martedì 24 novembre 2015

I miei libri in promozione



Tra poche ore, e per tutto il mese di dicembre, tre dei miei libri saranno in promozione a 0,99 euro.
A questo link 
Grazie a tutti!

lunedì 23 novembre 2015

Natale in Abruzzo - Lu cardòne




Il fumo si incanala su per le narici e il sapore che porta è quello del Natale. 
Il profumo si gusta già con gli occhi, annebbiati dal calore che tira su quel colore delle feste.

La foto che ho nella testa è quella di un piatto colmo, grondante di bontà.
Da piccola, lo rammento, quella scena si viveva sulla tavola apparecchiata a festa, con le sedie intorno che non bastavano mai.

Sulla zona riservata ai grandi, la zuppiera era più preziosa, quella del servizio.
Nella parte preparata per noi bambini, quella minestra era contenuta nel vaccilette di tutti i giorni, la scodella poco importante di cui nessuno avrebbe pianto l'eventuale dipartita, in seguito ad accidentale caduta.
A noi piccoli non importava: quel che interessava era il "di dentro": buono, saporito, colorato.

Un brodo pesante da alternare alla pastasciutta della festa. Questo, per gli abruzzesi è lu cardòne.

Non c'è Natale che ricordi in cui sul desco di famiglia non sia comparsa lei, la regina: la zuppa di cardo.

Al cardòne, come del resto a tutte le pietanze natalizie, si inizia a pensare per tempo. Al mercato, alcuni giorni prima, bisogna scegliere il cardo migliore. 

In macelleria occorre acquistare il macinato per preparare le polpettine, il pollo e la carne per il bollito.

Vi lascio qui la ricetta, senza indicare con precisione il peso degli ingredienti. Come spesso ho detto (anche in Riprendiamoci il Natale) le autentiche massaie d'Abruzzo, come asserisce mia madre, non pesano, non misurano. 

Fanno ad occhio!

La preparazione di questo piatto è molto impegnativa. Suggerisco di avviarsi per tempo, iniziando dal giorno precedente a quello in cui avete intenzione di servire lu cardòne ai vostri invitati.
Scrivo di nuovo la ricetta. Durante queste feste potete prepararlo.



Ingredienti

Tre o quattro coste di cardo 

Brodo da realizzare con vari tipi di carne, pollo, vitello, tacchino, e con verdure (cipolla, carota, sedano, pomodorini)
Carne macinata e mollica per preparare piccole polpettine (200 grammi di carne per 4 persone)
Parmigiano
3 uova + 3 per la frittatina
Sale
Pepe
Noce moscata
Prezzemolo tritato per la frittata

Preparazione

Il giorno prima (per comodità)

Formate piccolissime polpettine rotonde 
del diametro di pochi centimetri con la carne macinata, sale, mollica di pane e un uovo. Conservatele in frigo.
Preparate il brodo, facendo bollire, come di consueto, carne e verdure. 
Filtrate il brodo e conservatelo in frigo, insieme alla carne lessata.
Preparate un frittata, sbattendo 3 uova, parmigiano, sale, pepe, noce moscata, prezzemolo. Aggiungete un cucchiaino di lievito per dolci e cuocete in forno. Tagliatela a dadini e conservatela in frigo.
Pulite il cardo, togliendo la parte dura e filamentosa, e tagliatelo a dadini piccoli. Lessateli e quindi scolateli. Conservate in frigo.

Il giorno dopo (generalmente la mattina di Natale)

Mescolate, sbattendo, 2 uova in un tegamino, con sale, pepe e noce moscata. Aggiungete i pezzetti di cardo precedentemente lessati. Versate il tutto nel brodo. 
Aggiungete le polpettine. 
Prendete alcuni pezzi di carne di pollo con cui avete realizzato il brodo e impegnatevi a"sfilacciarli", facendoli diventare piccoli pezzettini dalla forma allungata. Mettete anche questi nel brodo.
In ultimo i dadini di frittata.
Fate bollire il tutto per una quindicina di minuti. Servite con abbondante parmigiano nel piatto.

