giovedì 23 maggio 2013

Crostata alla crema pasticcera e ciliegie



Quest'anno le ciliegie sono arrivate in ritardo ma sono arrivate buone come sempre.
Quando i piccoli frutti rossi giungono a maturazione mettono sempre allegria sulla tavola. E le mani scappano con malcelata discrezione a rubare le rosse succulenti. 
E si sa: una tira l'altra.




Ingredienti 

per la pasta frolla

250 gr. di farina
90 gr. di zucchero
100 gr. burro
2 uova
2 cucchiai di latte
mezza bustina di lievito per dolci
una bustina di vanillina


Ingredienti 

per il ripieno

Una ventina di ciliegie
2 uova
80 gr. di farina
160 gr. di zucchero
2 bicchieri di latte
scorza grattugiata di mezzo limone

Preparazione

Dopo aver fatto ammorbidire il burro a temperatura ambiente, mescolare tutti gli ingredienti per la frolla e formare un impasto omogeneo. Riporre in frigorifero,

Nel frattempo preparare la crema pasticcera, unendo metà dello zucchero con le uova ed aggiungendo quindi la farina. Separatamente portare ad ebollizione il latte con l'altra metà dello zucchero e con la scorza grattugiata. 

Quando il bollore è ancora agli inizi, spegnere il gas, togliere la buccia di limone, versare il latte nella pentolina con le uova, lo zucchero e la farina. Mescolare e porre per altri minuti la pentolina sul gas, continuando a mescolare fino a quando la pasticcera non avrà raggiunto la consistenza desiderata. Nel nostro caso, si raccomanda di tenere la crema allo stato semi-liquido, in modo che non indurisca troppo durante la cottura in forno.

Far raffreddare la crema pasticcera. Lavare le ciliegie, togliere il nocciolo e tagliarle in piccoli pezzettini che verranno aggiunti alla crema ormai raffreddata.

Togliere dal frigo l'impasto e disporlo in una teglia (diametro 25 cm) precedentemente imburrata ed infarinata, lasciando da parte un pezzetto di pasta. Bucherellare la base della torta con la forchetta, ricoprire quindi con la crema pasticcera. Con il pezzetto di pasta frolla avanzato formare delle piccole striscioline che verranno disposte sulla crema.

Infornare per mezz'ora a forno preriscaldato a 180°.

Lasciare raffreddare, togliere dalla teglia e spolverare con zucchero a velo.

La sera del niente


La notte manca ancora,
il buio non è nero
e la stanchezza non ha ardimento.
Torpor non s’impossessa della mia vista,
dei dolori non mi piange nemmeno il braccio.
Troppo sicura per dormire,
di quietare il pensiero non mi  vien l’affanno.
Mi giro a cercare,
mi arrendo, non trovando.
E riprovo a scandagliare,
mi danno ma non mi inganno.
Provo a desistere, a volte,
m’impegno e mi convinco.
A cuor metter requie, no,
non mi assale necessità!
E ripenso alla sera,
a quella prima di questa notte.
E se questo buio, lo riconosco, è avvilente,
quella prima, sono sicura,
quella è stata… la sera del niente.

mercoledì 22 maggio 2013

Brevi note sulla pubblicazione in autonomia


Assistiamo oggi ad un copioso proliferare sui social network, sui forum, sui siti web, di gruppi di discussione che si propongono di promuovere e sostenere le realtà editoriali autonome, nate grazie alla diffusione della nuova forma dell’auto-pubblicazione. Coloro che sono impegnati direttamente nel settore, scrittori, grafici, lettori, pochi a dir la verità, naturalmente hanno ormai una solida esperienza di questa nuova maniera di produrre libri. Tante tuttavia, nel nostro Paese, sono le persone che non conoscono la natura della pubblicazione in autonomia e si chiedono chi siano questi scrittori indipendenti.
La pubblicazione in autonomia è cosa recente e, come tale, va conosciuta, elaborata prima, quindi accettata e divulgata.
Ma osserviamola più nel dettaglio questa tendenza innovativa.
Se lo scrittore cosidetto “classico” deve pensare semplicemente a scrivere, concentrandosi sulla trama, sui contenuti e sulla forma, l’autore indipendente deve seguire la sua opera, nei minimi particolari senza poter trascurare nulla. Gli scrittori che lavorano in autonomia (Indie) non hanno alle spalle, in virtù di questa loro indipendenza, il lavoro che in casa editrice viene generalmente affidato a professionisti diversi quali il correttore bozze, il grafico, l’impaginatore. L’autore che decide di pubblicare in maniera self deve, pertanto, prendersi cura della sua opera in maniera completa: deve pensarla, scriverla, non dimenticandosi di vezzeggiarla e coccolarla con un’accurata opera di labor limae che non lasci nulla al caso.
I nuovi scrittori necessitano di varie competenze: essi devono essere bravissimi redattori e registi di scena scritta, ma devono possedere anche abilità e conoscenze di tipo più tecnico e addirittura informatico. Tutto ciò ha un prezzo: l’opera finale risponde sicuramente in toto al gusto di chi l’ha prodotta ma potrebbe contenere errori dettati dalla fretta o dalla poca dimestichezza con i supporti informatici.
Per questi motivi occorre che gli autori indipendenti si adoperino per ottenere un confronto continuo con i colleghi e compagni di avventura. Solo così si avrà modo di riuscire a farsi conoscere ed apprezzare, soprattutto da quel pubblico di lettori che ancora legge seguendo i costumi e le abitudini tradizionali.

Concetta D'Orazio

Il pane fatto in casa

Quei pomeriggi un po’ così, con le finestre nuvolanti ed il tepore del nido...

La cucina tutta pare trasudare aromi misti, intensi taluni e alcuni dolci, che, mescolandosi nell’aria, donano alla casa un’atmosfera intima e tranquilla.
La pioggia che batte sui vetri, un po’ di vento che muove le piante, qualche eco dalla tv accesa che parla da sola, mentre tutti sono impegnati a fare altro e nessuno si cura di quel che succede oltre.
L’esistenza pare condursi autonomamente, in quei pomeriggi, quando niente sembra esser programmato e le ore scorrono con noi inconsapevolmente, alternandosi lentamente e avvicendandosi con noncurante apatia. La voglia di buono, di cibo essenziale e poco prezioso. Non piatti ricercati, non vivande selezionate, come quelle limitate  in piatti di prestigio ma desideri più ruspanti e grossolani sembrano provocare arditamente il nostro stomaco. E le nostre mani rispondono, a preparar quel cibo di vita.
Ed è subito pane.









