domenica 1 marzo 2015

Ma chi è?

Zitta. Non ho parlato, nemmeno ho scritto sul quaderno, come di solito faccio quando mi trovo in situazioni inverosimili.

Ieri, sul presto: sono rimasta in silenzio, mentre la mente mi cantava strane e malinconiche melodie.

Le canzoni, poi, si alternavano ai silenzi e io sorridevo a chi mi stava davanti. Le acconciavo la bocca a contentezza, ma lei, caparbia, me la restituiva arrossandola di mestizia.
Allora sono rimasta ferma, limitandomi a guardarla. Senza dire una parola, né azzardare un ghigno.

La vedevo: davvero insolita quella persona. Aveva gli occhi ancora addormentati. Si passava la mano fra i capelli. Se li acconciava. E poi tornava a lisciarseli.

Ho deciso, alla fine, di non considerarla. Avevo altro da fare. Io.

Non è possibile. Ancora! Il primo pensiero di questa mattina non può essere rivolto di nuovo a quella! Ma che mi prende? Nemmeno la conosco.
È vero: ieri sono andata via e non l'ho neppure salutata. Dai, ora le faccio un cenno, così, solo per cinque minuti, tanto per non fare la figura della maleducata.

Mi ci posiziono di nuovo davanti. Ancora la solita vestaglia! Ma da dove arriva questa?
L'orecchino, lo sta perdendo. Ecco, se n'è accorta: svelta, con la mano destra, lo tira su e stringe un po' la monachella.

Avrei molti impegni, oggi, ma quasi quasi mi è venuta curiosità. 
Una tipa così: e quando mi ricapita? Potrei scriverci un libro.

Indugio, osservo quegli occhi. Mi soffermo sulle labbra. 
Ora che fa? Se le morde?
Che abbia avuto qualche pentimento? Ah, già. Si sarà appena accorta di essere uscita in camicia da notte! Che figura. 
Qualcuno avrebbe dovuto avvisarla prima. 
Ma tanto a me cosa importa?

Va bene, il mio dovere l'ho fatto. Lei oggi non mi ha nemmeno considerata. Siamo pari.
Sto per girare i tacchi, bellezza, vado via.
No. Ancora. Basta! Che fa? Piange? Oddio. E ora cosa le dico? Come potrei consolarla? Non so niente di lei. Ma soprattutto: a me cosa dovrebbe interessare dei suoi dolori?

Azzardo una carezza? 
Azzardo una carezza.
Le faccio gli occhi teneri?
Le faccio gli occhi teneri.
Continua a piangere?
Eh, che due maccheroni! Ma cosa vuoi da me?

Eppure, adesso, quell'occhio un po' umido mi pare quasi conosciuto.
L'immagine, è incredibile, mi è familiare, in effetti, ma non ricordo: dove l'ho già incontrata? E in quali circostanze?
La lascio perdere. Troppo tempo buttato ad osservare un'ignota o forse soltanto una conoscente. 
Ma chi crede di essere? 

Ah. Hai smesso di piangere, eh? 
Guardati ora. Che fai? Mi strizzi l'occhio da rapa lessa?
Avrei voluto trovare una maniera per consolarti e invece tu mi ringrazi con quel riso maligno?
Mi prendi in giro. Ma tu pensa.
Che arrogante che sei. Mi sento attraversata dalla tua insolenza.

Presuntuosa. Non sei l'unica ad avere i capelli, sai?
Sono lunghi? Embè? Io li vedo tutti intrecciati. Mettiti in ordine, che così fai ridere!


Vai a far del bene alla gente.


C. D'Orazio





venerdì 27 febbraio 2015

Riflessioni a tempo - La sagoma

Sgradevole, come un'ombra. Caliginosa, come l'immagine ricopiata che essa trasmette.
Un tentativo maldestro di somigliare all'originale.

