, attraverso varie migrazioni, con popolazioni già insediate in determinate zone. Da un'originaria compagine riferita a popoli stanziati a settentrione, l'indoeuropeo, inteso come fenomeno linguistico, si estese su un'area più vasta compresa fra l'Europa e l'India.

Si formarono così i dialetti, accomunati da un certo numero di isoglosse* e da cui derivarono le varie lingue indoeuropee

Certamente i distinti dialetti sorti in seno all'originario indoeuropeo, nelle diverse aree, risentirono di tante influenze, quali lo stato di avanzamento delle relative civiltà, la situazione geografica, l'intesa o la mancata intesa con le popolazioni confinanti, la capacità di rielaborare le situazioni, compresa la lingua. 
Fu così che l'indoeuropeo poté trovare un sostrato linguistico che reagì a questo incontro in maniera differente, a seconda della zona.

I dialetti diretti discendenti dell'indoeuropeo hanno dunque delle peculiarità comuni che li caratterizzano, prime fra tutte affinità fonetiche, vale a dire relative ai suoni, e quelle semantiche, cioè che  riguardano il significato delle parole.
La struttura grammaticale della lingua indoeuropea può essere ipotizzata, in linguistica, attraverso il confronto fra le varie parlate che si presume siano da essa derivate. 

Continuiamo nel nostro ripasso, ricordando che esso ha soltanto il valore di un compendio di appunti.



#latino - 2

Come avevo già affermato, le prime attestazioni scritte del latino sono di tipo epigrafico. Da esse ricaviamo che la scrittura del latino arcaico aveva solo la forma in maiuscolo.


L'alfabeto latino


A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V X Y Z



Ho evidenziato in rosso le lettere J e U

La lettera j non esisteva nel latino classico ma fu introdotta più tardi, come altro segno per rendere la i.
Il grafema V veniva utilizzato per rendere sia la lettera V sia la U, avendo esso sia valore di vocale sia di semiconsonante.

Le vocali sono:

a, e, i, o, u, y che possono essere lunghe,  brevi  o ancipiti.




La pronuncia del latino.

Oggi leggiamo il latino in maniera molto simile all'italiano, secondo una consuetudine nata all'interno della Chiesa, risalente al IV-V secolo dopo Cristo.
Tale pronuncia è chiamata scolastica tradizionale. Essa si differenzia da quella classica, detta anche restituta, dal verbo restituo, is, restitui, restitutum, restituere, vale a dire "ricostruita", sulla base delle testimonianze che gli studiosi, nel tempo, hanno potuto ricavare dalla letteratura e dal confronto fra varie parlate.

La dizione ecclesiastica prevede che i dittonghi ae e oe si pronuncino come una semplice e  (Caesar - Cesar / Poena - Pena), tranne che in presenza di dieresi.
La y viene pronunciata i.
Ti si rende con z (Latium/Lazium), tranne quando è preceduto da s o da x oppure quando è .
Ph si rende con f (Philosofus/Filosofus).




Concetta D'Orazio



* L'isoglossa è una linea immaginaria, su una carta geografica, utilizzata per distinguere un particolare fenomeno linguistico.

martedì 7 agosto 2018

L'Abruzzo e la tradizione delle conserve di pomodoro.






In questi giorni di caldo, c'è un'incombenza che tiene occupati tanti abruzzesi: preparare le conserve di pomodoro.
Noi diciamo fare le buttije, espressione il cui significato letterale è quello "fare le bottiglie", con riferimento ai contenitori principi del prezioso liquido, le bottiglie di vetro appunto, che vengono utilizzate per raccogliere la passata di pomodoro.



Questo modo di dire racchiude il senso importante della nostra attività casalinga estiva per eccellenza, quella di preparare il condimento per la nostra pastasciutta che possa essere sufficiente ad un intero inverno, utilizzando i prodotti che, in molti casi, provengono direttamente da orti personali, i pomodori appunto.

Di questa tradizione che conserviamo già da tempi antichi ho scritto molte volte, su questo blog e altrove, e non voglio adesso ripetere quanto già detto.

Mi limito a riproporre due dei più importanti miei articoli in merito che trovate qui di seguito.