 

      






Ricetta base per pane e focaccia
800 gr farina (‘O)
450 ml acqua tiepida
6 cucchiai di olio
4 cucchiaini di sale
1 cucchiaino di zucchero
1 cubetto di lievito o una bustina di liofilizzato

Ricetta per le rosette al latte o panini al latte
500 gr. farina (250 ‘OO – 250 manitoba)
300 ml latte tiepido
1 uovo + 1 tuorlo
100 gr. di burro
1 cucchiaino di zucchero
3 cucchiaini di sale
1 cubetto di lievito o una bustina di liofilizzato

Preparazione
Amalgamare tutti gli ingredienti.
Se usate il lievito  in cubetti dovete preoccuparvi di farlo sciogliere precedentemente in un po’ di acqua calda. Se usate la bustina, potete mettere la polvere direttamente nell'acqua (o nel latte) dell’impasto.

Quando si preparano i panini o le rosette al latte, inoltre, bisognerà far ammorbidire il burro prima di metterlo nell’impasto.
La pasta che otterrete, unendo tutti gli ingredienti, dovrà essere messa a lievitare per almeno un paio d’ore o comunque fino a quando il volume non sarà raddoppiato.
Si consiglia di coprire la pasta con un canovaccio precedentemente inumidito.

Una volta raggiunta la lievitazione, occorrerà dar forma all’impasto: pagnotte, baguette, filoncini. I panini andranno modellati uno ad uno.

La focaccia andrà messa in una teglia, con l’aggiunta di olio e sale in superficie. Occorrerà, quindi, far lievitare nuovamente il tutto per almeno mezz'ora ed infornare.

Pane, pagnotte baguette e filoncini andranno cotti in forno pre-riscaldato a temperatura molto alta (240°-250°).
Prima di infornare i panini e la focaccia, è opportuno riscaldare il forno a 200° e, mettere una piccola teglia con dell’acqua: l’evaporazione permetterà all’impasto di mantenere una certa morbidezza.

Le zeppole di San Giuseppe







Oggi è la festa del papà ed ho pensato bene di terminare il pranzo con il dolce simbolo di questa giornata: la zeppola, anche detta bignè di San Giuseppe.

Non ne conosco le tradizioni e non mi sono informata, sono sincera, ma ne apprezzo sicuramente la bontà! La zeppola è un dolce molto calorico e non proprio salutare, visto che la pasta base è fritta. Per questo motivo tante persone sostituiscono il bignè base fritto con uno cotto al forno.
Il risultato sarà sicuramente ottimo, non lo metto in dubbio. ma io preferisco di gran lunga la versione “pesante”: tutto sommato è sufficiente non esagerare nelle quantità per non sottoporre a stress il proprio fegato. Il palato, dal canto suo, ringrazierà.

Ingredienti per la base

300 gr. di farina
300 ml. di acqua
200 gr. di burro
tre cucchiai abbondanti di zucchero
un grosso pizzico di sale
5 uova
zucchero a velo

Ingredienti per la crema pasticcera

6 tuorli
200 gr di zucchero
100 gr. di farina
800 ml. di latte
buccia grattugiata i limone
Per la crema Chantilly, dovrete aggiungere alcuni cucchiai di panna montata (4 o 5 a seconda del gusto)

ciliege candite

Preparazione

Portare ad ebollizione l’acqua, il burro, lo zucchero. Al momento del bollore, togliere dal fuoco e aggiungere gradualmente la farina a pioggia. Far scaldare il composto per alcuni minuti sul fuoco.

Quando la pasta si staccherà dalle pareti, togliere la pentola dal fornello, lasciare intiepidire ed aggiungere le uova, una alla volta.
Girare fino ad ottenere un composto omogeneo, aiutandosi o con una frusta o con un impastatore.
Mettere dei quadratini di carta da forno su di un vassoio. Con l’aiuto di un sac a poche, formare sulla carta le zeppole, disponendo la pasta a cerchietto, non troppo grande.

Scaldare abbondante olio e friggervi la zeppole, immergendole con tutta la carta (si staccherà) e rigirandole molto spesso. Togliere le zeppole dal fuoco una volta dorate e disporle su carta assorbente.

Crema
Preparare  la crema, sbattendo dapprima i tuorli con metà dello zucchero, aggiungendo quindi la farina. Scaldare il latte in un pentolino con l’altra metà dello zucchero ed il limone.

Quando il latte inizierà a bollire, unire gli altri ingredienti e continuare a scaldare sul fornello, girando ininterrottamente fino a che il composto non risulterà cremoso.

Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare. Unire alla crema alcuni cucchiai di panna precedentemente montata per ottenere un buon effetto “chantilly”.
Guarnire le zeppole con la crema, mettendo anche una ciliegina alla sommità del dolcetto.
Cospargere di zucchero a velo.

La pizza fatta in casa






Una tradizione italiana conosciuta e imitata, ahimè quasi sempre in maniera fallimentare, in tutto il mondo. Non c’è niente da fare: la pizza è italiana. Non c’è compleanno, non c’è festa, non esiste rinfresco o merenda in cui non sia previsto, sul tavolo dei banchettanti un posticino, per le pizze. La pizza ha sempre risolto tanti problemi: quando i vari «Cosa preparo?», «Cosa offro?», «Cosa faccio trovare?» assalgono all’improvviso, la risposta è sempre una e una sola: «Pizza!».  E la soluzione è la stessa anche per parecchie serate: la pizzeria è luogo di aggregazione per qualunque età, un compromesso fra gusto ed economicità, quando si ha voglia di cenare o anche di pranzare fuori. E quando si sta in casa? Quando si ha voglia di quel non so che un po’ pizzoso ma non si vuole uscire? Fare la pizza in casa non è affatto un’impresa incredibile, anzi! La preparazione e la ricetta della pasta base sono molto semplici; la farcitura è il momento più divertente in cui ciascuno può mettere alla prova la sua fantasia ed il suo gusto.