In Abruzzo sono nata e qui vivo.
È per questo che ho scritto e scriverò d'Abruzzo.



Riprendiamoci il Natale: racconti sul Natale abruzzese degli anni '80











Nero di memoria: l'Abruzzo ai tempi della seconda guerra mondiale.
La storia d'amore di Tonino e Filomena.










Concetta D'Orazio

Natale in Abruzzo - Le buste piene di roba



Le immagini sono ancora nitide in me, mi pare quasi di toccarle. 
Lo saranno per sempre, credo.
Non sono trascorsi molti anni, mi sembra di vedere quelle buste piene di ogni opulenza gastronomica, che ci appesantivano le braccia quando varcavamo la soglia di abitazioni altrui.

E voi ricordate quando, in occasione delle feste, esisteva l'usanza di andare a trovare parenti ed amici?
La particolarità, che rendeva le visite diverse da quelle di oggi, consisteva nella natura e nell' abbondanza del dono con cui famiglie intere si recavano a "trovare", cioè a salutare in casa, zii, cugini, amici.

Le buste di plastica, piene di roba da mangiare, più che di oggetti o regali veri e propri, rendevano palese il nostro legame e la nostra intesa con il destinatario, o i destinatari, di quanto in esse contenuto.

A seconda del grado di parentela o comunque di considerazione da parte nostra, i sacchetti venivano riempiti con vari alimenti. 
Si andava dai classici panettone e bottiglia di spumante. Si aggiungevano torrone, cioccolatini e biscotti. 
Non si disdegnavano pacchetti di pasta, soprattutto quella all'uovo che, come dicevano gli anziani, faceva più figura. 
Sale e zucchero si aggiungevano poco a Natale, mentre erano piuttosto riservati alle buste per altre circostanze, quali la visita per un lutto oppure in seguito ad una degenza ospedaliera. 
Il principe di ogni busta era il caffè, in confezione di platica o barattolo.

Il caffè no, non poteva mancare, in nessuna occasione. L'usanza di recarsi a casa di un familiare o amico, dopo un lutto, era addirittura esplicitata nella espressione "andare a portare il caffè".

La visita con sacchetto pieno, in alcuni paesi abruzzesi, pare essere ancora in voga, soprattutto fra le persone più anziane.

Nel racconto "Il panettone è troppo piccolo", della raccolta Riprendiamoci il Natale, ho inserito un riferimento a questa usanza abruzzese.




Ieri è scesa un po’ di neve ma non ha creato molto impiccio. La strada è pulita. Prima di passare oltre l’inferriata, bisogna suonare il campanellino: gli zii che non sono zii hanno un cane che abbaia molto. Meglio stare attenti.
Ci viene ad aprire il figlio dei padroni di casa. Non è nostro cugino ma è come se lo fosse, non vuoi altro che per logicità di parentela. È molto più grande di noi. Papà dice che ha finito da tanto tempo le medie ma poi non ha voluto continuare a studiare. È rimasto a casa, guida il trattore ed è pure molto bravo.

Entriamo. Ci troviamo subito nella sala preparata per la tombolata. Mamma poggia la busta di plastica che, nel pomeriggio, ha riempito di roba da portare per la visita: due pacchetti di spaghetti, un sacchetto di zucchero, una confezione di caffè ed una di savoiardi. Ha messo pure due torroni,  uno per ogni cugino-non cugino. Sono grandi ma i torroni li mangiano ancora. [...]

Troverete il racconto intero ed altri a questo link: 

Concetta D'Orazio



Il sonno della bella addormentata


Sonno calma le pene.

E tu, dolce bella addormentata riposa il tuo dolore. Lo fai già in estate, lo ripeti in primavera.

Nemmeno l'autunno, con le sue melodie per letargo, sveglia la triste dolcezza di Maja e la composta eleganza del suo gigante.

Sonno riconducili a te. Possa l'inverno alleggerire il cordoglio, con i tramonti ravvicinati e con la freschezza della neve che verrà.

