domenica 29 giugno 2014

Peperoncini piccanti in olio d'oliva.





La prima conserva di peperoncini piccanti non si scorda mai.
Sì, non si dimentica, soprattutto se, nella vostra totale inesperienza ed ingenuità, non avrete pensato di indossare un paio di guanti da cucina, prima di iniziare a prepararla.

Fate attenzione! I peperoncini sono infidi. Non vi danno subito il tormento: non appena li avrete aperti e avrete cominciato a lavorarli con le vostre manine, non sentirete subito il bruciore. Per questo continuerete a lavorare, prima di rendervi conto di quello che vi aspetta. 
Una volta che la capsaicina (il principio attivo che rende piccante il peperoncino) sarà entrata in contatto con la pelle delle vostre mani, potete stare sicuri di contar tutte le stelle del firmamento. Il bruciore vi accompagnerà per diversi giorni!


Ingredienti 

Peperoncini piccanti (una quindicina di medie dimensioni)

Sale grosso

Spicchio di aglio tritato

Olio E.V.O. (extravergine di oliva) 


Preparazione

Dopo aver indossato i guanti da cucina, lavate i peperoncini e asciugateli per bene.
Tagliateli quindi a rondelle molto piccole. 
I semi possono essere tolti ma anche lasciati: dipende dai gusti.
Mettete in una ciotola i peperoncini tagliati e ricopriteli con sale grosso, avendo cura di girare varie volte e far aderire bene il sale. 




Aggiungete, mescolando, l'aglio tritato.
Ponete ora il composto, così ottenuto, in un colino. Ricoprite con carta da forno e mettete sopra un peso (un pesante ferma-carte o altro). Posate il colino in un vassoio che possa contenere l'acqua che uscirà dai peperoncini così pressati.




Lasciate riposare per una notte.
Il mattino seguente, dopo aver fatto bollire per bene il recipiente che avete scelto per la conserva in maniera da sterilizzarlo, togliete il peperoncino dal collino, adagiatelo su carta da forno e togliete il sale, come meglio potete, aiutandovi con un pezzetto di carta da cucina (ce li avete ancora i guanti?!). Non riuscirete a toglierlo tutto, ma cercate di fare del vostro meglio. Quel sale potrebbe capitare inevitabilmente sotto i vostri denti.
Mettete ora i peperoncini nel vasetto e versatevi dentro l'olio che dovrà ricoprire per bene tutto.






Chiudete il vasetto con l'apposito tappo, ponetelo in una pentola piena d'acqua e portate ad ebollizione. Lasciate sul fuoco per mezz'ora, quindi spegnete e fate raffreddare il vasetto nell'acqua di cottura.
Controllate infine di aver ottenuto il sottovuoto.








venerdì 27 giugno 2014

Luna senza Inverno - Alberto Camerra


Cari amici, 


ogni nuovo libro porta dentro di sé una storia: l'autore la sente e si mette in ascolto. Poi si posiziona comodo ed inizia a mandarla fuori, cesellandone l'anima.
Ogni libro, dunque, nasce essenzialmente da un moto interiore. Chi scrive è colui che avverte impellente il bisogno di comunicarlo agli altri.
In una narrazione si possono mettere in evidenza inconsuete necessità, diversificati racconti, numerosi punti di vista.
Chi si appresta a conoscere un nuovo romanzo lo fa con la comprensibile pretesa di trovare tutto questo nel testo che ha scelto.
Anch'io avanzai questa richiesta, in cuor mio, quando accettai di leggere l'ultimo lavoro di Alberto Camerra.

Ho voltato le pagine di Luna senza Inverno, animata da crescente entusiasmo, accompagnata dall'autore che mi ha condotta nei campi non recintati di una natura ancora non sottomessa alla mano dell'uomo. 
Ho conosciuto la vita dei nativi americani, alle prese con le ipocrisie del mondo moderno.
E ho incontrato Tami, la protagonista del romanzo, il cui animo appare sospeso fra una dolcezza incontaminata, come la terra da cui proviene una parte della sua generazione, e la forza del temperamento femmineo.

Lasciatevi anche voi appassionare dalla storia di questa ragazza, contesa da due uomini e con una grande responsabilità sulle esili spalle.


