martedì 30 dicembre 2014

Le parole che non mi permetto di utilizzare con troppa leggerezza




Non uso mai il termine cultura, una parola molto importante, troppo impegnativa.
Non la utilizzo con disinvoltura, nella sua valenza di complesso di conoscenze ed erudizione.

Quando ascolto persone che se ne impadroniscono, corro via, lontano.
Sì, leggete bene, ho scritto proprio “impadronirsi” della cultura, intendendo il significato di questo verbo nel senso di “appropriarsi con inganno”.

Chi può avere questa presunzione, cioè ritenersi detentore di cultura? A mio parere, solo chi è ben lontano dal frequentarla davvero riesce a pronunciare a cuor leggero questo termine. Se proprio ne avesse avuto esperienza, per averla incrociata nelle parole scritte o cantate, nelle azioni difese o nelle battaglie sostenute, nelle immagini guardate o ascoltate, in giro per il mondo e dentro a cuori illuminati, ci penserebbe tre o  mille volte, prima di permettersi di scomodare questo vocabolo e, peggio ancora, di farsene strenuo paladino. Avrebbe un gran rispetto per la pregnanza di volontà e l’abbondanza di vicissitudini meritevoli di lode, insite nel sentimento proprio di questo termine.

Il verbo cŏlo (cŏlis, cŏlui, cultum, cŏlěre,) indicava, in latino, l’azione del coltivare, ma non solo nel semplice significato di piantare e aspettare la crescita del frutto, bensì nel senso di curare e dunque adornare, abbellire. Seguire con apprensione, senza mai smettere.

Cultūra, pertanto, era, ed è, quanto ottenuto da una azione che non si risolveva nell'immediatezza del breve tempo della semina-crescita-maturazione, bensì nella preoccupazione, continua e senza fine, di accrescere il proprio sapere, in relazione a disparati campi. 
La cultura non si esaurisce in un momento, breve o lungo che sia, ma vuole essere seguita sempre, senza limiti cronologici che possano giustificarne un eventuale possesso.

Va da sé che chi la sbandiera ai quattro venti, non solo non la possiede ma pure non l’ha mai vista nell'operato degli altri.

Allo stesso modo, in vero, anche chi sottolinea con enfasi di averla incontrata in questo o in quel posto sta solo tentando di farsi bello. Con la cultura degli altri.

Non si arriva ad ottenerla, la cultura. E una cosa che non si padroneggia non può essere esibita, tanto meno ci si può presentare in qualità di strenuo difensore o di illuminato detentore.
Riconoscere, tuttavia, di averla incontrata in alcuni fatti o nelle testimonianze altrui, è azione di grande umiltà
Ma come si può riconoscerla senza sbandierarla? 
Sì, si può. Rimanendo in silenzio e non pronunciando parole che sono troppo “grosse” per noi. 
Si rimane in silenzio, umilmente.

E umiltà è sicuramente una caratteristica dell’individuo colto, di colui che non dice “io” (ho fatto, ho condotto, ho capito, sono riuscito).

Io non parlo di cultura. Non sono in grado di farlo.
Mi limito ad apprezzarla nelle persone che la mostrano nel silenzio. 
E lo faccio in silenzio, pur’io.

Concetta D’Orazio