Scendi grigiore, tramutati in celeste.
Il blu della parte bassa già si appresta ad ammansire pure i cuori più animosi.

Ora è tempo di quiete.
E di silenzio.

Concetta D'Orazio



martedì 10 novembre 2015

Siamo soli.
Le nostre solitudini si arrovellano e si contorcono, in cerca di una lontananza altra.
A mangiar pane e assenza.
Siamo soli.

sabato 31 ottobre 2015

Quando le lingue classiche ci aiutano: αὐτός, ἐκεῖνος, οὗτος


La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi. 
Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.

Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l'immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L'unico strumento che abbiamo è la parola. 

Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.

La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell'esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l'impoverimento della lingua italiana, già per altro "assottigliata" nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.

Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.

Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi "moderni" stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.

Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo. 
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.

Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:

Cosa mi dici di questo? 

All'apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio. 
La giusta espressione sarebbe stata dunque: 

Cosa mi dici di quello?

Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell'impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l'esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.

In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo e quello, hic e ille in latino, ne aveva anche altri.

ἐκεῖνος, ἐκείνῃ, ἐκεῖνο = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
οὗτος, αὕτη, τοῦτο = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ὅδε, ἥδε, τόδε = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.
αὐτός, αὐτή, αὐτό = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.

A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: τοσοῦτος (tanto grande), τοιοῦτος (tale), τηλικοῦτος (di tale età) e così via.

Ho portato l'esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l'avanzare dei tempi, l'espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.


Concetta D'Orazio


venerdì 30 ottobre 2015

Si può scrivere su tutto, di tutto. Anche un gabinetto può essere di ispirazione.
L'importante è cercare sempre le parole esatte. I termini devono rintoccare puntuali. Accrescitivi e diminutivi devono scandire il ritmo, senza essere audaci. Ricorrere a malsane abitudini interpuntive ci mette in grave rischio. E io sono diventata fiacca e logora, a furia di controllarle.


#scrivoindipendente

mercoledì 28 ottobre 2015

Tepori abruzzesi di castagne nel caminetto



Il cielo si raggruma, la temperatura si adatta a quel grigio. 
L'atmosfera si riappacifica con le immagini circostanti: il sole al momento non brucia, ci fa solo da candela per la fine del pomeriggio.


Anche lo stomaco sente di essere chiamato a nuove responsabilità, per garantire energie che, nei tempi estivi, avevamo dovuto accantonare. Sì, proprio quelle forze che adesso ci fanno un po' emettere un leggero tremore, al contatto con il fresco di fuori. Ci servono quelle robustezze, ma abbiamo bisogno pure di rifocillarle.


Insomma, lasciamo perdere le chiacchiere da letteratura. Fuori c'è il grigio, c'è il fresco e la nebbia non perdona. 
In queste condizioni, cosa fa un abruzzese, a metà pomeriggio? Ma pure a sera tarda. Non dico a mattina.

Ecco, un abruzzese tira fuori la pentola bucherellata, mentre ha già preparato la brace viva del caminetto.
Con mano esperta inizia ad incidere le castagne, con la precisione ormai acquistata con l'esperienza di anni e di generazioni passate. 
Una alla volta e poi le butta dentro al prezioso contenitore.

Lo appoggia quindi su quella fiamma vivace ma non troppo altezzosa. 
E si siede ad aspettare. 
Con decisione afferra subito dopo il manico della padella e si ingegna ad agitare il frutto dentro contenuto, facendolo saltare con allegria, insieme alle compagne.

Trascorrono così i minuti ma l'abruzzese sa che deve vigilare. Un po' di attesa e un po' di ballo frizzante per le castagne. 
Un momento in più potrebbe essere fatale.

D'accordo, ci vuole molta accortezza ma la castagna arrosto va sul fuoco del camino. 
E da nessuna altra parte.