Riflessioni a tempo - Recidiva

Un tono, un borbottio molesto. Sei recidiva. Lo sai che mi acciglio, ogni volta.

mercoledì 25 febbraio 2015

Una nebbia di troppo






Un gioco di chiaroscuro mi si affaccia agli occhi, 

proprio adesso che provo ad infilar la testa fra i battenti poco aperti di quel muscolo un po' assonnato. Il cuore. Il mio.

Una luce: è molto sottile, ma mi accontento.
Mi serve. Devo riuscire a mettere a fuoco pure il nero.
In fondo a quello spigolo di petto un po' annoiato, ora riesco a scorgere qualche cumulo di polvere.

Acari bizzarri vi danzano dentro e intorno.
Si prendono gioco di me, della mia tenerezza. 
E forse pure dell'amore.
Di tutto quello che vi è passato in questi anni.
Di quanto vi è rimasto e di quanto se n'è andato,
lasciando solo ricordi incerti.

Taglio quelle memorie. 
A volte mi fanno male. Altre volte schiaffeggiano, inutilmente, la mia indifferenza.
Guardo meglio, scostando le tendine.
Quella nebbia di troppo destina le mie insicurezze ad un cielo diverso.
Affretto allora le mie mosse.
Dirigo le mie perplessità.
Vacillo sulle ginocchia.
È un attimo, lo voglio credere. 
Quella nebbia domani sparirà. Con discrezione.


Concetta D'Orazio

martedì 24 febbraio 2015

Fame

Maria Celeste si ostina a dimenticare la sua passione, ingoiando l'aria, senza dare riposo alla sua fame.







sabato 14 febbraio 2015

Digiunare per amore




Prenderò il mio piatto e lo accompagnerò in cucina, per far mantecare ulteriormente il risotto, nel bidone della monnezza.
Dimenticavo,  stasera c’è anche la cotoletta.

Farò in modo di mantecare anche quella. [...]


(La fragranza dell'assenza, dicembre 2014)



San Valentino, un cuore di tavola



La tavola andrà acconciata, stasera. Un tripudio di cuori, cuoretti e cuoricini aggiusterà le atmosfere. Anche quelle che sono sembrate più frizzanti, per discussioni  e per clima, nel corso delle ultime settimane.
E per quelle che invece sono sempre giuste e in tono, un po' di tenerezza non sarà certo di disturbo.

Stasera, le polemiche non sono necessarie. E si ritorna a vagheggiare tempi di dolcezza.
Abbracci e carezze saranno la giusta compagnia dei vini.

Non è necessario disporre di spropositato tempo a disposizione, né di idee eccentriche e a tema d'amore.
Sarà sufficiente aggiustare un po' di ricettario conosciuto, accompagnando la forma dei prodotti con accorgimenti che richiamino l'atmosfera giusta.


E quale pensiero migliore?

Cuori, cuori, a volontà, preparati con la sfoglia fatta in casa (trovate qui la ricetta) si riempiranno di farciture che più vi piacciono (prosciutto e spinaci, ad esempio).





Le salse accompagneranno, come sempre fanno. Per questa sera consiglierei qualcosa di delicato: una panna con parmigiano.





Ma pure un ragù saprà essere perfetto.



I dolci saranno la chiusura necessaria.
Sceglietene tra quelli illustrati su queste pagine, se volete, ma non fateli mancare!





Tutto perfetto vero? Cibo e amore vanno a braccetto.
Fatemi un favore: ricordatelo pure alla mia Maria Celeste, che si ostina a dimenticare la sua passione ingoiando l'aria, senza dare riposo alla sua fame.


Concetta D'Orazio



mercoledì 4 febbraio 2015

Self Publishing: carte al centro

Al centro della scrivania, come la palla al centro del campo.

Non m'intendo né di carte da gioco né di calcio, ma l'espressione, che ho utilizzato nel titolo di questo articolo, mi serve per fermarmi a dare una sorta di resoconto sulla situazione che, lo so, nessuno mi ha richiesto e che io stessa stento a mettere a punto, per via di un personale rilassamento in merito alle questioni dell'auto-pubblicazione. 