Qui potete trovare la mia recensione/presentazione



Concetta D'Orazio




La pagina web di Luna senza Inverno













L'autore, Alberto Camerra

lunedì 23 giugno 2014

Roccamorice - Eremo di San Bartolomeo in Legio ed Eremo di Santo Spirito a Majella

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 ...vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
 (Dante, Inferno, canto iii)



Dante lo classificava fra gli ignavi e lo metteva tra coloro che in vita non furono peccatori ma nemmeno si distinsero per opere buone. Molti identificarono questo personaggio in Pietro da Morrone, l'eremita che divenne papa, con il nome Celestino V.
Al soglio pontificio preferì rinunciare solo dopo cinque mesi.

Penso che Pietro fosse tutto tranne che un ignavo, nel mentre mi addentro lungo quel sentiero. Dante non me ne voglia.
Gli scarponcini da trekking non fanno avvertire la durezza del terreno che si fa morbida nelle zone tenute bagnate dall'umidità ristagnante negli anfratti più nascosti al sole. Non doveva essere così per i piedi non protetti dell'anacoreta.
Il sentiero inizia in maniera pressoché lineare ma la garanzia che rimanga tale per tutto il tragitto si rivela ben presto un'utopia.
Il camminamento si nasconde tra l'erba, i rovi. La natura circostante sembra prendere il sopravvento, abbracciandoci con i suoi colori, con i profumi e tenendoci compagnia con il rumore di qualche animale che si nasconde ai lati della stradina naturale che diventa sempre più stretta.



In momenti come questi la mente pare trovare requie, troppo concentrata ad estasiarsi davanti al giallo proprio giallo, al rosso proprio rosso e al bianco senza macchia.


Andiamo giù. Come scendeva Celestino, come scendevano i giovani che avevano deciso di seguire quel mistico, poco avvezzo ai contatti del mondo, bisognoso di congiungersi al cielo attraverso la solitudine.


Celestino non poteva essere un ignavo. Continuo a ripetermelo, mente entriamo nella roccia, respirandone la maestosità e palpandone la durezza. Pietro aveva scelto questo luogo come suo rifugio ascetico, uno dei tanti che lui abitò.
Il sentiero dentro la roccia è scalfito sul fianco della montagna, divenendone un'arteria quasi naturale.





E la pietra accoglie la vita dell'essere laconico.


La statua di San Bartolomeo custodisce quel tempo di niente e quel rumore dell'ascesi.




Sono entrata nell'anima della montagna.
Ripercorrere il cammino all'indietro è ora duro e non solo per i muscoli delle mie gambe.
Si torna al mondo, dopo aver saggiato quell'atmosfera rarefatta di pensiero e di silenzio.

Il nome di Pietro da Morrone è legato agli anfratti più nascosti della nostra roccia.
Saliamo, a poca distanza.
Anche Santo Spirito originariamente nacque come eremo, poi divenuto complesso monastico.
La montagna trattiene pure questo meraviglioso luogo di culto, avvinghiandolo e fermandolo fra le braccia robuste di pietra.




Si alzano gli occhi e nella roccia sembrano scorrere le immagini della vita dei monaci celestini che lì trascorrevano i giorni della loro spirituale esistenza, nella congregazione fondata dallo stesso Pietro da Morrone ed approvata nel 1263 da papa Urbano IV.
Visitiamo i luoghi di quel fermento religioso. Assaporiamo l'umidità del corridoio a piano terra. Infine ci innalziamo alle pendici del monte che ora ci accalda con la sua temperatura, ora ci rinfresca con la brezza.



Di nuovo a fatica occorre staccarsi da quella pietra benedetta, tornando a far le cose del mondo.


L'eremo di San Bartolomeo in Legio e la Badia di Santo Spirito a Majella si trovano nel comune di Roccamorice (PE).

Concetta D'Orazio



















lunedì 16 giugno 2014

Serramonacesca - Badia di San Liberatore a Majella ed Eremo di S. Onofrio





Scellerati quei piccoli sassi che scivolano sotto alle scarpe. Ti mettono alla prova. Misurano la tua abilità a tenere l'equilibrio. Il piede vacilla. È necessario evitare ogni distrazione.

