lunedì 4 maggio 2015

Un silenzio di me. Una virtualità di troppo.




Mi ritrovo in silenzio, in questo tempo senza giorni e senza ora. Accade.
E mi allontano da quelle pagine che diventano moleste. Fastidiose. Insistenti.
Le pagine virtuali, sociali: teatrini di apparenze e di illusioni.

Non ho voglia di parlare e, vi dico la verità, ancor di più mi annoia leggere le parole cotte al vapore, che le stesse persone di sempre mettono in fila sui fogli virtuali del Web. 

Non dovrei dirlo, lo so, ma è più forte di me: rifuggo le banalità, intrise di sorrisi imperlati, di quanti vogliono mascherare comportamenti ipocriti ed indirizzati a questo o quello scopo. 

Non sopporto, inoltre, i lamenti incessanti. Patisco le parole urlate al soffio del garbino molesto, sulle pagine virtuali. Mi passano ogni giorno avanti agli occhi e non le vedo: frasi complicate e semplici di persone, impegnate in continue ed asfissianti lagnanze, ai danni ora di uno, ora di un altro. 
Individui tristi e polemici ad ogni ora. E mi chiedo: ma cosa vogliono questi? Stanno forse sottolineando, a suon di proteste, la loro perfezione?
O forse si sentono costretti a gridare al vento parole di critica. Di odio. 
Buttano in aria biasimo e rimproveri, nella speranza che almeno qualcuno li ascolti. 
Forse accadrà. Un domani troppo vicino al mai.


Mi ritiro, infine, tornando a considerare quello che davvero mi piace. Un tenero bagliore di sera, che mi rinfranca l'essere. Lontano dai frastuoni di colori e di parole inutili di quella virtualità disillusa. Ho bisogno dei miei cantucci ovattati, fra le ombre del mobilio di casa. Laddove arriva poca luce, di solito giungono le idee più importanti. E io le cerco. Le trovo. Le scansiono e poi me le dipingo di nuovo.

Mi accompagno con i miei giochi, che sono di carta, di pensiero, di pagine. Ho urgenza di fogli, come necessito presto di cibo al mattino, che dia pienezza di stomaco, ad accogliere il mio caffè.
Lo studio mi rinfranca. Mi calma l'affanno, come una bevanda di ristoro per quella sete che si rinnova sempre.

E poi mi ricordo. La memoria si piega a godere di tutto quello che ho sempre amato. E che amo.
Il pensiero mi aiuta a non dimenticare quello che mi piace.
Affondare le mani nella pasta, ad esempio, mi è d'aiuto e mi conforta. Non come una cuoca d'effetto ma solo  come una regina delle api, che prepara il necessario ma anche tutto ciò che fa felici. 
Rivisito ogni giorno i miei piatti: li presento imperfetti e senza l'eleganza di un vero cuciniere. Le pietanze mi piace metterle lì, quasi rustiche.
Le raffinatezze le lascio a chi cucina per mestiere. Io cucino per amore.

Ripenso ancora alle cose che preferisco. E pure a quelle che non preferisco.
Mi viene in mente che non amo i foulard, che non mi piace l'insalata di barbabietole. E poi ancora: sto lontana dai salotti e le mie letture me le leggo e me le canto. Non mi piace condividerle e infatti non le condivido. 
Non metto mai i libri in mano a chi non me li ha chiesti, men che meno quelli che mi appartengono.
In realtà non li consegno nemmeno a chi me li sollecita. È probabile che io sia egoista.

Mi sono fastidiose le borse. Quelle belle e di lusso non le so apprezzare e, perciò, mi stanno antipatiche. 
Anche sulle spalle delle altre. Ma non lo dico mai.



E poi mi piace passeggiare in montagna.
Fischiare in silenzio.
Cantare da sola.
Urlare di rabbia, quando nessuno mi sente.
Appoggiare i gomiti al tavolo, quando nessuno mi vede.
Saltellare sui tacchi, sfoderando indifferenza.
Sperare di rincasare al più presto, per buttare quei tacchi di prima.
Svegliare chi mi sta di fianco, scalciando sulla tibia.
Trattenere il fiato. Far finta di dormire, ignorando i rimproveri del proprietario della tibia.
Privilegio di sicuro la cena sul presto.
Ma sono meridionale nel gusto e nel sentimento.
Non disdegno la pennichella pomeridiana.
Prediligo, per certo, il fuoco del camino.


Vorrei svegliarmi con la certezza di aver già pensato a tutto.

Ecco, concludo, ricordando l'intento iniziale: non riempite di biasimo le pagine virtuali.
Pensate a voi stessi. Alle cose che amate.

Ed infine, non chiedetemi il senso di questo pezzo.
È venuto così, senza infamia e senza lode.
Sì, lo so, pure senza senso.

Se non fosse che anche voi però lo avete letto per intero.


Concetta D'Orazio