Chi mi conosce sa quanto interesse io abbia manifestato negli ultimi anni, relativamente alle faccende di editoria digitale e di nuove possibilità di pubblicazione in autonomia. In questo periodo, come già scrissi in un precedente articolo, ho avuto bisogno di un momento di distacco.
Ho sentito la necessità di rimanere un po' in disparte da questo compartimento argomentativo che è l'auto-pubblicazione che ha dato da scrivere a tanti. Che non sono mai troppi, s'intende.
Se solo fossero tutti buoni.
E non mi riferisco a coloro che con sacrificio si impegnano a produrre opere più o meno perfette. Quelli hanno tutto il mio rispetto.

Il Self Publishing ha pure portato inevitabilmente a discussioni, a volte gratificanti, ma spesso sterili, almeno per quanto mi riguarda.

Ma come si dice? Il lupo perde il pelo. Ed eccomi qui, ancora che mi arrovello e ci spendo un altro po' del mio preziosissimo (si fa per dire) tempo.
Sacrifico un pezzetto del mio nulla cosmico per tirare qualche piccola somma, o per buttare giù un paio di battute sulla questione, che forse pochi leggeranno e meno di nessuno apprezzerà.

Cosa ho da dire, insomma, sul Self Publishing italiano degli ultimi mesi?
Premetto che le mie, naturalmente, sono solo sensazioni personali, maturate con l'osservazione prima in presenza, nei gruppi di discussione, poi in lontananza, delle numerose attività messe in essere dagli interessati, finalizzate soprattutto alla promozione e alla condivisione dei vari risultati. 
Anticipo pure che le mie riflessioni nascono da una personalissima indagine, condotta da me in solitudine, nel tempo che riesco a dedicare alla lettura di libri di autori indie.

Ecco, in  questi momenti mi soffermo ad analizzare la bontà e la congruenza dei vari contenuti, la rispondenza e il fascino delle storie narrate in alcuni e-book.
Inutile parlare della correttezza di espressione linguistica: lo fanno già in tanti, che mi sembra di gettare parole al vento che tira. E siccome sono piuttosto tirchia, nel concedere mie parole a fatti altri, eviterò di soffermarmi sulla consueta tiritera del corretto/non corretto e ci vuole la grammatica e quello sbaglia i congiuntivi. 

Da tutti questi miei impiastricciamenti e cervellotiche considerazioni ho potuto rilevare che, nell'ultimo periodo alcuni prodotti auto-pubblicati addimostrano un notevole miglioramento. Badate bene che non parlo della gran parte della pubblicazione self: non posso conoscerla, visto che mi è impossibile leggerne la produzione. E dunque, in questa sede, la ignoro.

Questa mia sintesi NON si riferisce a molta produzione indie.
Alludo invece a poche pubblicazioni che ho avuto la fortuna di visionare.
Insomma fortuna, diciamo la verità: le ho cercate con il lanternino. E, per ventura e buona sorte, me le sono ritrovate sul dispositivo di lettura. 

Ho visto che l'autore che opera in autonomia è oggi più consapevole della responsabilità che ha di offrire un testo buono, sotto i più vari aspetti, a quel fruitore che già si accosta ad esso con tutti i pregiudizi, per averli sentiti in giro, appiccicati alle pagine digitali.
Sono proprio quegli autori che, prima di fare click sull'icona del "pubblica" si pongono numerosi quesiti, arzigogolano impraticabili congetture di rispondenza delle varie parti che compongono la loro produzione. E lasciano decantare.
Passano in rassegna il testo. Lo sezionano. Lo sfiniscono. Lo ricompongono.
Poi, magari, lo accantonano, dimenticandolo in qualche cartella sul desktop.
E spengono il pc.