Si sale ripidamente, il sentiero è stretto e gli scalini naturali, arrangiati sui sassi, sulle radici di piante ingrossatesi sotto il peso dei secoli e venute in superficie.
Quei metri che, in altri momenti, sarebbero sembrati di poca fatica da percorrere, ora assumono misura infinita: si sale verso il cielo.
È lì che stiamo andando. Lo capisco dal limite delle nuvole di questa strana mattinata quasi piovosa. 
Ci stiamo dirigendo dove le nubi si sono fermate a riposare.
Ci sarà da camminare in salita. 
Ma la forza c'è.
Il cielo è lontano. Lo sento, lo avverto dal mio respiro d'affanno.
Le gambe sono quasi indolenzite, a macinare le distanze di quel gravoso calle. 
E c'è pure la determinazione




Quando il sole decide di far ritorno, non concedendo requie al sudore dello sforzo provocato dall'ascesa, si giunge.
Le nubi sono veramente scese, forse ad appoggiare con una contraria leggerezza il peso di quella roccia.
È la pietra della Majella.





Quel masso e la sua imponenza sovrastano l'eremo. 





E, all'interno, il verde del muschio fa da contorno al bianco della roccia, alle spalle della statua S. Onofrio.



L'esperienza è di meraviglia: l'umidità riscalda quella poca metratura quadrata di spazio rivolto alla meditazione.
È lì, proprio sotto alla montagna.
L'Eremo di S. Onofrio, a 725 m. di altitudine, si fa risalire ad un periodo compreso fra l'XI e il XIV secolo, ad opera dei monaci benedettini della vicina Abbazia di San Liberatore. Sembra che li andassero a far ritiro di silenzio.

La discesa è più veloce ed il cuore sembra respirare con più regolarità, insieme al ricordo della visione di poco prima.
A pochi metri, più sotto, c'è la Badia.



L'Abbazia di San Liberatore a Majella, antico monastero, si erge mantenendo una maestosa dignità, a scalfire il tempo che attorno ad essa si ferma, isolandola nella sua elegante semplicità.



Straordinario modello abruzzese di architettura romanica. L'interno è a tre navate e tre absidi.
Il pavimento è a mosaico e l'ambone è quello tipico abruzzese del periodo.



L'Abbazia di San Liberatore a Majella e l'eremo di S. Onofrio si trovano nel comune di Serramonacesca (PE), "serra dei monaci".

Il mio consiglio è quello di far visita a questi luoghi antichi di contemplazione, dove la religione sembra essersi fusa con le credenze e le usanze di popoli schietti.

Concetta D'Orazio



domenica 15 giugno 2014

Bominaco e l'antica Peltuinum

Sono le gite inaspettate, quelle che non avevi previsto, i giri che ti portano nei posti che non conoscevi e che neppure immaginavi esistessero, così splendidi.
Come al solito, ci mettiamo in macchina con una meta approssimativa in mente. 
Ci dirigiamo verso l'aquilano. Sì, d'accordo, dire "aquilano" è troppo dispersivo, visto che la zona non si esaurisce in un ristretto territorio. 
Ma a noi piacciono i giri con divagazione, quelli in cui guardi la segnaletica stradale, soprattutto quella marrone, posta ad indicare località di interesse di vario tipo.
Amiamo i viaggi che ci fanno scoprire le meraviglie del paesaggio e dell'architettura del nostro Abruzzo.

Capita che, nel mentre si è impegnati a guardare la strada e a scegliere la direzione, si rammenti un paese o un posto di cui avevamo sentito parlare.
Questa volta decidiamo subito: abbiamo un vago ricordo di una località chiamata Bominaco, frazione del comune di Caporciano (AQ).
Seguendo le indicazioni, ci dirigiamo lì. Dobbiamo salire un po', il borgo medievale si trova a circa 1000 metri di altezza.


