sabato 31 agosto 2013

Le mie donne sono sette. Le mie donne danzano e girano, in un movimento perpetuo, a cavallo dei secoli.
Le donne, le mie. E i loro sette giri.


"Sette giri di donna" è su Amazon

Un anno di self-publishing. Cosa ho imparato.


Quanto costa tenere uno scarabocchio nel tiretto? Dipende da quanto è grande la vostra casa e da chi vi gira dentro. Qualcuno potrebbe avere bisogno proprio di quel tiretto. 
Se questi rivendica con autorevolezza il possedimento di quello spazio, siete rovinati! Il vostro scarabocchio avrà il posto che merita: la soffitta. 

Uno scarabocchio in soffitta vive male. Lo sappiamo. Quanto è brulla una soffitta? Nessuno che venga mai a spolverare quelle quattro chiacchiere messe giù, con il sudore della stilografica o, peggio ancora, con la ginnastica compulsiva delle dita sulla tastiera. 
In soffitta la vostra creatura avrà vita grama. Invecchierà di solitudine. Anche perché, riconoscetelo, voi stessi vi dimenticherete di esservi sentiti un giorno scrittori, con la esse maiuscola o minuscola non importa, e di aver partorito una sequenza di segni riconoscibili ed universalmente intellegibili.

Non volendo scadere in un eccessivo pessimismo, un’altra possibilità potrebbe rivelarsi al povero scrittore con Esse incerta. 
Potrebbe accadere che chi divide con voi l’abitazione, ma pur la vita e la condotta, imbattendosi nel manoscritto che occupa abusivamente il tiretto a lui riservato, sia preso da un’improvvisa pietà e compassione per le vostre ambiziose prove di redazione e vi sussurri:
«Perché l’hai lasciato qui? Non devi! Non puoi! Tutti devono sapere. Tutti devono conoscere. Tutti sapranno riconoscerti.»

E voi, finalmente compiaciuti di esser stati con dignità considerati, quando già vi eravate rassegnati alla solitudine della genialità incompresa, lo bacerete con enfasi e con trasporto,  accompagnando i vostri abbracci con qualche timido:

 «Ma dai, ma ti pare.», «Ma dai, è una sciocchezza. Una prova di gioventù.»

Perché, detto tra noi, tutto quel che si scarabocchia con compulsione, nei momenti in cui vi capita di ascoltare estaticamente i dettami dell’ispirazione maestra, è sempre “una prova di gioventù”.
Anche se l’avete scritta dieci minuti fa.

L’arte non ammette umiltà. È arrivata l’ora di rendersene conto. Perciò, sicuri di essere stati almeno compresi dall'altra metà del vostro essere, vuoi perché davvero motivato a spronarvi nel cercare la giusta considerazione al vostro estro, vuoi perché davvero bisognoso di occupare il tiretto di cui sopra, vi concedete la meritata ricompensa alle vostre sacrosante velleità artistiche.

Ed eccovi sul motore di ricerca a digitare all'impazzata frasi del tipo “Pubblicare in cinque minuti”, “Pubblichiamo i nostri scritti”, “Pubblichiamoci allegramente”.
Lo so, è dura, ci son passata. Capisco.

E gira che ti ri-gira e leggi che si è fatto notte, arriverete infine ad occupare un agognato angolino di spazio Web. 
E lo vedrete lì il vostro eBook, nella vetrina dello store. Bello come il sole!
La copertina può essere migliorata, d’accordo. Ma quante pretese! In fondo è la vostra prima prova! Vi perfezionerete. Perché un vero autore self vuole prima di tutto questo: la perfezione.
Un self aspira ardentemente a rendere il suo prodotto preciso, completo, compiuto.
Non ci dorme la notte!

Quante notti ho trascorso alla ricerca di notizie utili, alla condivisione di emozioni digitali. Quanto sonno buttato nel Web.
È trascorso un anno dalla “mia prima volta” in modalità di auto-pubblicazione. E ancora non la dimentico.
Perché, si sa, la prima volta non si scorda mai!

In un anno ho imparato tante cose ma non voglio soffermarmi in questa sede, in questa pagina volevo dire, in dettagli di tipo tecnico ed in ragguagli di tecnicismo ad hoc. Quelli si trovano dappertutto. Ormai ne è pieno  il web!

Ciò che mi rimarrà per sempre sono sicuramente le emozioni derivanti dall'interazione con chi ha camminato insieme a me, o anche di fianco, condividendo i miei stessi compiacimenti, i dubbi e le incertezze che le nuove prospettive di pubblicazione ci hanno fatto conoscere. I colleghi del Self-Publishing!

Ho imparato che le parole non si buttano alla rinfusa. Ogni pensiero, soprattutto se condiviso sul web, deve essere attentamente valutato, soppesato, predisposto alla critica.
Ho imparato che non basta conoscere la grammatica, la sintassi. La penna non si ferma alle nozioni. La penna si esercita con le emozioni.
D'altronde ho pure appreso il contrario: senza uno stile buono e corretto è inutile dire qualcosa. Ma questo lo sapevamo già. Si spera.

Ho imparato che scriviamo non per raccontare storie. Noi scriviamo per inventar bugie. Ma non le possiamo metter lì, le bugie, alla mercé di chi saprebbe riconoscerle. No. Dobbiamo essere abili ad abbellirle, a imbellettarle. A farle vere, anche se veritiere non sono. Noi cerchiamo alibi che possano sembrar di ferro per nascondere panzane grossolane. Nascondiamole bene, però!