Ingredienti per quattro persone (quattro pizze rotonde c.a)
800 gr. di farina ‘O
500 di acqua tiepida
2 cucchiai di olio
2 cucchiaini di sale
1 cucchiaino di zucchero
1 cubetto di lievito o una bustina di lievito liofilizzato

Preparazione
Impastare tutti gli ingredienti, avendo cura di far sciogliere prima il lievito (qualora sia a panetto) in un po’ di acqua. Lasciare lievitare per un paio d’ore o comunque fino a quando la pasta non avrà raddoppiato il suo volume. Stendere l’impasto: la tradizione dice che non si deve usare il matterello ma, che rimanga fra di noi, esso è un ottimo aiuto, soprattutto quando si va di fretta. Posizionare la pasta sulla teglia da pizza e farcirla, iniziando prima con uno strato di olio e sale e quindi aggiungendo tutti gli ingredienti desiderati (pomodoro, funghetti,  eccetera). Accendere il forno (200°) e lasciare la pizza a lievitare ancora per un po’ di tempo. Infornare la teglia dapprima nella parte bassa del forno e, trascorsi 15 minuti, passarla nella parte alta. La mozzarella non va messa subito ma aggiunta cinque minuti prima della fine della cottura della pizza.

Le "pizzelle" abruzzesi

 




Per noi abruzzesi forti e gentili non esiste festa, compleanno, Natale, Pasqua, cerimonie e matrimoni, senza le pizzelle.


Eh sì, somigliano molto ai waffel dei Paesi del Nord, ma le pizzelle, quelle originali, sono solo nostre. 

Ogni abruzzese porta nel cuore il profumo di questi dolci fatti con uova o farina. Quelli di mamma o, meglio ancora, di nonna che, chissà perché, sono sempre i più buoni! 




Le pizzelle sono nei vassoi di dolci delle feste, ma anche sulla tavola delle merende quotidiane, magari riposte nelle scatole di latta dei biscotti, dove non perdono di fragranza e di morbidezza.

E come si preparano? Il procedimento è semplice ma occorre possedere un apposito ”attrezzo”, pena l’impossibilità di realizzare i dolci: il ferro da pizzelle appunto, una piastra con lunghi manici, da posizionare sul fuoco del gas. Esiste anche la versione elettrica che, però, a parer mio, non rende la fragranza originaria di quei dolci ma li fa sembrare sempre più simili ai waffel.

Ecco la ricetta per un vassoio di dolcetti. Ricordo che, come tutte le preparazioni che si tramandano di nonna, in mamma, in figlia, le dosi degli ingredienti sono sempre “ad occhio” (come la mia genitrice m’insegna!), vale a dire che la realizzazione delle pizzelle è frutto di un’accurata esperienza che si perfeziona soltanto con la pratica e con l’occhio critico che misura sempre meglio di una bilancia di precisione. 

Fornirò la ricetta per 6 uova, corrispondenti ad un vassoio medio di dolci. Il numero può essere naturalmente aumentato a seconda della quantità che si desidera ottenere.  
Sarà comunque sufficiente ricordare che per ogni uovo è necessario un cucchiaio di zucchero e due di olio.

Ingredienti

6 uova
6 cucchiai di zucchero
12 cucchiai di olio EVO (Extra-vergine di oliva)
farina q.b. (o quanto l’occhio ne ritiene opportuna)
mezza bustina di lievito vanigliato per dolci
la buccia grattugiata di mezzo limone

Preparazione

Mescolare con cura tutti gli ingredienti, iniziando dallo zucchero con le uova, aggiungendo quindi l’olio, la buccia grattugiata di limone, la mezza bustina di lievito e, in ultimo, la farina.

Non tutti mettono il lievito, io preferisco usarne un po' (un paio di cucchiaini, corrispondenti grosso modo a mezza bustina).

Come regolarsi con la farina? Il composto dovrà risultare né troppo liquido né troppo solido: versandolo da un cucchiaio, dovrà essere filamentoso.  Sarà opportuno naturalmente provare una piccola quantità di impasto nel ferro per capire la giusta consistenza dei dolci.

Il ferro dovrà essere opportunamente riscaldato prima di poter fungere all’uso. Io sono solita anche ungere l’attrezzo prima dell’utilizzo, onde evitare che la pasta si attacchi in fase di cottura. Dalle foto si potrà capire la consistenza e lo spessore dei dolci.

A proposito di spessore, voglio sottolineare che esiste una differenza fondamentale tra le pizzelle in uso nei paesi del chietino e quelle che si consumano nella zona del pescarese: queste ultime, chiamate anticamente neole, “nuvole”, si caratterizzano per essere più dure e più friabili delle pizzelle vere e proprie. 
Lo spessore del ferro con cui si realizzano è minore e, generalmente, l’impasto è più duro e si ottiene con l’aggiunta di una maggiore quantità di farina.

Una volta che il ferro si sarà ben riscaldato, si verserà una piccola parte (mestolo) del composto e si farà cuocere a fuoco vivace, avendo cura di girare diverse volte l'attrezzo in maniera da riscaldare entrambe le parti.

Dolci di Pasqua: la “pupa”e il “cavallo”

 





E’ antica usanza abruzzese regalare, per Pasqua, dolci a forma di pupa (bambola) alle bambine e dolci a forma di cavallo ai bambini. I fidanzati un tempo erano soliti scambiarsi cuori realizzati con la stessa semplice pasta: uova, farina, burro (oppure olio).





L’impasto di base è una normale pasta per biscotti. L’originalità sta nel modellarla, all'interno di una teglia coperta di carta da forno, e nel darle la forma di bambola, se destinata ad una bambina, di cavallo se il dono è destinato ad un bambino oppure di cuore se si desidera regalare questo enorme biscotto al proprio compagno o alla propria fidanzata.






Una volta ottenuta la forma desiderata ci si può sbizzarrire a decorarla con perline, fiori e cuori, magari di pasta di zucchero.

