mercoledì 22 maggio 2013

L'ignoranza dell'approssimazione e della vanità

Odio l’approssimazione in tutte le sue forme: la disprezzo quando è voluta, non la considero quando, sebbene non cercata, è accettata. L’ansia di fuggirla mi assilla e mi danna. Non mi rassegno, tuttavia, a far di essa una ragione. Questa mia argomentazione può sembrare superba ed, in effetti, lo è. Se esser superbi significa tendere costantemente alla perfezione, in ogni momento, in ogni circostanza ed in ogni causa, posso dire di essere superba. Meglio superbi che approssimativi. Di gran lunga meglio. Se il mondo tutto, dalla sua nascita, non avesse mirato a perfezionarsi, l’umanità sarebbe rimasta nel suo torpore primordiale. Se qualcuno non si fosse impegnato a superare l’approssimazione nel procurarsi il cibo, oggi saremmo ancora con la faretra in mano; se qualcuno non avesse livellato lo strato di sassi sul sentiero sotto ai suoi piedi, oggi saremmo ancora con i talloni insanguinati, mentre con le braccia scanseremmo i rovi che ostruiscono il cammino e che nessuno, con superbia, si è mai preoccupato di ripulire. L’approssimazione è roba di tutti, della moltitudine impegnata esclusivamente a consolare le sue necessità primarie, il cibo, il freddo, la carnalità e la vanità. E la vanità, sì proprio quella, a mio vedere, si configura come l’esatta antitesi della ricerca della perfezione: il vanitoso è costantemente rivolto a dare immagine di sé come colui che si prodiga per il bene della comunità, preparando per essa banchetti insaporiti con l’inganno e con l’abbaglio, presentandosi con vesti luccicanti e con capelli inamidati. La moltitudine, affamata, gli crederà, accetterà di sedersi a quei banchetti, porterà in bocca quelle illusioni insaporite di vanità, riconoscendolo come proprio condottiero, dal momento che apparirà a loro come quello più capace di vestirsi e rivestirsi con la più stupida ostentazione del nulla. Fra quei molti, tuttavia,  ci sono sempre taluni sagaci e degni di rispetto, che seguono quella compagnia, nella speranza di poterla convincere ad aprire gli occhi e di mostrarle il vero bene che dev’essere perseguito. E quelle persone s’impegneranno sempre con coraggio e convinzione; è cosa nota, purtroppo, che, in mezzo ai molti, quei pochi buoni ed ottimi, sono destinati a perdere la loro peculiarità, riassorbiti dal comportamento negletto dei più. E questo è un dispiacere. I pochi potrebbero allontanarsi dai molti ma, spesso, talune condizioni non lo permettono. E, così, continuando a rimanere in quella schiera, saranno inevitabilmente destinati a perdere la saggezza che li contraddistingue. Le azioni di gruppo continueranno ad essere di pressapochismo e colui che è stato eletto a capitano, pur nella sua pochezza illuminata, saprà condurre quel manipolo disordinato, condannato all’approssimazione, allettandolo con promesse di miglioramento, facendogli credere di essere il salvatore della comunità, costringendolo, a sua insaputa e crudelmente, a favorire lui,  nella sua ascesa verso i lidi dell’ignoranza. E sarà semplice ottenere il consenso di quegli adepti, basterà farli sentire migliori, quasi come lui, importanti ed essenziali per tutti gli altri. E chi meglio può sentirsi essenziale agli altri se non colui che non si sente sufficiente a se stesso?