Ogni famiglia abruzzese ha un posto per le conserve, in dispensa. 
Mio padre tiene il conto di quelle prodotte a fine estate e, ogni anno, fa il paragone con quanto preparato nelle stagioni passate: ne abbiamo di più, ne abbiamo di meno...

Continuate a leggere Le buttije de la pemmadore - L'attrezzatura


«Le sete fiette le buttije?» ( Trad. «Le avete fatte le bottiglie?») 
Ritorno con la fantasia alla mia infanzia.
Nelle ultime settimane prima della riapertura delle scuole, quando gli adulti si incontravano e si salutavano, una delle domande di rito, un po' per consuetudine, un po' per dir qualcosa, era questa: «le avete fatte le bottiglie?» [...]
Continuate a leggere Le conserve di pomodoro




Concetta D'Orazio

giovedì 3 maggio 2018

#latino - 1. L'indoeuropeo e le prime attestazioni scritte

L'hashtag di oggi per una lingua (non) di ieri.


Ci muoviamo per la Rete facendo ricerche continue, ogni giorno, per qualsiasi argomento.
Per rendere fruttuose queste nostre incessanti indagini, appiccichiamo, anteponendolo, ad ogni parola quel simboletto che ormai è entrato nelle nostre vite ed è presente nelle nostre case con la stessa frequenza di una tazzina ancora macchiata di caffè, di un detergente rigenerante, in bilico su bordo di una vasca da bagno, o di una candela alla citronella sui balconi in piena estate, l'hashtag.

Niente da fare, il simboletto # che mi piace chiamare in italiano etichetta è diventato ormai uno dei contrassegni della nostra epoca. Etichettiamo (hashtagghiamo?) di tutto.
Non sappiamo muoverci senza seguire il percorso che l'etichetta ci indica. 
Il cancelletto indicizza tutto. Tutto ciò che fa notizia, fa tendenza, fa scalpore, fa ridere viene incatenato e posto all'interno di questo recinto virtuale, delimitato dall'etichetta.

Se il contrassegno # è cosa del presente, esso può essere anche anteposto a fatti del passato: eventi storici, cultura, antichità, lingue classiche.

Ho pensato bene, dunque, di creare, in questo blog, una sorta di marchio, #latino, per raggruppare e contenere delle brevi lezioni di ripasso della lingua latina. Un lavoro che non si prefigge di essere impegnativo né impegnato, condotto solo attraverso semplici discussioni che permetteranno di rinfrescare la memoria su questa lingua classica.


#latino - 1


Prima di affrontare discorsi più o meno tecnici inerenti alla lingua latina, vorrei presentare una breve premessa.

Il latino appartiene ad un grande ceppo linguistico, vale a dire l'indoeuropeo

Che significato ha questa affermazione? 
Tra il IV e il III millennio a.C., nella zona compresa fra l'Europa e l'India, le varie popolazioni si esprimevano con linguaggi o dialetti la cui somiglianza ha fatto ipotizzare una comune origine, in seno alla famiglia linguistica indoeuropea appunto.

Una lingua, si sa, è il risultato di complessi meccanismi e di numerose dinamiche che coinvolgono il popolo che la utilizza: luogo di residenza, eventuali spostamenti, usi, abitudini, comportamenti, incontro con popolazioni vicine.
Anche il latino, dunque, fu il prodotto di dinamiche di questo tipo, che portò l'originaria matrice indeuropea a differenziarsi nelle varie parlate, tra il latino, il greco, le lingue slave e altre.

Da quando possiamo iniziare a conoscere la manifestazione linguistica particolare del latino?
Le prime testimonianze della parlata latina non sono forme letterarie ma sono attestazioni epigrafiche e archeologiche che risalgono al VII-VI secolo a.C. (Fibula prenestina, Cippo del Foro Romano et cetera).

Non mi voglio dilungare in complicate trattazioni in questo senso, dal momento che lo scopo dei semplici articoli che pubblicherò con l'etichetta #latino è soltanto quello di un ripasso della grammatica. 
L'appuntamento è per la prossima discussione sulla lingua latina.

giovedì, 3 maggio 2018


Concetta D'Orazio