Ancora: l'autore coscienzioso, conoscendo bene i propri limiti, avverte il bisogno di relazionarsi con esperti, cui sottopone il proprio scritto. Capita spesso che tali bravi periti siano amici conosciuti nel corso dell'esperienza di pubblicazione e questo permette loro di usufruire di preziosi consigli e di mettere a disposizione i propri. Perché, si sa, occhi in più vedono sempre meglio.

Ritengo che il lato straordinario del Self Publishing sia da individuare proprio nella possibilità di un miglioramento in itinere: ogni autore può fare tesoro delle riflessioni e valutazioni altrui e modificare il proprio prodotto.
Un testo può dunque crescere con l'aiuto di tanti apporti, anche dopo l'effettiva pubblicazione.
La messa on line di un libro permette di applicare ad esso una rifinitura continua, che si avvale di diverse e veloci nuove edizioni.
Non si deve considerare l'autore indie, dunque, come solo responsabile di quel che "mette in giro", nel senso che ciò che lui ci propone può via via adeguarsi al gusto dei fruitori, proprio grazie alla possibilità di interazione che la Rete e la nuova editoria digitale offrono.

La comunicazione virtuale, d'altronde, ha offerto questa possibilità di scambievolezza di emozioni, pensieri e sensazioni. La mette a disposizione oggi anche agli autori e a coloro che decidono di partecipare all'esperienza che essi ci trasmettono: a chi scrive e chi a legge, insomma.

Per concludere queste mie lunghissime e noiosissime annotazioni, mi preme consigliare agli autori impegnati nella pubblicazione in autonomia, parecchi dei quali ormai sono pure amici, di non arrendersi in questa loro esperienza di condivisione. Sì, scrivere è una magnifica pratica di spartizione delle proprie suggestioni, espresse nei modi e nei tempi che solo ogni penna pensante sa fare.

Non mi sento di scoraggiare alcuna voglia di mettere nero su bianco quel che passa per il cuore ad ognuno di noi. Perché dovrei? Ed, inoltre: chi sono io per poterlo fare? Se oggi abbiamo questa possibilità di pubblicare, su questo spazio infinito che è il Web, per quale ragione dovremmo rinunciarci?

Alle esortazioni a non arrendersi, aggiungo una sola, ma indispensabile, sollecitazione: abbiate sempre grande cura di quel che generate con la penna. Aiutatelo a diventare autonomo e sappiate valutare la necessità di farlo visitare da professionisti, chiedendo continue conferme esterne alle vostre scelte.
Dirimete sempre tutti i vostri dubbi.

Voglio infine spronarvi a non farvi intimorire da chi vi sbandiera un'ossessionante aspirazione alla qualità: si vede che non ha da pensare alla propria, se si preoccupa della vostra!

Evitate chi cerca di emarginare i sogni vostri, con la minaccia di rivelare al mondo insospettabili sgarri che (non) avete fatto al buon nome della lingua italiana.

Voi siete stati accorti, avete sottoposto il testo a letture e considerazioni esterne. Siete stati impeccabili. Avete ricontrollato cento e mille volte. E avete chiesto di ricontrollare il controllato.
E allora di cosa dovete temere? Di chi vuole farvi passare da sprovveduti? Evitatelo come evitereste un inganno, semmai.

Tutti possono scrivere. Scrivere bene no.
Ma a scrivere bene si arriva affinando la tecnica, rivalutando gli errori, accettando le osservazioni esterne.
E sicuramente non si arriva ascoltando coloro che vi dicono di saperne più di voi.

E che? Forse esiste qualcuno più scrittore di un altro?
E dove si consegue la laurea di Dottore in scrittura?


Concetta D'Orazio





domenica 1 febbraio 2015

Dimenticare il cibo, raccogliere briciole di nostalgia

Maria Celeste vive nel ricordo.
Si limita a portare avanti un'esistenza all'apparenza normale, ma sinceramente sterile.
Punisce il suo corpo con le privazioni, quasi a voler infliggere un castigo alla sua anima delicata.
Dimentica il cibo, raccoglie solo briciole di nostalgia.