Ingredienti

4 uova
500/600 gr. di farina (L'esatta quantità dipende dalla durezza dell'impasto)
200 gr. di zucchero
15o gr. di burro
1 bustina di lievito vanigliato
mezza buccia di limone grattugiata
perline e altre decorazioni a piacere

Preparazione

Amalgamare con cura tutti gli ingredienti, iniziando dalle uova con lo zucchero, aggiungendo quindi la farina, il burro precedentemente sciolto, la buccia di limone ed il lievito.

Formare un impasto omogeneo.
Nel caso risultasse troppo molle, aggiungete un po' di farina. Per riuscire a regolarvi con la quantità, tenete presente che la pasta dovrà essere facilmente "lavorabile".
Un segreto: tenete la pasta in frigo per una decina di minuti, prima di procedere al "taglio" delle forme. Rimettete dentro quella che non vi occorre nell'immediato, in maniera da consentire al burro di rimanere sodo.
Mettete l'impasto su di una una teglia ricoperta di carta da forno.
Lavorate con le mani fino ad ottenere la forma desiderata (bambola, cavallino, cuore). Le foto possono esservi di aiuto.

Decorare a piacere. Infornare a forno pre-riscaldato a 180 °, fino a quando l’impasto avrà assunto un colore tendente al brunastro (ma non troppo cotto!).


Da quel luglio nessuno le aveva più dato confetti perché lei non piangeva.
Ma Filomena aveva continuato a non piangere [...] 
Da Nero di memoria, l'Abruzzo di ieri 


Produzione del 2015








La porchetta abruzzese

In Abruzzo non c’è fiera, non c’è mercato, non esiste festa in cui non sia presente, nel suo posto generalmente fisso in ogni paese, ad un lato della strada, il furgoncino del “porchettaro”, vale a dire dell’omino o dell’omone, spesso baffodotato, che taglia la porchetta calda e fumante e te la offre come farcitura in un succulento panino.

Le origini della porchetta, vale a dire il maiale cotto al forno, sono  molto antiche e varie zone del Centro Italia se ne contendono i natali. Per mangiare la porchetta, tuttavia, non occorre dover aspettare le feste comandate: a casa è possibile produrne una molto simile a quella del porchettaro. Come? Cuocendo della semplice ventresca di maiale in forno. Fortunato chi può disporre di un forno a legna.


Ingredienti

Un chilo e mezzo di carne disossata di maiale, tipo ventresca, meglio se non molto grassa
Sale e pepe q.b.
Aglio, rosmarino e spezie per arrosti

Preparazione

“Aprire” il pezzo di carne, come è possibile vedere dalla foto. Spargere il sale, pepe, l’aglio, le spezie. Avvolgere la carne in rotolo e chiudere tutto con uno spago da cucina. Mettere in forno sui 200° gradi.
Si rende necessario applicare alla base del forno una teglia con acqua, in modo da rendere l’atmosfera di cottura molto umida.
Cuocere per almeno 2 o anche 3 ore, fino a quando si sarà formata la crosticina attorno alla carta.

Tagliare con coltello elettrico e servire ancora calda e croccante.

Fiadonetti di Pasqua




I fiadonetti abruzzesi sono rustici che vengono preparati a Pasqua ma non solo. Li si può trovare in quasi tutti i buffet di festa. Inutile dire che sono buonissimi.

Così come per tutti i prodotti della tradizione la cui ricetta si tramanda di mamma, in nonna, in zia, in cugina, anche la preparazione dei fiadonetti è soggetta a variazioni che dipendono dalle varie località, dai gusti e dagli umori del momento.

Proporrò una ricetta base, passibile di modifiche personali. La quantità degli ingredienti, in modo particolare della farina, è pressoché impossibile da indicare, dal momento che ho avuto la ricetta da mia madre, strenua sostenitrice della teoria che non si può indicare con precisione la quantità della farina necessaria alla preparazione, ma che bisogna procedere “ad occhio”.

Insomma è la famosa teoria della farina che si tira l’impasto, nota anche come teoria ad occhio della genitrice.


Ingredienti per l’impasto

1 bicchiere di olio
1 bicchiere di vino bianco
farina  ”ad occhio” (vedi "teoria della genitrice")
due cucchiaini di sale

Ingredienti per il ripieno

250 grammi di formaggio morbido di mucca
250 grammi di formaggio rigatino
6 uova

Preparazione
Disporre la farina a fontana e versare nel mezzo il bicchiere di olio, il bicchiere di vino bianco e il sale.
Impastare, inglobando la farina gradualmente fino ad ottenere un composto morbido facilmente lavorabile con il matterello.
Stendere la pasta ad uno spessore di circa mezzo centimetro.
Con il bordo di un bicchiere (o con altra formina adeguata) tagliare dei dischi rotondi con i quali si andranno a foderare gli stampini di alluminio.

Preparare il ripieno, mescolando i due tipi di formaggio, con le uova e disporlo all'interno degli stampini.
Con la pasta avanzata, formare striscioline da applicare a croce sul ripieno.

Cuocere per 30 minuti circa, a forno preriscaldato a 200°.


La mamma spartì i nove dolcetti. Ne diede quattro ad ognuno dei figli. Ne lasciò uno solo per lei [...]


da Nero di memoria, l'Abruzzo di ieri

Cheesecake ai molti formaggi

 

Diciamolo, tutti lo conosciamo questo dolce così tanto “ammericano”, ma in pochi hanno le idee veramente chiare sulla sua realizzazione. E, infatti, nemmeno le mie lo sono. Propongo questa versione rivisitata, dopo innumerevoli gugolate, e adattata ai nostri gusti italiani che non amano troppo le sciccherie delle decorazioni americane, ma preferiscono un gusto preciso e determinato.
La copertura del dolce può essere realizzata a piacere di ognuno, tenendo conto dei gusti propri e dei propri commensali.

