sabato 19 aprile 2014

Biografia ragionata

Presentarsi non è mai facile.
Qualcuno magari ci riesce con grande naturalezza. 
Non è il mio caso e dunque cercherò di farlo nella maniera più superficiale ed evasiva possibile. 
Tanto non credo interessi avere notizie dettagliate sul mio conto. E io non ho cose importanti da dire su di me. In tutta sincerità.
Il mio contorno, però, un po' ve lo racconto.

Sono nata in un momento delicato, sotto diversi punti di vista, quando, nel periodo a cavallo fra la fine degli anni '60 e gli inizi degli anni 70, l'uomo faceva i suoi primi passi sulla luna e i giovani erano impegnati nelle contestazioni studentesche.
Quando, qualche anno più tardi, qualcuno continuava a ripetermi che sono nata in un momento delicato, io mi ostinavo a pensare che lo dicesse perché fui proprio Io che vi trovai i natali, mica per il fatto dell'allunaggio o per il '68 contestatore.
D'altronde i bambini sono sempre un po' narcisi.

Come tutti i piccoli del tempo, ho avuto la fortuna di godere di quelle che all'epoca ci sembravano conquiste meravigliose: la televisione e l'apparecchio telefonico in casa, pomposamente posizionati in angoli illustri dell'abitazione, la prima nella stanza più importante e il secondo sul mobiletto del corridoio, rigorosamente sul centrino ecru all'uncinetto.
Mentre i nostri genitori iniziavano a prender confidenza con la cornetta, noi guardavamo i primi cartoni animati, arrivando trafelati a casa, subito dopo il catechismo, per non perdere il programma pomeridiano per bambini. L'unico.
Allora tutto era unico, non c'erano "cose doppie": avevamo una sola casa,  per molta gente, una sola tv, con un solo palinsesto, un solo cappotto buono a testa.
E pure una sola maestra.
Non ci sembrava di essere però così annoiati in mezzo a tanta costrizione di scelta.
Al contrario, sapevamo giocare pure con la noia, trasformandola in improbabili strategie di mosse e di percorsi, con i tappini di metallo della gazzosa.

Da adolescente ho finalmente conosciuto la vita cittadina, io che non mi ero mai  mossa fuori dalle vie e dai vicoli del mio piccolo paese d'origine. E con la cittadina ho conosciuto pure le scuole superiori, quelle di cui i ragazzini più grandi ci parlavano, fissandoci cacofonicamente con superiorità (e come altrimenti?), «Vedrai alle superiori che casino».
Sì, perché allora si ragionava inflessibilmente per scomparti differenziati, che più stagno non si può. Si era trattati a seconda del grado di scuola di appartenenza: c'erano quelli delle elementariquelli delle medie e quelli delle superiori.
Proprio in quel tempo quando le scuole si chiamavano tutte con il nome appropriato al grado, e non lo cambiavano ogni semestre. I licei si chiamano licei, gli istituti tecnici si chiamavano istituti tecnici.
Persino l'asilo si chiamava asilo.
Proprio in quel tempo in cui gli insegnanti erano in pianta pressoché stabile, o duravano almeno per un intero anno scolastico.
Conobbi allora la letteratura e le lingue classiche, il latino e il greco ed iniziai a frequentarle insieme con l'altra lingua che è stata per me di vitale importanza, il dialetto abruzzese.
Per fortuna quest'ultimo idioma era vivo e vegeto.
Alcuni mi dicevano che stavo sprecando il mio tempo, studiando, da inguaribile (nel senso che ero proprio senza speranza) secchiona, lettere di strani alfabeti, distici di inusuali composizioni, declinazioni di assurde lingue morte. Io mi chiedevo come mai le avessero riesumate, essendo utili a niente. Ma continuavo a studiarle bene, non so per quale motivo.
Non si sa mai, mi dicevo.

Più tardi capii qual era quel motivo: la mia irragionevole passione per tutto ciò che sapeva di vecchio
D'altronde io stessa sono sempre stata un po' anacronistica. E questo la dice lunga sui miei gusti personali, antichità classica e pettinatura comprese.
Anche la mia consunta borsa modello-tascapane sembrava alquanto inopportuna per quei tempi, quando con lei mi aggiravo per i vialetti della Sapienza, stando ben attenta a non alzare gli occhi verso il volto della statua della Minerva, soprattutto nell'imminenza di esami, fondamentali e complementari.
Mettevo la tascapane nello zaino più grande quando tornavo a casa dai miei, ad ogni festa comandata. La nascondevo per bene. 
Non si sa mai, ancora ripetevo.
Quel fascino per il sorpassato continuò a perseguitarmi, anche se non ne ero consapevole. Ci sguazzavo dentro così allegramente che, come tesi di laurea, preparai un lavoro su La monetazione di Tiberio.

Carmina non dant panem. Ma io sono sempre stata masochista, forse per quell'ambizione al vecchio che mi ha contraddistinta sin da giovane
Con talune convinzioni, non di aspirazione alla stabilità economica, ma con il vagheggiamento di poter trasmettere i prodotti del sacro furore poetico (degli altri) ad attenti discepoli, mi lasciai coinvolgere per diversi anni in un meccanismo contorto. 
Questo gioco prevedeva l'assorbimento di grande tempo, dopo anni passati sui libri, a preparare difficilissime pratiche, a compilare sofisticatissimi moduli pieni zeppi di risposte multiple, quasi a trabocchetto. Trascorrevo ore ad interpretare codicilli, a spuntare la A, la B. 
Sulla C avevo sempre perplessità. Sempre. Ad ogni aggiornamento.
Me la sognavo pure di notte, quella C.
Il premio in palio, finalmente, consisteva nella possibilità di poter essere inserita in una coda interminabile ed inestinguibile di candidati, aspiranti professori, desideranti cattedra. 
Alla fine di quel gran lavoro di composizione, invio plichi con raccomandata A/R, controllo delle graduatorie, risposte ai telegrammi, giungeva, deo gratias, il grande ingresso in aula. Qui però, per via della brevità dei contratti a tempo determinato (pure di un paio di ore in un solo giorno), non si faceva in tempo a dire «Buondì» che già si doveva aggiungere «...è stato un piacere avervi conosciuti».
Beh, conosciuti, diciamo intravisti di sfuggita. Almeno quelli delle ultime file.

Negli anni, quell'amarezza si accumulò insieme ai punti ottenuti dai bollini delle supplenze. E l'amarezza andò a sommarsi agli inevitabili acciacchi dell'età. I miei poi arrivarono con anticipo, eh, non so bene per quali inusitate combinazioni del destino. 
E non vedo il motivo per cui io debba iniziare a presumerne adesso.
Tutto ciò mi fece scegliere, con indiscutibile soddisfazione, vita di dedizione alla causa della famiglia. Sì, quella del tipo «Hai messo la canottiera?» oppure «Domani dovrò ricordarmi  di rinfrescare la pasta madre».

E fra un tuffo nel sugo della domenica e un pre-ammollo di sicurezza, nel 2012 scoprii il Self-Publishing.

Il resto lo trovate tranquillamente in Rete.
Ma io non vi ho raccontato niente.


Concetta D'Orazio