#lafragranzadellassenza #ebook #scrittura



venerdì 30 gennaio 2015

Riflessioni a tempo - L'ombra

L'ombra è fastidiosa e ridicola. Ripete le posizioni.
E distorce.
Tranquilla, non rido.

Flavietta e Fortunata


«Venga, cara. Piacere, io sono Flavietta», la voce uno si è presentata, «e lei è…»
«Fortunata», la anticipo io, «la signora Fortunata, di nome e di fatto?»
La erre moscia non dà cenni di assenso né di dissenso. [...]

Maria Celeste, nel corso dei suoi piccoli e misteriosi viaggi, conosce diverse persone.
Su di una spiaggia di ciottoli, sulla Costa dei Trabocchi, incontra due signore: Flavietta e Fortunata. 
Le due sono sirene al bagno particolari, imbottigliate nei loro costumi interi.



lunedì 26 gennaio 2015

# gratis 26-28 gennaio




Ora tocca a me. 
Innumerevoli parenti, quasi cugini, zii di terzo e quarto grado, ma anche di quinto, sono accorsi ad aiutarmi a togliere il cappotto. Mi sento affannata. Tutta questa gente intorno!
Una mano piena di nodi mi accarezza con dolcezza la faccia, poi sulla mia testa, afferra il berretto e…
Mia madre si gira, il suo sguardo non è molto amabile. Vedo che trattiene le parole che, a giudicar dalla sua faccia, non sono molto tenere. Abbozza un sorriso forzato ma poi si arrende all'evidenza dei fatti.
Le ho tolte. Le ho disintegrate. 
Sono libera!

da Riprendiamoci il Natale

Cari amici, volevo ricordare che la mia raccolta di racconti è in promozione gratuita dal 26 al 28 gennaio 2015

Non fatevi ingannare dalla copertina e dal titolo: il Natale è solo una scusa...per inventare storie.


sabato 24 gennaio 2015

Paola



«Paola è una maestra nell’arte di fingere apprensione. 
Non posso dire che di me non le interessi nulla, questo no. Non sopporterebbe l’idea di perdermi. Ha una paura matta di rimanere sola. Come farebbe? 
Come potrebbe organizzare il suo ottimismo, senza poter contare sulla mia presenza triste? Come potrebbe godere del personale buonumore, senza poterlo misurare sulla mia malinconia? [...]»

La fragranza dell'assenza

#lafragranzadellassenza #ebook

venerdì 23 gennaio 2015

Gnocchi con pesce

Cari amici, ho già scritto la ricetta per la realizzazione degli gnocchi di patate. La potete trovare qui.

Anche se il condimento principe di questa pasta fatta in casa è sicuramente il ragù (semplice o elaborato), gli gnocchi sono ottimi da consumare con varie salse o comunque con diverso tipo di "accompagnamento".

Sono buonissimi, ad esempio, con il pesce.





Ingredienti

Per la pasta

4 belle patate grosse
250/300 gr. di farina 'O
1 uovo
Sale

Per il condimento

Scegliete il pesce con cui più vi piace condire la pasta (calamari, gamberetti, scampi, vongole). 
Olio
Aglio
Cipolla
Carota
Sedano
Prezzemolo
Mezzo bicchiere di vino bianco.

Preparazione

La preparazione degli gnocchi la trovate qui.

Per il condimento: mettete a soffriggere, in una padella, un paio di spicchi di aglio, un pezzetto di cipolla, una carota e sedano. 
Mettete un po' d'acqua.  
Fate cuocere a fuoco molto lento il pesce, avendo cura di iniziare con il tipo per cui occorre una cottura più lunga (calamari, ad esempio) e quindi aggiungendo man mano il resto.
Lasciate il tegame sul fuoco per circa una ventina di minuti. Il tempo di cottura varia a seconda del pesce e della sua consistenza.
Versate ancora dell'acqua: il sughetto ottenuto deve risultare sempre molto liquido.
A cottura quasi ultimata, aggiungete il mezzo bicchiere di vino bianco, che lascerete evaporare lentamente.