Concetta D'Orazio

domenica 18 ottobre 2015

Modulare la voce: dalla προσῳδία all'accentus

Quando incontriamo un accento, scrivendo o parlando, atteggiamo la voce, la moduliamo facendo scivolare il ritmo su una vocale  o, meglio, tagliando quasi bruscamente l'intonazione della voce. 
È un'abitudine naturale per noi, non ci facciamo caso perché ormai il nostro orecchio è avvezzo a individuare una determinata parola e il suo significato, a seconda della "marcatura" della voce.

Vi siete mai chiesti quale sia l'origine del termine accento?

In latino accentus è un sostantivo di IV declinazione. Il termine è cosi composto: ad + cantŭs.

Cantŭs, cantūs è un sostantivo maschile di IV declinazione che individua un prodotto musicale (canto, suono, musica, poesia).
La preposizione ad, in questa situazione, indica un moto a luogo o di fine.
Dunque l'accentus si muove verso la melodia, è un segno (grafico e orale) finalizzato ad ottenere un suono armonioso.

L'accento aveva ed ha una funzione precisa, quella di accompagnare, attraverso l'elevazione della voce, ad una resa sonora marcata.

Non a caso l'accentus latino era la traduzione di προσῳδία greca, termine che aveva appunto lo stesso significato, dato dall'anteposizione della preposizione προσ a ᾠδή (canto). 

Tornando alla lingua italiana, l'accento può sottolineare diverse intonazioni e differenti significati della parola, all'interno o alla fine della quale è posizionato. Pertanto esso ha chiaramente un'importanza fondamentale.

Soprattutto per quei segni posti a fine di parola: sono preziosissimi, non fatene un uso sconsiderato, collocandoli magari a supplire persino l'apostrofo!

Concetta D'Orazio




venerdì 16 ottobre 2015

Riprendiamoci il Natale



Strana faccenda quella del Natale, nei nostri ricordi lontani che abbracciano gli anni 70/80.

Quanto aspettavamo quel momento? Quanto cullavamo l'attesa di quel mese di dicembre, nei nostri piccoli pensieri bambini?

La raccolta Riprendiamoci il Natale comprende racconti che, per la loro natura di essere, vogliono quasi mettere a paragone quei tempi con quelli odierni.


Mi guardo le scarpe. Sono belle, bianche con due strisce verticali ai lati. A scuola mi hanno detto che non sono di marca. Non so nemmeno che significa. A me piacciono. Quelle buone bisogna andarle a comprare lontano e poi papà dice che costano troppo, dice pure che con un paio di quelle con la marca ci compra le scarpe per tutti.  [...]

mercoledì 14 ottobre 2015

Cosa sarei senza di te




Mi prendo delle libertà. Lo ammetto. 
Mi diverto rigirandola, sezionandola. La accompagno e la compagnia la scelgo io.

Io comando. Io dispongo. Distolgo. E pure concedo.
Mi vengono i brividi al solo pensiero.

In prima persona aggiusto, valuto. Non vi dico in quali silenzi cerco le orchestrazioni esatte.
Mi avvento sulla prima, poi le cambio posizione.

L'amica deve stare dove decido io. Nessuna libertà.
Non concedo. Non divago.

Sulla quinta ho sempre parecchie perplessità.
Vuole confondermi. Meschina.

Peso e soppeso. Armonizzo i significati. Alterno le uscite.
Studio, è vero, ma solo per contar le sillabe.

Mi alzo, mi allontano. Lei crede di essersi liberata di me.
Torno e già si è messa in guardia.

La prendo, l'appoggio e la consolo.
Non la umilio, la consiglio.

Poi mi volto e torno indietro.
La guardo: è testarda.
L'ammiro: è sicura.

La chiamo: la parola.



Concetta D'Orazio

#scrivoindipendente



martedì 13 ottobre 2015

venerdì 9 ottobre 2015

Scrivo piano. Infilo le parole, una dietro all'altra. Respiro e poi smetto.
Il silenzio mi è complice ma pure mi sfrutta: ricatta la mia penna, esige lettere in buona fila, in cambio di assenza di distrazioni.
Meschina, gli obbedisco.

giovedì 8 ottobre 2015

Fotografando ottobre



Ho messo il turchese e non ci stava male.
Ho utilizzato un violaceo annebbiato dal vapore nella vigna. 
E mi tornava allegro.