Giunti sulla sommità della collina, le parole si fermano: su un lato, in alto, si scorge il Castello risalente al XIII secolo. Dall'altra parte c'è l'Oratorio di San Pellegrino che si dice sorga sui resti di una costruzione risalente addirittura alla volontà di Carlo Magno, se è così è da intendere il riferimento di un'iscrizione al "Re Carlo". L'oratorio fu poi ricostruito dall'abate Teodino nel 1263.
Un avviso presenta il numero di telefono del custode, da chiamare per poter entrare.
Qualcuno era arrivato prima di noi ed aveva provveduto ad avvisare. All'interno dell'oratorio abbiamo trovato così una guida, molto gentile e preparata. 
Al nostro ingresso, abbiamo scoperto un patrimonio troppo poco conosciuto quanto meraviglioso: affreschi risalenti al XIII secolo raffiguranti storia sacra, il calendario monastico ed una raffigurazione in formato gigante di San Cristoforo. Tutte le pareti ne sono interamente ricoperte.
I colori vivacissimi e vari lasciano l'ignaro visitatore sbalordito. Così ci siamo sentiti noi, inconsapevoli di trovare un tesoro prezioso.


Occorre salire, ancora qualche metro, dietro l'oratorio: qui si trova la Chiesa di Santa Maria Assunta, (XI-XII secolo), a tre navate. Chiesa ed oratorio appartenevano ad un antico monastero risalente al primo periodo del Cristianesimo.
All'interno si conservano colonne con capitelli in stile corinzio.








L'aria è fresca, il silenzio regna ed è raffinato, inframezzato solo dalla voce di alcuni visitatori che commentano quelle meraviglia quasi a bassa voce, ad evitare forse un disturbo sonoro al luogo che conserva, nel ricordo di epoche passate, la storia di un'antica comunità.

È difficile decidere di allontanarsi da quel posto. Il pensiero vorrebbe fermarsi ancora.
Lo facciamo, concedendoci altro tempo per assaporare ancora il fascino dell'atmosfera rarefatta e di meditazione.

Il Castello (XII-XIII sec.) sorge di fronte al monastero. Per raggiungerlo è necessario un tragitto abbastanza faticoso, lungo il sentiero che porta in alto.
Ne vale decisamente la pena.





Sulla sommità della collinetta, la visuale è mozzafiato. Ci affacciamo da quei resti di fortificazione, sostando proprio sotto la Torre di avvistamento:  avvertiamo quasi la responsabilità di custodire, con la vigilanza, la tranquillità dei borghi, i paesaggi ed il chiostro sottostanti.




Sulla via del ritorno, a pochi chilometri da Bominaco, abbiamo fatto un'altra fermata. La segnaletica ci avvisava che sull'altura alla nostra destra, nel territorio compreso fra Prata d'Ansidonia (AQ) e San Pio delle Camere (AQ), si conservano i resti archeologici, in parte ancora da portare alla luce, dell'antica città di Peltuinum (I A.C. e I d.C.)


 



Terra colta e di sapere, l'Abruzzo è ancora da scoprire e sicuramente da valorizzare.

Concetta D'Orazio





sabato 14 giugno 2014

Autori a confronto - Come ti aggiusto il file



Il nostro bel romanzo è pronto per la pubblicazione. Lo guardiamo per l’ultima volta, è preciso, editato e corretto. Presto lo vedremo brillare là, sugli scaffali virtuali della libreria online.
Nel mentre ci deliziamo, immaginando il libretto confezionato, ci rendiamo conto che manca un passaggio  fondamentale. Aiuto!
Per poter pubblicare  il testo  è necessario formattarlo e convertirlo nel formato richiesto dalla piattaforma scelta per la pubblicazione.


Antonella Sacco, Roberto Bonfanti, Mario Pacchiarotti e Concetta D’Orazio illustrano il  procedimento di formattazione e conversione del file.



Autori a confronto


L’impaginazione, la formattazione e la conversione del file di testo


Quali sono i passaggi cui uno scritto deve essere sottoposto, dopo la redazione, prima del caricamento del file nella libreria virtuale in cui verrà pubblicato?
Ogni piattaforma, generalmente, ha le sue regole da seguire per l’impaginazione. È bene rispettarle in maniera da evitare spiacevoli risultati finali.
I  miei consigli derivano dalla esperienza personale.