Nel frattempo avrete messo a bollire l'acqua salata, in cui avrete immerso gli gnocchi. La loro cottura è molto veloce: potrete scolarli quando li vedrete galleggiare in superficie.

Versateli nel tegame del pesce e fate amalgamare bene pasta e condimento. Mettete qualche cucchiaio di acqua di cottura.

Buon appetito.


giovedì 22 gennaio 2015

Cuori d'Abruzzo







Noi siamo duri come questa roccia.
Come questa pietra testardi. 

E siamo accomodanti come la spuma del mare.

Visita l'Abruzzo, una terra di forza, dove la montagna degrada deliziosamente, ammorbidendosi nelle acque adriatiche.

#visitabruzzo #yourabruzzo #abruzzo

mercoledì 21 gennaio 2015

Domenica. Di paste, di cucina e di minuti pomeridiani



Tavola apparecchiata per tutti. La domenica era domenica. E non si discuteva.

Sono cresciuta con l'idea che il giorno festivo dovesse rendere indietro il tempo che avevamo consumato ognuno per proprio conto, occupato nelle personali attività, durante la settimana.

Così, di domenica, ciascuno dei componenti della famiglia andava ad occupare il posto assegnato a tavola, potendo finalmente godere di un margine di libertà dagli impegni del quotidiano: lavoro, scuola e così via.
Come pezzetti di puzzle che si incastravano a meraviglia, le parti recuperavano la loro identità di gruppo consanguineo. 
E se la riprendevano attorno al desco.

La nostra, insomma, era la domenica come quella di tante altre famiglie, ma, come tutte le domeniche di ogni famiglia, quella era la nostra. E basta.
Ed ognuno aveva la propria.

Avevamo le pietanze di gran cerimonia: la pasta fatta in casa, un secondo più elaborato. E finalmente il dolce. Quasi sempre.




I tempi sono cambiati ma ancora, oggi, mi piace sempre celebrare, sì, con gran daffare (mio) e magno cum gaudio (sempre mio) la giornata dedicata.

I fornelli si attivano dal pomeriggio prima, quando è possibile: preparo ragù, anticipo semmai per gli gnocchi del domani o comunque la pasta all'uovo fatta a mano.
Aggiungo focacce, non elemosino dolci, bensì ne abbondo la presenza.







Mi piace sottolineare che un giorno, quel giorno appunto, sia diverso dagli altri. Sia di "stacco" e di riposo, nonché di riflessione. Con i minuti pomeridiani consumati dentro casa.

Anche un paio di avvio-lavatrice poi ci stanno bene, eh.


Concetta D'Orazio


lunedì 19 gennaio 2015

Abruzzo. La pietra. L'arrendevolezza.




Noi siamo duri come questa roccia.
Come questa pietra testardi

E siamo accomodanti come la spuma del mare.






Visita l'Abruzzo, una terra di forza, dove la montagna degrada deliziosamente, ammorbidendosi nelle acque adriatiche.



I pertugi dell'anima



Non ha più vent'anni.
Non ha più chi sottolinea la vivacità del suo pensiero.
È per questo che Maria Celeste tortura il suo corpo, privandolo del cibo.


«Tutto il mio Io deve passare nei pertugi dell’anima.
È per questo che mi impegno a rimanere sottile. [...]»


La fragranza dell'assenza

venerdì 16 gennaio 2015

Continuo a girarmi nel letto. Paola se n’è andata, lasciandomi sola con il fagotto di ossa e pelle sul fisico. Con la mia zavorra di grasso e di incoscienza nella testa.
I bagliori della domenica romana si infilano, assottigliandosi, nelle fessure della persiana. Si fa magra la luce, proprio come me. Deve entrare negli spiragli dell’imposta.
Tutto il mio Io deve passare nei pertugi dell’anima.