Ho aggiunto un marrone poco cupo.
Per sicurezza, ne ho messo ancora, sfumando le venature troppo temerarie.
Il rosso mi pareva poco carico: l'ho rinforzato.

Il verde, invece, era della gradazione azzeccata: un poco tendente al colore dell'erba che va perdendo identità.
Quel tono era appropriato.
Ne occorreva un altro e ho pensato al tempo caduco e alle foglie appassite.

All'improvviso un già visto: l'immagine avrebbe dovuto brillare, come sotto ad un sole che saluta gli astanti, ormai diretto verso un'altra battigia.
Sono salita quindi verso quella cima novembrina. 
Lo so, è stato un azzardo avventurarmi alla volta di quel tempo che verrà. 

Ma andava fatto, almeno solo con il pensiero: ho liberato le idee fra tutta quella foschia grigia, fra l'umido che rinforza la campagna, invitandola al riposo guadagnato.
Ho rinunciato subito a quel fresco prematuro. Ogni cosa a suo tempo.

Sono tornata qui. Ho ripreso la mia immagine. Avrei dovuto comporla, azzeccarla. Valutarla. 
Avrei dovuto spostare i colori, rovistare fra quelle tonalità. 
Pizzicarle.

E invece mi sono fermata, capitolando alla pigrizia.
Ho preso solo la giusta angolazione. Quanto meno ho tentato di indovinarla.
Infine ho dato ordini precisi alla mia mano.

Sono rimasta così, in un rapimento intenso, un po' vanesio e vanitoso.
Fotografando ottobre.

Concetta D'Orazio

mercoledì 7 ottobre 2015

Polvere sul braciere


Un sole del dopo. Un caldo più tenue, fra un abbraccio umido e la bruma scura. 
Un tempo di fresco che tornerà di sicuro, quando le anime avranno placato le arsure della apparente e vanitosa vitalità estiva. 

Quel tempo lo sento. Mi pizzica un po', concedendosi il fresco e poi subito ritirandosi, quasi a farmi vedere che ci sarà. E ancora non c'è.

















Lo straccio. Mi serve uno straccio per togliere la polvere di tutti questi mesi, per tirare via la sabbia delle spiagge. 
E per cancellare il sale che le acque adriatiche hanno lasciato sulla pelle.

Riprendo, dunque, da dove la avevo abbandonata: la ricerca di un calore che mi ricopra le spalle e mi rassereni le preoccupazioni. Torno a inseguire quella pasta zuccherosa di famiglia, quell'aria sicura che solo un ceppo che arde può dare.

Riporto a me nuovi rametti di tranquillità: accenderanno la legna, la trasformeranno in carbone, facendola ardere, piano piano.
Con delicatezza e odore acre, la brace accoglierà le mie paure, rianimerà il coraggio.



Quel tepore accompagnerà le serate.
Sarà la prima cosa a cui penserò, quando calerò i miei piedi dal letto freddo dell'alba.
Quel calduccio mi aiuterà a far abbrustolire le castagne, il tardo pomeriggio.
E poi griglierà la cena.
Scalderà il latte per la buonanotte.

Lo so, sto sognando forse di un tempo che fu. Il tempo dei tizzoni e della sincerità. L'epoca di un Abruzzo antico e signore.

Lo so, sto scrivendo di un'atmosfera un po' persa. Di quando i carboni potevano anche rasserenare i tormenti.

Spolvero uno scaldino desueto, tentando di cancellare la foschia dai ricordi degli altri, che pure io vorrei avere.

Mi arrendo e riprendo lo straccio.
Pulisco tutto il mio braciere di sentimento, mi addormento.
Tornerò a respirare domani.