1. Impaginazione e formattazione del testo

Dopo aver scelto un font (controllate se nella guida non si faccia riferimento all’uso di qualche carattere predefinito) ed aver dato grandezza pari a 11/12 punti (dipende dal tipo di font), proseguo formattando la pagina (precedentemente impostata in A4) con la giustificazione del testo e la centratura del titolo, in neretto, dei vari capitoli. L’interlinea solitamente la scelgo di 1,5 righe e, in genere, preferisco non mettere spaziatura dopo l’invio, a meno che non io non voglia inserire una pausa forte nel discorso. Non è una regola ferrea questa ma dipende dal tipo di testo e dai "respiri" che si vogliono eventualmente dare ai vari paragrafi.
Io preferisco non impostare margini alla pagina, se non quelli che vanno in automatico, ma so che c’è chi mette spaziatura di 1.5 o 1.7 a destra e sinistra.
Alla fine di ogni capitolo aggiungo una interruzione di pagina. Questa è assolutamente necessaria perché permette al nuovo capitolo (o comunque alla nuova sezione) di andare nella pagina successiva. 
Si eviterà così di trovare quella inestetica visione sul dispositivo di lettura del capitolo che inizia direttamente sotto a quello precedente.

2. Inserimento delle note e del sommario

Per mettere note e sommario faccio un identico procedimento. Vi dico come procedere.
Per le note, occorre innanzitutto digitare il numeretto vicino alla parola di cui si vorrà dare la spiegazione. I numeri vanno messi in formato apice (selezionandoli, scegliendo quindi l’opzione“carattere” e spuntando la casellina apice apice).
Nella pagina che vorrete dedicare alle note, generalmente a fine ebook, riportate dunque le spiegazioni delle note, anticipate dal relativo numeretto. Evidenziate il numero, cliccate con il tasto destro e scegliete “inserisci segnalibro”. Date un nome al segnalibro (es: nota 1, nota 2, eccetera).
Ritornate all’apice vicino alle parole, evidenziatelo e scegliete dal menù “Collegamento ipertestuale”. Collegate quindi il numero in formato apice alla relativa nota a fine libro. Procedete così per tutte le note.
Per il sommario, come ho già detto, il procedimento è lo stesso. A fine (o ad inizio) libro inserite l’indicazione dei diversi capitoli.
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Nel libro evidenziate il titolo dei vari capitoli, inserite il segnalibro, come sopra.
Nell'elenco dei capitoli inserite per ognuno di essi il collegamento ipertestuale che rimanda al relativo segnalibro.


3. Formato del file

Come ho già detto sopra, ogni piattaforma per la pubblicazione ha le sue regole, in base alle quali dovrete decidere di salvare ed eventualmente convertire il file che avete preparato.
La mia esperienza è questa: a revisione, impaginazione e formattazione avvenuta, salvo il mio file in formato “Pagina web filtrata”. Caricherò questo file nella libreria della piattaforma.

4. Visione dell’anteprima

Prima di cliccare sul bottone “pubblica”, controllo attentamente la resa a video finale del file.
Con l’applicazione per l’anteprima è possibile vedere il risultato del libro sulla pagina virtuale dell'ebook ed eventualmente procedere ad opportune modifiche sul testo originario.

5. Caricamento della copertina

Dopo aver preparato la mia copertina, impostandone il formato nella misura di 1000x1600 pixel, la salvo in formato .jpeg.
Procedo quindi  al caricamento del file nella libreria della piattaforma.


Mettere online un libro, dunque, non è poi così difficoltoso. I passaggi possono sembrare complicati ma presto vi renderete conto che non è così.
Dopo la prima esperienza riuscirete ad eseguirli con grande naturalezza.

Concetta D’Orazio

domenica 8 giugno 2014

I pionieri del Self publishing




Da ormai due anni mi ritrovo a seguire la curiosa dinamica di ascesa ed affermazione del fenomeno editoriale dell’auto-pubblicazione. 

Tutto iniziò per puro caso, non avevo mai pubblicato nulla né tanto meno avevo intenzione di divulgare le “mie cosette”. Ho sempre scarabocchiato, ho amato ed amo farlo, ma non avevo la benché minima presunzione in tal senso.