È per questo che mi impegno a rimanere sottile. [...]



giovedì 15 gennaio 2015

Premura di protezione: la mia Majella




Ha premura la mia montagna, in tutti quei momenti del giorno in cui, per caso o per sbaglio, le rivogo lo sguardo.

Un'inclinazione diversa ed un colore nuovo per me, ogni volta, che è di tenerezza.
E di baluardo al mondo altro.
Pur se pare abbandonarsi alle note svelte o lente dei venti che l'attraversano, spingendola, non si muove mai dal suo posto. Cambia forma forse, ma non molla quella sua collocazione antica.
La mia Majella.

Sono cresciuta, guardandola e riconoscendola, ogni volta che si nascondeva dietro a nuvole grosse o a raggi di luce estremi.
Quelle pendenze che tendono all'alto, a volte dure, a volte dolci fino allo sfinimento della curva, hanno accompagnato tutti gli anni miei.

L'ho vista sempre la montagna, dalle mie finestre, benché ne abbia cambiate diverse, consumandone le tendine, a furia di lanciare lo sguardo, per controllare che fosse sempre al suo posto.
E, nell'intera vita mia, non si è mai mossa da lì.

Io la guardo ma lei ricambia.
Ha osservato la mia infanzia.
Ha ammiccato alla mia giovinezza di idee spavalde e di piedi svelti.
Mi vede ancora, mentre me la sistemo, adesso, la mia lentezza di età matura.

Io e le mie cure.
Lei e le sue attenzioni.
La mia Majella.


Concetta D'Orazio





Un anno di Nero di memoria

Parte due - Abruzzo, il dialetto nel cuore - La spasetta




Nel corso della composizione di Nero di memoria ho condotto, come è naturale, numerose ricerche.
Non mi è stato però necessario dover studiare troppo, per quel che riguarda alcune parole o espressioni in dialetto abruzzese, che ho inserito nel libro.

Il dialetto, l'ho detto già, è una parte di me e convive da sempre con il mio modo di esprimermi formale ed accreditato, vale a dire in lingua italiana. 
Così credo che sia accaduto per parecchie persone che appartengono alla mia generazione ed hanno vissuto in realtà territoriali piccole, quali possono essere paesi o cittadine.

Siamo cresciuti a "doppia lingua" e la seconda, prima o dopo l'italiano, non siamo andati a cercarla troppo lontano. Non siamo stati neppure costretti a fare sacrifici per costosi soggiorni all'estero.
La nostra lingua altra è stata quella che genitori e nonni ci hanno insegnato, facendola passare per buona, prima ancora di quella ufficiale, vale a dire l'italiano.
Non ho nessun problema, tanto meno alcun tipo di disagio a riconoscerlo: le mie prime frasi di senso compiuto, pronunciate da bambina, lo ipotizzo con sicurezza, furono in abruzzese.

Sì perché a quei tempi (anni '70) la lingua quotidiana, utilizzata da un ceto medio di residenti in un piccolo borgo, era il dialetto appunto. 
Non che la lingua italiana non fosse conosciuta, ma si ricorreva ad essa in particolari occasioni, quelle per le quali era opportuno non comunicare in abruzzese.

Nella mia personale realtà famigliare, gli adulti si esprimevano in italiano in determinate situazioni: nel rispondere al telefono, nelle varie faccende da sbrigare negli uffici pubblici, nei colloqui con maestre e professori, nel corso delle visite mediche. 
Noi bambini, in tal modo, vivevamo già in una realtà dichiaratamente bilingueessendo divenuti ben presto esperti a comunicare a seconda della circostanza.

Insomma, si "esponeva bene" in tutte quelle occorrenze in cui si temeva di non venir compresi dall'interlocutore che si riteneva persona istruita o di riguardo. 
In sostanza, si cercava di non far brutta figura. Come se l'esprimersi nella parlata di tutti i giorni potesse essere considerato un segno di leggerezza o di poca eleganza.

È difficile riuscire a capire cosa potesse allora, e in alcuni casi anche ai nostri giorni, far sembrare imbarazzante discorrere nel nostro bellissimo idioma regionale, armonioso e gradevole, tanto quanto la lingua italiana accreditata.