Concetta D'Orazio

lunedì 28 settembre 2015

La terra di pietre - Santuario di Ercole Curino

 

Ho scelto il sole alto per calpestare quel suolo di anni consacrato. Sacro ad Ercole.
Ho individuato il momento più caldo e non per caso. La temperatura estiva pare restituirmi l'immagine importante e chiara di quel luogo di oltre tempo.

Profuma l'erba, sa di terra che si è unita a quei sassi remoti. Il verde abbraccia il passato e insieme si offrono allo sguardo dell'uomo presente.


Conto quei passi lasciati dalle epoche trascorse, li confronto con i miei. Mi perdo fra quei sassi, li contrappongo a quelli di oggi: scolpiti allora e pur sinceri. Non hanno forme precise, solo paiono aggiustati con la perfezione della sincerità.

Non come i mattoni moderni: esatti e tagliati al dettaglio, ma quanto spesso disposti a separare spazi insinceri. 
I resti di quel tempo appaiono invece autentici e stabili, come verità compiute.


Le prove dell'operosità, della dedizione, del lavoro e dell'autentica devozione si alternano sugli scalini di quei terrazzamenti sacri.
Vedo opera intenta a condurre vita buona, onesta, senza svogliatezze.



Mi rinfranco l'animo a continuare la mia esistenza di adesso.

Concetta D'Orazio


Il resti del Santuario di Ercole Curino si trovano in località Badia, nel comune di Sulmona (AQ).

Ferma

A volte la penna pesa più di un qualsivoglia arnese per dissodare il terreno.
Scrivere non è sempre piacevole.
Il foglio non è sempre arrendevole. 
E io non sono pronta.
Fermo il punto, scricchiola la virgola.

venerdì 18 settembre 2015

Alla lingua italiana si è arrivati gradualmente. Dalle varie parlate volgari, con prevalenza dal volgare toscano, è nata la lingua comune che utilizziamo oggi, che potremmo equiparare a quella che nell'antica Grecia veniva chiamata la κοινὴ διάλεκτος, vale a dire la lingua comune. Il dialetto, dunque, contiene la nostra anima, marca le nostre origini. Il dialetto si differenzia a seconda delle regioni, o grosso modo delle ripartizioni geografiche, in cui esso veniva utilizzato per comunicare. Manteniamo sempre vive le nostre specifiche differenze, non dimentichiamo il dialetto. Dobbiamo insegnarlo ai nostri figli, affinché essi possano conservare un importante bilinguismo (italiano e lingua dialettale) che non potrà che arricchire le loro conoscenze, non solo linguistiche e semantiche.

Riflessioni a tempo - Testa pensante

Tutto il mondo gira dentro a una testa che pensa.

giovedì 17 settembre 2015

Riflessioni a tempo - Buona fede

La buona fede di una persona è inversamente proporzionale alla velocità con cui cambia l'oggetto principe delle sue attenzioni.
Più questa è repentina, meno quella è sincera.

Riflessioni a tempo - Mentire

Sono costretti a mentire coloro che si vergognano di dire la verità.

venerdì 4 settembre 2015

La cima del tempo - Castello Medievale di Roccascalegna


Un braccio di montagna rialzato, contro il cielo, ad ammansire le perturbazioni dell'aria, a redarguire la sua maestosità. 

È questa la prima immagine che ho avuto indietro, subito dopo aver distolto gli occhi da quello sperone allungato a dominare del cielo il celeste, il blu. Delle nuvole il bianco. 
E pure le sfumature delle stelle.

La via mi veniva indicata. Non c'erano alternative, dovevo seguire quel richiamo. Continuavo a sollevare le pupille, mi ostinavo a sentir tutto il peso della mia piccolezza: la rocca era lì, pareva aspettarmi. Io indugiavo di sotto, incerta se incamminare il passo verso l'alto, minuta nel mio imbarazzo di piccolo essere.

La torre però mi dava coraggio, concedendomi l'assicurazione delle sue attenzioni. Nessuno avrebbe guastato quella salita. E poi nessuno avrebbe potuto conquistare le mie attenzioni, quando sarei arrivata sopra. 
Nemmeno le emozioni avrebbero potuto rubarmi.