Ingredienti
Per la base
Una quindicina di biscotti secchi
120 gr. di burro
2 cucchiaini di miele
Per la crema
1 confezione da 250 gr. di formaggio spalmabile (tipo Philadelphia o Quark)
1 confezione piccola di panna da montare
100 gr. di ricotta
100 gr. di margarina
120 gr. di zucchero
1 bustina di vanillina
un cucchiaino di succo di limone

Preparazione
Tritare i biscotti (con la macchinetta trittatutto oppure a mano) ed amalgamarli con il burro precedentemente sciolto. Foderare una teglia e sistemare i biscotti tritati a formare una base di un paio di centimetri di altezza. Riporre la teglia così preparata in frigo per almeno una mezz’oretta.
Preparare la crema, amalgamando prima il formaggio con lo zucchero; aggiungere quindi la ricotta, la margarina ammorbidita, la vanillina, il succo di limone e, alla fine, la panna precedentemente montata a neve, avendo cura di girare il composto molto delicatamente in maniera da non far smontare la sudetta panna.
Sistemare la crema così ottenuta nella teglia con la base di biscotti.
Guarnire la parte superiore a piacimento (marmellata, cioccolata, ecc.)
Riporre in frigo per almeno due ore prima di consumare il dolce.
Note: questa è la ricetta del cheesecake freddo: esiste anche la variante dello stesso dolce cotto in forno, che prevede l’aggiunta di qualche uovo nell’impasto della crema.
Qualcuno unisce ai formaggi anche alcuni fogli di colla di pesce precedentemente sciolti, nel latte per favorire l’indurimento dei formaggi. Io non ho messo la colla di pesce, potendo contare sulla potenza di un frigo del tipo “no-frost”.

Seven Deaths - Sette strane storie


Oggi vorrei consigliare  questa raccolta di racconti di cui ho curato la prefazione.
Questa la sinossi dell’autore, Ercole De Angelis

Sinossi

E’ una raccolta di sette racconti, il cui flebile filo conduttore è la morte, non ci sono eroi in questi storie, ma uomini e donne che raccolgono la sfida di ogni giorno. Strane storie, dove fantasia e cruda realtà si mescolano in un miscela affascinante. Noire, thriller, fantastico, psicologico, epico c’è di tutto. Il tema comune della raccolta segue un itinerario volto all’analisi psicologica dei vari protagonisti delle storie che si trovano, in modi e tempi diversi, a dover rendere conto della propria vita. Poesia, crudeltà, amore, cinismo, fantasia, coraggio si intrecciano tra il caos e i rumori del mondo per determinare e disegnare in mille sfumature la vita e il destino dei protagonisti.

Il pettegolezzo

Il pettegolezzo è la disfatta dell’intelligenza.
Il pettegolezzo uccide ogni esperimento di buon senso e di perspicacia.
È infido, ambiguo, è viscido da far ribrezzo.

Lo dico a chi di maldicenza si nutre e si circonda: smettete di vomitar malignità, di sorridere con sorrisi artefatti. Finitela di impossessarvi della fiducia di chi ve la offre, per poi girarvi dall'altra parte e tirare frecce avvelenate contro quella buona fede di chi si è avvicinato a voi. Falsi! Ipocriti!

Fra altri esseri superflui,  spendete le vostre inutilità. E fate gruppo e comunella, sbeffeggiandovi tra di voi, l’uno con l’altro, l’uno contro l’altro. Prima vi azzannate e poi vi sorridete, prendendovi in giro voi per primi. Teatranti di infimo rango!

Chi di pettegolezzo si bea non ha nient’altro che possa stimolare la sua amenorroica esistenza. Come potete occuparvi dei fatti altrui? Come potete soppesare le felicità di altri, misurare i loro godimenti, monitorandone costantemente la  durata e la consistenza? La spiegazione è una sola: le vostre soddisfazioni personali sono inesistenti. Per questo motivo cercate appagamento in quelle che non vi appartengono. Ma il furto è un peccato. E per il peccato si paga pegno.

Lo dico a chi farebbe bene ad occupare quel tempo inutile che si ritrova: cucinatevi le vicende vostre. Conditele con l’aceto dei vostri rimorsi. Saporitele con le spezie che avete lasciato nel vostro vasetto stracolmo di rimpianti.
Cucinatevi le vicende vostre. E poi digeritele, che l’indigestione delle vicissitudini altrui può far molto male, a volte.

Pluviae crepitum amo

Pluviae crepitum amo quod hic vellicat cogitare atque lassitudines meas erigit.
Tempus est requiescere.

L'ignoranza dell'approssimazione e della vanità

Odio l’approssimazione in tutte le sue forme: la disprezzo quando è voluta, non la considero quando, sebbene non cercata, è accettata. L’ansia di fuggirla mi assilla e mi danna. Non mi rassegno, tuttavia, a far di essa una ragione. Questa mia argomentazione può sembrare superba ed, in effetti, lo è. Se esser superbi significa tendere costantemente alla perfezione, in ogni momento, in ogni circostanza ed in ogni causa, posso dire di essere superba. Meglio superbi che approssimativi. Di gran lunga meglio. Se il mondo tutto, dalla sua nascita, non avesse mirato a perfezionarsi, l’umanità sarebbe rimasta nel suo torpore primordiale. Se qualcuno non si fosse impegnato a superare l’approssimazione nel procurarsi il cibo, oggi saremmo ancora con la faretra in mano; se qualcuno non avesse livellato lo strato di sassi sul sentiero sotto ai suoi piedi, oggi saremmo ancora con i talloni insanguinati, mentre con le braccia scanseremmo i rovi che ostruiscono il cammino e che nessuno, con superbia, si è mai preoccupato di ripulire. L’approssimazione è roba di tutti, della moltitudine impegnata esclusivamente a consolare le sue necessità primarie, il cibo, il freddo, la carnalità e la vanità. E la vanità, sì proprio quella, a mio vedere, si configura come l’esatta antitesi della ricerca della perfezione: il vanitoso è costantemente rivolto a dare immagine di sé come colui che si prodiga per il bene della comunità, preparando per essa banchetti insaporiti con l’inganno e con l’abbaglio, presentandosi con vesti luccicanti e con capelli inamidati. La moltitudine, affamata, gli crederà, accetterà di sedersi a quei banchetti, porterà in bocca quelle illusioni insaporite di vanità, riconoscendolo come proprio condottiero, dal momento che apparirà a loro come quello più capace di vestirsi e rivestirsi con la più stupida ostentazione del nulla. Fra quei molti, tuttavia,  ci sono sempre taluni sagaci e degni di rispetto, che seguono quella compagnia, nella speranza di poterla convincere ad aprire gli occhi e di mostrarle il vero bene che dev’essere perseguito. E quelle persone s’impegneranno sempre con coraggio e convinzione; è cosa nota, purtroppo, che, in mezzo ai molti, quei pochi buoni ed ottimi, sono destinati a perdere la loro peculiarità, riassorbiti dal comportamento negletto dei più. E questo è un dispiacere. I pochi potrebbero allontanarsi dai molti ma, spesso, talune condizioni non lo permettono. E, così, continuando a rimanere in quella schiera, saranno inevitabilmente destinati a perdere la saggezza che li contraddistingue. Le azioni di gruppo continueranno ad essere di pressapochismo e colui che è stato eletto a capitano, pur nella sua pochezza illuminata, saprà condurre quel manipolo disordinato, condannato all’approssimazione, allettandolo con promesse di miglioramento, facendogli credere di essere il salvatore della comunità, costringendolo, a sua insaputa e crudelmente, a favorire lui,  nella sua ascesa verso i lidi dell’ignoranza. E sarà semplice ottenere il consenso di quegli adepti, basterà farli sentire migliori, quasi come lui, importanti ed essenziali per tutti gli altri. E chi meglio può sentirsi essenziale agli altri se non colui che non si sente sufficiente a se stesso?