Mi ritrovai a leggere di un’occasione insolita che si presentava agli autori, vale a dire quella di pubblicare i propri scritti, senza l’ausilio ed il patrocinio di una casa editrice. Continuai ad approfondire la questione,  solo per curiosità, come sono solita fare generalmente con tutto, senza altre finalità. Mi appassionai. Le notizie in Rete, riferite al self-publishing italiano, erano all’epoca (primavera 2012) molto frammentarie e confuse. Quella fu la mia impressione. Non riuscivo a capire la differenza fra il pubblicare in completa autonomia e il farlo attraverso siti e canali adatti, diciamoli di mediazione e distribuzione, tra l’autore ed il lettore. Queste nuove realtà, pur apparendo simili alle case editrici tradizionali, non erano completamente uguali ad esse, vuoi anche per il carattere digitale del prodotto finale, vale a dire l’eBook. Mi intestardii  e volli provare ma, ripeto, solo per comprendere il funzionamento e la validità di questa nuova modalità di pubblicazione. 

Impaginai le mie poesiole, seguendo le istruzioni messe a disposizione dallo store cui ero finalmente arrivata dopo varie ricerche. Il procedimento non fu difficoltoso, anzi. Le problematiche arrivarono dopo. Il libretto stava lì ma io non avevo la minima idea di come renderlo visibile. Iniziai a sentire la necessità di un confronto diretto con altre persone che avessero avuto la mia stessa esperienza di auto-pubblicazione. Cercavo un  forum o gruppo di discussione sull’argomento. Mi iscrissi all’unico che trovai su Facebook, tra l’altro appena nato. Eravamo pochissimi (incredibile). Eravamo i pionieri del self-publishing italiano appunto.

La nostra primordiale necessità si è mantenuta nel tempo, vale a dire il bisogno di un confronto quotidiano sui diversi aspetti legati all’auto-pubblicazione: revisioni ed editing, impaginazione, pubblicazione, distribuzione e soprattutto promozione.
Da quella comunità nacque anche l’idea che portò alla creazione del Movimento Scrittori Italiani Indipendenti (SII) che, a tutt’oggi, pur essendo realtà solo virtuale, è un punto di riferimento per molti.

Il gruppo dei Pionieri
Il sito web del SII
La pagina del SII

mercoledì 4 giugno 2014

Roccaraso, Rivisondoli, Barrea, Opi, Pescasseroli

Si parte così, in genere senza meta o comunque con un percorso semi-abbozzato, da abbandonare, cambiare, precisare nel corso del tragitto.

L'idea originaria di ieri era quella di dirigersi a Roccaraso, in provincia dell'Aquila, appartenente alla Comunità Montana dell'Alto Sangro
Il proponimento iniziale mirava a far visita primaverile a questo rinomato centro turistico che, molto frequentato nella stagione invernale, per via delle sue attrezzate piste da sci in località Aremogna, accoglie numerosi turisti anche nella bella stagione.

Roccaraso, Rivisondoli e Rocca Pia sono i tre comuni che sorgono sull'Altopiano carsico delle Cinquemiglia.
Percorrendo la lunga strada dritta che lo attraversa, si scorgono ai lati grandi distese verdi, su cui si accomodano e pranzano greggi di pecore e di mucche.


Sono stata a Roccaraso varie volte, in inverno. La vita è in  continuo fermento, gruppi di zelanti  sciatori si fermano nei bar a consumare cioccolata calda. Oltre alle piste da sci, la cittadina di Roccaraso dispone anche di un Palazzo di ghiaccio, di grande richiamo per chi è appassionato di pattinaggio, e di altre attrattive turistiche.
A maggio, le strade sembrano più tranquille, forse anche a causa dell'orario del primo pomeriggio in cui abbiamo fatto la fermata. Il periodo infatti sembra invitare ad un turismo del tipo "tutto relax". 
Il fascino, la bellezza di questo posto e del panorama circostante sono  davvero eccezionali.

Prima della sosta in questa cittadina, ci siamo fermati a fare un giro nell'altrettanto conosciuto paesino di Rivisondoli, pure nota località di svago invernale ed estivo, famosa, tra le altre cose, per la messa in scena del Presepe Vivente, che si ripete ogni anno, in prossimità delle feste natalizie. Uomini e donne, scelti fra gli abitanti delle zone limitrofe, sono chiamati a vestire i panni dei personaggi della Natività. L'atmosfera fresca ed il paesaggio montano invernale fanno da contrappunto a questa rievocazione che ogni anno attrae tantissimi turisti.