La rocca vegliava. Nella torre avrebbero tenuto il controllo. Alta sullo sperone, dritta come una colonna di certezza.

                                                                                                                                                    
Impegnata a conquistare la sommità, immaginavo quella vetta, quella roccia, quelle mura calate nelle atmosfere delle diverse ore del giorno.
Apparivano sempre grandi. Luminose le sfumature accarezzavano i miei pensieri, persi nella camminata.

Provai a guardare, di giorno e nella mente, pure quei maestosi sassi immersi nel buio della notte. E li vidi, contemplandoli nella immaginazione mia fervida.


Piccola, sempre più piccola ero diventata quando giunsi finalmente in cima. 
Il cammino in realtà era stato breve, di pochi minuti, e senza difficoltà. Ma avevo visto accresciuta quella limitatezza del mio essere, lì, finalmente sulla sommità.















Arrivai e salutai quel paesaggio di sotto, racchiuso come in una bolla calata in basso, mentre io ero improvvisamente diventata grande, accresciuta nella piccolezza di prima.
E mi sentii potente. Mi sentii sicura.
Mi ritrovai finalmente mia.

Forte. Invincibile. Mi pareva di essere stata brava nel gioco della vita e di godere finalmente della mia potenza.


Trattenni le gambe su quel suolo addomesticato di montagna, cercando di far forza sui deboli arti, confidando nei nervi tesi.
Non volevo abbandonare quello splendore di atmosfera. Quell'aria tersa e sicura dell'altezza non potevo lasciarla.

Mi promisi di venir di nuovo qui, presto. Rassicurai le mie tristezze, dando a me stessa garanzia di ritorno. 


Questo sarà il posto dove il mio animo potrà trovare rigenerazione. Di nuovo. Nel bisogno o solo nell'occasione.

Concetta D'Orazio

Il castello medievale si trova a Roccascalegna, comune della provincia di Chieti.



Misteri del SEO

Saper condividere sul Web è un po' come essere bravi in cucina: i segreti non te li rivela mai nessuno.

Misteri del SEO.

#scrivoindipendente

Gli occhi dietro al monitor

Gli occhi mi rispondono. Gli occhi della gente che non mente.
Mi capita di guardarli, di nascosto, dietro al vetro di questo schermo.

Mi accorgo di quanto mi sono vicini, di quanto sono come i miei.
Occhi del vero, sguardi che non sono di falsità.
Riconosco la verità. E allora mi protendo verso i proprietari di quella vista sincera.

La mia bocca non parla e le mie dita non scrivono: ho incrociato luci di iridi ipocrite.
Me ne sto zitta. Cerco di dimenticare quell'angoscia che mi proviene solo dalla falsità.

Sto zitta e zittisco pure il cuore, fino a quando non conoscerà nuova sincerità.

Dietro a questa tendina di pixel non tutto può essere bugiardo.


C. D'Orazio


giovedì 3 settembre 2015

Le sue gambe



«Da giù potevo osservare: guardavo quelle gambe. 
Mi passavano intorno, come se non esistessi, tranne che per quando la loro proprietaria ritornava alla realtà per rimproverarmi con una nuova scusa. 
Le vedevo danzare intorno a me. Da quella posizione, i suoi arti inferiori mi parevano più lunghi, ondeggiavano alla ricerca di un bilanciamento di cui nemmeno lei sembrava conoscere i limiti. 

Vedevo che si affannavano a svolazzare per casa, in cerca di un prezioso contributo alla realizzazione dell’equilibrio che forse qualcuno aveva nascosto sotto la polvere da tirare via dai mobili. Non si fermavano mai.[...]»


La fragranza dell'assenza

mercoledì 2 settembre 2015

Un'altra donna - e io #scrivoindipendente



Un'altra anima sta tirando la mia penna. Cerco di definirla, di contornarla. 
La ascolto. Pare non darsi pace e non la darà nemmeno a me, per lungo tempo.

Di inchiostro ho riempito le mie dispense.


C. D'Orazio