Con la maturità di oggi, mi piace pensare che quel disagio fosse in realtà da ricondurre ad una sorta di timidezza o di riserbo, da parte di persone la cui esperienza di vita è stata sempre molto spontanea e genuina.

La necessità di salvaguardare ogni realtà linguistica locale e circoscritta è un'esigenza che cercherò di condividere il più possibile, con questo ed altri articoli.

Riprendo ora quel discorso che ha dato inizio all'intervento: l'inserimento di termini ed espressioni abruzzesi nel mio libro.
Non ho esagerato, a dire il vero, con il dialetto, per non incorrere nella critica di chi potesse leggere questa mia eventuale scelta come un modo per escludere chi non comprende bene il significato di termini e frasi della parlata caratteristica.

Alcune parole, tuttavia, le ho messe, soprattutto perché contengono un valore che va al di là del senso che attribuiamo normalmente al termine.
Per cercare di spiegare questa mia opinione, e per iniziare a dare qualche riferimento concreto, voglio ricordare il termine spasetta, che nel romanzo è utilizzato da Filomena, la protagonista, in questa espressione.

«La mosca! Si sta posando sulla spasetta dei maccaroni!» (Nero di Memoria, cap. I)

Nel dialetto di oggi, il termine spasette, spasetta, è stato sostituito da quello di vassoje, molto più vicino all'italiano vassoio
Con esso indichiamo la ciotola piatta o poco fonda che normalmente si utilizza per servire dolci o piccole pietanze salate.
Da bambina, lo ricordo molto bene, quel contenitore era chiamato spasetta, termine a volte sostituito da huantiere (guantiera, da intendere non nel significato dell'originario "porta guanti", bensì in quello di recipiente in cui offrire cibo).




Questa parola racchiudeva in sé tutta la natura quasi devozionale che poteva avere l'atto di accogliere l'ospite in casa.
La visita di un amico, di un parente o di un vicino di casa doveva essere approvata, quasi
magnificata, da gesti rituali e dall'utilizzo di oggetti predisposti e tenuti in serbo per queste occasioni (la zuccheriera, la tazzina del servizio buono, la spasetta appunto).

Per questo motivo ogni volta che mi capita, raramente ormai a dire la verità, di sentir nominare quel vocabolo, nella mia testa si attiva un ricordo composito. In esso vedo persone sedute intorno alla tavola apparecchiata, su cui spicca la spasetta, con sopra lu centre o lu centrucce (manufatto ricamato o all'uncinetto), su cui sono appoggiati bocconotti e pizzelle.

Anche se a volte lo si utilizzava per altre necessità di casa, come nel riferimento di sopra alla frase del libro, quello che potremmo definire il vassoio di rappresentanza, la spasetta appunto, doveva essere sempre tenuto in gran conto: lucido e pronto ad accogliere l'ospite.


Concetta D'Orazio






#dialettoabruzzese #dialetto #spasetta

martedì 6 gennaio 2015

Riflessioni a tempo - Lo specchio

Grande rispetto per gli specchi. Per quelli ovali, rotondi. Per quelli lindi.
Ho grande pena, invece, per gli specchi un po' adombrati o comunque che riflettono immagini imbrattate.
Ad età attempata, soprattutto, lo specchio dovrebbe poter restituire un'immagine nitida, pulita. Insomma incorrotta. 
Dovrebbe, appunto.
A tutte le età avanzate. Come la tua, precisamente.

Riflessioni a tempo - Gli allori

Tu adagiati. Gli allori sono comodi. Morbidi ed invitanti.
Sono pure più profumati.
Gli allori altrui.

lunedì 5 gennaio 2015

Riflessioni a tempo - L'imitazione pedissequa

Sull'imitazione pedissequa.
Io, ad esempio, non sprecherei mai il tempo a ricalcare le orme di colui o colei che non ritengo una persona eccellente.