Il tempo di un caffè per assaporare quell'aria frizzantina, a metà fra il piacevole e il brivido sulla schiena, non ben coperta da giacca pesante, per via della stagione primaverile inoltrata.
Abbiamo proseguito, apprezzando la genuinità del paesaggio montano, fino a Barrea, comune che si affaccia sull'omonimo lago, artificiale, creato dallo sbarramento del fiume Sangro.
La vista del lago, incastonato nella fantastica orografia del paesaggio circostante, è davvero da godere e da immortalare in foto.



Continuando la nostra passeggiata, abbiamo dato ascolto ai consigli di gente del posto che ci ha indicato il paese di Opi: da qui è possibile osservare i camosci ospiti della riserva La Camosciara.
Le stradine del piccolo centro abitato, di origine medievale, salgono ripide, il panorama è da gustare, l'occhio apprezza il tono di luce tendente al bianco che si riflette sulle pareti, candide appunto, delle case costruite in pietra. Lungo il tragitto, è posizionato anche un piccolo Museo del Camoscio.
Da una terrazza panoramica si ha la possibilità di osservare una parte della riserva. 



L'ultima tappa della nostra passeggiata è stata Pescasseroli, città natale di Benedetto Croce, già visitata molte altre volte, dove ha la sede centrale il Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise.
La cittadina è molto bella, ben tenuta. In primavera ed in estate, vasi fioriti di gerani colorati ravvivano i balconi delle abitazioni. Il paesaggio naturale circostante è davvero incantevole.
Il clima primaverile è piacevolmente fresco.

Abbazia dei Santi Pietro e Paolo di Pescasseroli (AQ)

Oltre a Pescasseroli, tra i comuni che ho nominato, anche Opi e Barrea appartengono al Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise.



Concetta D'Orazio




martedì 3 giugno 2014

La -d- eufonica, la sua triste sorte





Non aspetto altro, sono pronta a liberarla. 
Ogni volta che mi si presenta l'occasione, io la cerco, la raccolgo e la lascio andare. 
E preserverò per sempre la mia amata eufonica, sì, proprio quella - d - che sguscia, che mi scappa quando la penna vorrebbe scivolare nel punto in cui la vocale di prima dà il fiato su quella che viene subito dopo.
Ed ecco che corre in aiuto della lingua, per non farla affogare nel turbine aperto, la mia - d - eufonica. 
La mia amata - d - che mi suona in armonia e dirime l'insidia delle vocali.

Appartengo a quel gruppo ormai ristretto di persone che prediligono l'uso di questa compagna fidata che, frapponendosi tra una vocale ed un'altra, mi lascia quella breve pausa di assenso al respiro. Mi permette di non penare con il fiato lungo ma di temporeggiare, inspirando ed espirando.

Non a caso sarà stata definita eufonica, un aiuto alla piacevole riuscita del suono che, grazie ad essa, alla mia - d -, non si intreccia scivolando ma si determina musicando l'interruzione.
L'eufonia, m'insegnarono, sottolinea proprio quella dolce sonorità di tono che è sì piacevole all'udito, derivando il termine dal greco ϕωνή, la voce appunto, annunziato dal prefisso εὖ (bene). Buona voce insomma, buona musica, buona melodia.

Mi rammarico spesso di quanto il nostro tempo ingrato e gretto, che esige fatti concreti e parole poche, proceda in avanti, dimenticando ed anzi invogliando all'abbandono di quelle delicatezze che hanno fatto della nostra lingua la storia e ne hanno sottolineato il fascino.

In tanti consigliano un uso limitato della - d - eufonica. Su questo sarei anche d'accordo, almeno fino a quando l'eccesso potrebbe far cadere nella bruttura opposta, vale a dire la cacofonia.
Non mi sembra però corretto, come alcuni fanno, incitare verso il lento allontanamento e verso la desuetudine di una tale foggia  che, reputo, di raffinatezza.

Ognuno è libero di scegliere la musicalità della penna.
Ed io scelgo la mia.
Viva la - d - eufonica!