L’isola del libro che c’è ma non si tocca


Questa era la volta buona, dovevano arrivare in tempo! Apprestò ogni cosa per bene: cibo, acqua, vele di ricambio, remi di scorta, coperte e sottocoperte… che creano sempre l’atmosfera! E soprattutto preparò lei, la sua Isotta, tirandola fuori dagli ormeggi con delicatezza, spolverandola, lucidandola e rimettendola a nuovo con un paio di mani di vernice, alternando il giallo e l’arancione, usando un blu cobalto per ripassare il nome sulla fiancata.
Dopo il veloce restauro, la mise nuovamente nella sua postazione.


Giovannino, a dir la verità, non era molto pratico di navigazione, anzi, ad esser sinceri, non sapeva proprio manovrare la sua piccola imbarcazione. E a voler essere ancora più puntuali, Giovannino non aveva mai navigato in vita sua!

La teneva lì, sulla riva, attraccata al molo, la sua barchetta; ogni pomeriggio, alle sedici precise, prima di andare ad aprire la sua oreficeria, passava lungo la battigia, salutava la sua piccola Isotta e cercava di confortarla:
«Ora sei qui sola soletta, in mezzo al nulla, senza compagnia. Lo so, lo so, Isotta mia, non ci sono triremi, né navi da crociera. Lo capisco, ti capisco, non ce la fai a stare così, da sola, mia Isotta, senza nemmeno un pedalò, né la benché minima galea. Tutto cambierà, vedrai, presto questo porto si riempirà, arriveranno altre imbarcazioni, a mille e mille: scialuppe, chiatte e canotti. Un tripudio di natanti! Abbi fede, adorata Isotta.
Vedrai, anche il mare arriverà!»

La consolava così, ogni giorno, e se ne andava ad alzar la serranda del suo negozio.

Quel pomeriggio, tuttavia, Giovannino, passando davanti alla sua barchetta e vedendola affranta come di consueto, senza nemmeno una spanna d’acqua su cui potersi mantenere a galla, cercò di fare l’indifferente, non le rivolse nessuna considerazione e se andò, voltando la testa dall’altra parte.
Prefigurava già che le avrebbe fatto una gran sorpresa, di lì a poco, quando si sarebbe presentato con equipaggio e croceristi, con personale di bordo, collaboratori sulla plancia, tutti al suo comando.

In fretta, Giovannino attraversò “Vico delle idee”, girò a destra in “Via delle impaginazioni”, giunse sulla piazza “Piazza Grande Megapixel”, e, con estrema velocità, quasi i suoi piedi stessero digitando su una tastiera del pc, rischiando di travolgere il Signor TOC che, ansimando e tossendo, cercava di attraversare le strisce pedonali, colorate a gradiente, con tre o quattro sfumature di bianco, si diresse al lavoro.

Arrivò alla sua oreficeria. Alzò la serranda, aprì la porta a vetri, andò al bancone e scrisse, rigorosamente su un foglio A4 con orientamento verticale, con font in maiuscoletto, – chiuso per ristrutturazione -. Dopo aver attaccato il foglio A4 alla vetrina del negozio, Giovannino girò la chiave e, cheto cheto, mi piace mi piace, si chinò dietro al bancone ed aprì, grazie ai suoi muscoli, gonfiati a forza di ZIP, il portellone della botola sotto i suoi piedi, scansandosi naturalmente…

Era lì che aveva dato appuntamento a quella formidabile combriccola, mobile assai, che l’avrebbe accompagnato nel suo viaggio verso l’Isola, la sconosciuta “Isola del Libro che c’è ma non si tocca”.
In realtà, Giovannino che aveva ben studiato le carte nautiche, sapeva che l’Isola esisteva, era pulsante di vita, ma i suoi paesani, si sa, avevano la testa più dura di un forum al femminile! E quindi a quella gente occorreva mostrar i risultati, far vedere le foto di quell’isola, in formato jpeg però, per non appesantire le menti!

Con i muscoli guizzanti di ZIP che, a furia di regger quel peso di troppi byte, stavano già cedendo alla tentazione dell’UNZIP, Giovannino continuava a tener alzato il coperchio della botola, attendendo che tutti i suoi sottoposti, le sue sottoposte pardòn, giungessero in superficie e si presentassero.

L’appuntamento era per le 16.30: alle 16.28 solo una timida D era arrivata in anticipo. Giovannino l’aiutò ad uscire e l’appoggiò sul bancone, emettendo un fischio sonoro per richiamare le altre. Alle 16.32, contò i suoi asserviti, le sue asservite pardòn, c’erano la M, c’era la B, c’erano le cinque piccole vocaline, in bikini, of course.

Qualcuno mancava. Ma poi arrivò.
«Sei sempre l’ultima, Z, monella!» la redarguì Giovannino.

In fretta in fretta si misero in fila, Giovannino aprì la porta, le fece uscire e, con lui a capo della banda, fecero il cammino inverso a quello di prima, ripercorrendo tutta la piazza, svoltando in “Via delle Impaginazioni”, addentrandosi nel “Vico delle idee”. Non incontrarono il Signor TOC, che aveva già attraversato una ventina di volte, avanti e indietro, le strisce pedonali; lo videro che si riposava su di una panchina, al lato della piazza, mentre assumeva un ansiolitico, accompagnandolo con una spremuta di segnalibri che la moglie aveva raccolto, in primavera, dalla pianta dell’Indice che teneva in giardino.

La F alzò per un attimo gli occhi, verso la finestra del quarto piano dell’antico palazzo signorile in stile giustificato. Notò un fuggevole sguardo indagatore dietro le imposte non perfettamente allineate e pensò.
Eccola là, l’impicciona!

La signorina Recensione, infatti, zitella irrancidita a causa di lunghi anni passati a commentare con astio e riluttanza, mai prodiga di complimenti, trascorreva così, nella perfetta emarginazione dell’anonimato, il suo tempo, attendendo il climaterio ormai alle porte. Pur essendo consapevole che la sua fine sarebbe arrivata presto e che il posto che le sarebbe toccato sarebbe stato accanto ad altre perfide come lei, sulle pagine non di carta di un libro senza colla, abbandonato in un giardino, tuttavia perseverava nella sua ostinazione di giudizio malevolo e mordace.

Al passaggio dell’ultima lettera della compagnia, dopo averne studiato per bene, posizione e significato, pensò che quelle discole la avevano proprio sfinita, con quel loro schiamazzo e vocìo.
Per dimostrare il suo astio, la signorina Recensione, aprì per bene le imposte della sua finestra e buttò in testa alle malcapitate un secchio colmo di stelle, singole però, o al massimo appaiate a due a due!
Ma l’allegra compagnia non si perse d’animo e continuò quel viaggio, intonando in un gioioso coro di mp3, un melodioso file, libero da copyright!

Giovannino andava avanti e, dietro di lui, tutte le altre o tutti gli altri, le lettere o i caratteri insomma,  A,  B,  C e così via. Ben presto egli si rese conto che quelli, per combattere la loro obesità, avevano, in passato, smesso di essere statici e, grazie ad accurati esercizi di fitness e di revisioni automatiche, erano diventati mobili, mobilissimi. Erano così agili e scattanti che Giovannino teneva a fatica quel passo, anche a causa della sua ernia patologica: il dottore lo aveva avvisato, dopo aver guardato il referto degli esami di routine che mostrava un innalzamento del livello delle royalty nelle urine:
«Stia molto attento, Giovannino, se non mantiene bassa l’assunzione di carboidrati e chiddippì rischia di far implodere il suo report. E poi sarà necessaria la rimozione dell’intera libreria, con buona pace del suo account! Si trattenga, Giovannino, si trattenga!»

Il poverino aveva ascoltato la terribile notifica ma non volle condividerla, visto che non aveva capito niente; egli aveva continuato, sebbene non più giovane, a fare la vita di sempre e a digitare a pieni polmoni, come avesse ancora 20 dpi!

Giunsero sulla riva del mare senza acqua, dove la povera Isotta senza mare, perché l’acqua mancava appunto, trascorreva mesta le sue ore in solitudine. Al suono del coro in mp3, un sussulto al motore e un tremore alla chiglia la fece destare dal suo torpore.

Giovannino guidava le piccole ma grandi mobili e, dopo averle presentate ad Isotta, le fece salire sul ponte di comando ma poi decise di separarle e di inviarle ognuna verso la propria missione.

La B naturalmente la mandò a poppa: vedendola ben dotata di tette, non poteva che essere messa a poppe, ehm, a poppa.
La O la collocò al timone, dal momento che, per via della sua piacevole rotondità, ancora un poco obesa a dir la verità, sembrava facile alle curve.
La C la mise di vedetta, a guardar se qualcuno oltrepassasse i limiti e si facesse troppo le faq degli altri; un incarico di grande responsabilità! E infatti, la C divenne antipatica a molti, ma non a tutti!
La H la tenne vicino a sé, però, temendo un possibile ammutinamento. Quella giovane -H-aveva tendenze da megalomane e, tendeva a scivolar dove non le competeva, eclissandosi, pigra, allorquando di lei si aveva davvero bisogno: doveva essere tenuta a bada!
Isotta era così contenta di avere compagnia che, a causa di quella felicità, aveva il motore traboccante di commozione ed i suoi occhi si riempirono di lacrime e di note a piè di pagina. E piangi a interlinea singola e piangi a interlinea doppia, in breve tempo tutto il primitivo asfalto multimediale si riempì di acqua e formò una distesa di download da fare invidia all'Oceano Atlantico!

Navigarono nel mar del web per tanto, tantissimo tempo, circa quindici minuti.
La loro connessione, infatti, non era molto veloce. Giovannino si pentì per non aver pensato al fatto che in quella zona mancasse l’addiesselle ma se ne fece una ragione: la felicità di Isotta prima di ogni cosa.
E comunque lui e le sue mobili compagne avevano un altro scopo importantissimo: trovare l’”Isola del libro che c’è ma non si tocca” e portare le testimonianze, documenti puntodoc, o meglio ancora in piddieffe e tante tante foto in formato geipeg.

Attraversarono tutto il web, imbattendosi spesso in mostri marini, draghi e cammelli. Sì, appunto, nel mar del web ci sono anche i cammelli in ammollo, gli stessi che cercano refrigerio dopo aver sudato, sudato come un cammello appunto.
« Ma questo è un mare fantasy!» esclamò con entusiasmo la giovane N.
« Speriamo di non andare a fondo!» ribatté contrariata l’anziana P.
E così, facendo rapidi collegamenti ipertestuali e salti fulminei di link in link, la S scorse da lontano un isolotto, proprio nell’esatto punto in cui era indicato sulle carte nautiche.
«All’isola!» allarmò la combriccola,
«All’isola!» risposero in coro, questa volta in Wawe però.

Solo la U rimase in silenzio: essendo intollerante al Wawe, girava ognora con la paura di avere uno shock anafilattico e dunque si portava sempre appresso pastiglie di Midi.
Giovannino e le sue mobili governarono per bene Isotta, favorendo l’attracco alle coste. E qui, rivolgendosi alle sue prodi, le invitò ad ammainare le vele e sbarcare ma prima volle ricordare loro la missione per cui avevano navigato così a lungo:
«Compagni, compagne! Siamo giunti qui, sull’”Isola del libro che c’è ma non si tocca”, con un incarico preciso. Voi, valorosi rappresentanti della stampa a caratteri mobili, dovete ora raggrupparvi, per tema e per categoria, creare eccellenti gruppi, comporvi armoniosamente, con garbo, con raffinatezza nello stile e nella forma, per creare libri mobili anch’essi, oh quanto mutevoli, ma pregiati e perfetti, come i colleghi sulla carta, affinché chicchessia non abbia a dire che sono scadenti e di bassa qualità.
E noi dobbiamo inoltre, io insieme con voi, dimostrare l’esistenza di una forma di scrittura alternativa, ma non in concorrenza. Avanziamo in pace, con bandiera bianca.
Per mille megabyte! A terra!»

E quelle scesero, in ordine, compìte, allineate.
Un gendarme, sulla riva, controllava i documenti di ognuna ma non trovò nessuna senza permesso di soggiorno.
Quando Giovannino mostrò al questurino la sua carta d’identità, sbiadita e senza nemmeno un pixel di saturazione, questi, contrariato, ma senza troppo contrast, gli chiese:
«Scusi ma lei ce l’ha una copertina? Una copertina d’effetto?»
SFINE
Ho scritto S-fine? Mannaggia ai re-S-fusi!

Concetta D’Orazio

martedì 21 maggio 2013

Erre di refuso: scostumatezze d’inchiostro

Dicesi refuso, un millantatore di verità, mascherato da professionista di qualità: si cinge, l’infame, con giocondo filo nero di inchiostro.

Alla prima volta, il tuo occhio impegnato nel suo giro d’inquisizione, passa oltre, quasi snobbandolo. E con aria spocchiosa, lui, il tuo occhio presbite ma anche miope, ignorerà quel negletto giro di penna, non curandosene, quasi fosse invisibile, anzi sicuramente impercettibile.

Al secondo giro, la pupilla tua, giunta nel loco in cui lo scellerato ha dimora, sentirà il bisogno di richiedere alla mano un forte gesto di assistenza ed essa, accorsa prontamente, provvederà a strofinare quell’occhio con veemenza. L’impegno, tuttavia, anche questa volta sarà vano: quell’ errore, quella creatura malmenata dalla natura infingarda del foglio, scamperà di nuovo il pericolo, il rischio di esser cancellato, o al limite di venir risanato.
Sfuggirà così la triste sorte anche la seconda volta.

E la terza? La terza pure passerà: subdolo quel guaio tenterà di mimetizzarsi, fischiettando con indifferenza, quando la ronda incaricata dal commando della revisione farà il suo giro, il terzo appunto, di ricognizione.

E ci fosse anche il quarto. E ci fosse anche il quinto, quello la scamperà.

E tu, tu che l’hai creato, sia pur con inconsapevole procedimento, ti dannerai per quell’obbrobrio, ti condannerai e ti malmenerai, quando, passando per ventura, su quelle note ormai pistate e decorate, poserai per caso e per sventura quel tuo sguardo trasognato sulle carte sudate, fermandoti su quell’infingardo punto nero, su cui vomiterai addosso il tuo dolore, pur misto di rancore e impudicizia: «E  chi sei tu, maledetto? Dov’eri quando mi apprestavo a detergere le scostumatezze delle mie pagine? Sotto quale gamba di tavolo ti eri accucciato, per sfuggire alle mie nefaste perquisizioni? Che il cielo ti condanni, ti chiuda in punizione per il  dolore procurato! I fogli miei ti denuncino, ti sanzionino a vivere nella vergogna che, per il solo fatto che tu esista, è ora anche la mia! In eterno!»

Brevi note sulla pubblicazione in autonomia

Assistiamo oggi ad un copioso proliferare sui social network, sui forum, sui siti web, di gruppi di discussione che si propongono di promuovere e sostenere le realtà editoriali autonome, nate grazie alla diffusione della nuova forma dell’auto-pubblicazione. Coloro che sono impegnati direttamente nel settore, scrittori, grafici, lettori, pochi a dir la verità, naturalmente hanno ormai una solida esperienza di questa nuova maniera di produrre libri. Tante tuttavia, nel nostro Paese, sono le persone che non conoscono la natura della pubblicazione in autonomia e si chiedono chi siano questi scrittori indipendenti.
La pubblicazione in autonomia è cosa recente e, come tale, va conosciuta, elaborata prima, quindi accettata e divulgata.
Ma osserviamola più nel dettaglio questa tendenza innovativa.
Se lo scrittore cosidetto “classico” deve pensare semplicemente a scrivere, concentrandosi sulla trama, sui contenuti e sulla forma, l’autore indipendente deve seguire la sua opera, nei minimi particolari senza poter trascurare nulla. Gli scrittori che lavorano in autonomia (Indie) non hanno alle spalle, in virtù di questa loro indipendenza, il lavoro che in casa editrice viene generalmente affidato a professionisti diversi quali il correttore bozze, il grafico, l’impaginatore. L’autore che decide di pubblicare in maniera self deve, pertanto, prendersi cura della sua opera in maniera completa: deve pensarla, scriverla, non dimenticandosi di vezzeggiarla e coccolarla con un’accurata opera di labor limae che non lasci nulla al caso.
I nuovi scrittori necessitano di varie competenze: essi devono essere bravissimi redattori e registi di scena scritta, ma devono possedere anche abilità e conoscenze di tipo più tecnico e addirittura informatico. Tutto ciò ha un prezzo: l’opera finale risponde sicuramente in toto al gusto di chi l’ha prodotta ma potrebbe contenere errori dettati dalla fretta o dalla poca dimestichezza con i supporti informatici.
Per questi motivi occorre che gli autori indipendenti si adoperino per ottenere un confronto continuo con i colleghi e compagni di avventura. Solo così si avrà modo di riuscire a farsi conoscere ed apprezzare, soprattutto da quel pubblico di lettori che ancora legge seguendo i costumi e le abitudini tradizionali.