Insomma, ho sperimentato per un anno intero che, anche se impegnato a raccontare bugie e renderle favole che possano far sognare chi ci legge, suo buon cuore, chi scrive deve essere persona attenta, scrupolosa, diligente, leale ed onesta.

Viva l’autopubblicazione!

Concetta D'Orazio

venerdì 30 agosto 2013

Le conserve di pomodoro




«Le sete fiette le buttije?» ( Trad. «Le avete fatte le bottiglie?») 
Ritorno con la fantasia alla mia infanzia.
Nelle ultime settimane prima della riapertura delle scuole, quando gli adulti si incontravano e si salutavano, una delle domande di rito, un po' per consuetudine, un po' per dir qualcosa, era questa: «le avete fatte le bottiglie?» 
L’interrogativa non alludeva a strane pratiche di confezionamento dei contenitori di vetro. No! L’espressione fare le bottiglie era riferita alla tradizione che, in questo periodo dell’anno, vedeva impegnate tutte le famiglie del paese a fare, vale a dire preparare, le bottiglie, cioè le conserve di pomodoro, con il richiamo ai recipienti che maggiormente si utilizzavano per riporre tali conserve, le bottiglie di vetro, soprattutto i vuoti della birra. 

La domanda alternativa infatti era: «le sete fiette le pemmadore? » ( Trad. «Li avete fatti i pomodori?»).
Eh, sì per capire l’abruzzese è necessario tradurre il verbo fare, tenendo conto delle sue infinite accezioni. L’abruzzese fa tutto e dice che ha fatto tutto, senza perder tanto tempo nelle sfumature! 

Le sottigliezze di stile le lasciamo agli altri. Noi ora dobbiamo fare le bottiglie!
E così, dicevo, mentre noi bambini eravamo impegnati ad etichettare con nome e cognome i pastelli nuovi da mettere nell’astuccio per il nuovo anno scolastico, i nostri genitori, nonni e zii si avvicendavano nella delicata operazione della preparazione della salsa di pomodoro.
I ricordi dell'infanzia riaffiorano ogni tanto, in periodi particolari dell'anno, quasi a conservare la memoria di tempi ed usanze che hanno scandito la mia vita e quella di parecchi miei coetanei. Chi, come me, abitava in un piccolo paese o in campagna, ha la fortuna di rammentare, per averle vissute, tante tradizioni che si trasmettevano nelle famiglie, il più delle volte collegate con la conservazione dei prodotti della terra. 
La campagna sosteneva, dava da mangiare; i prodotti si potevano consumare nella stagione che li vedeva maturi, succosi, perfetti.

Quello che la terra dava fresco, però, doveva esser conservato anche per averlo poi, nei mesi invernali, pronto da utilizzare fuori stagione. Se tutto questo può sembrar naturale preoccupazione per chi la terra la lavorava e dunque produceva tanto, non era tuttavia insolito anche per chi, impegnato in altra occupazione, rispettava le scadenze dei cicli di campagna, per averle ereditate dalle generazioni precedenti. 

Insomma, a prescindere dal lavoro che gli adulti svolgevano, in ogni famiglia delle campagne, paesi e piccole cittadine abruzzesi, quand'era tempo di zucchine, melanzane, pomodori, uva ed olive, per qualche settimana ci si concentrava per provvedere alla raccolta e alla conservazione di questi frutti della terra. Chi non aveva un pezzetto di terra o un orticello di proprietà, si metteva a disposizione degli altri, offrendo il suo aiuto generalmente in cambio di vasetti, barattoli, bottiglie contenenti le provviste per l'inverno. 
Queste tradizioni non sono state dimenticate. No. Qualcuna è caduta un po’ in disuso, soprattutto per la mancanza di tempo degli adulti, dediti ad altro. La vendemmia e la vinificazione, ad esempio, sono oramai quasi un lusso riservato a pochi affezionati.
Tutte le altre tradizioni che derivano dalla esperienza agricola, la raccolta di melanzane, zucchine, peperoni, pomodori, olive e la successiva preparazione e conservazione sono ancor oggi pratiche molto diffuse nelle nostre terre abruzzesi.
Nella mia famiglia i pomodori (o le bottiglie che dir si voglia) si “fanno” ancora.

E ora passiamo alla preparazione.

Non vi dirò le quantità degli ingredienti, anche perché non le conosco. Come ben sapete, sto seguendo le orme della mia genitrice che mi ha sempre insegnato a “fare ad occhio” e a mettere dentro “quel che l’impasto – si tira –“. Semplice no?

Preparare le conserve è una procedura molto facile. L’unica difficoltà è data dalle grandi quantità di pomodori che ogni anno si hanno a disposizione dalla campagna: tutto va conservato. Non si butta niente.
Noi facciamo finta di voler preparare solo qualche barattolo (o bottiglia) di conserva.

Abbiamo i nostri pomodori, belli, succosi, maturi. Che dico maturi? Maturissimi, rosso sanguigno! Li dobbiamo mettere per una decina di minuti in acqua bollente per fare in modo che la buccia possa staccarsi.
Io, che uso metodi molto sbrigativi, butto i pomodori dentro un pentolone, facendoli bollire insieme all’acqua. 
Li levo quindi dall’acqua, dopo un po’ che è iniziata l’ebollizione.

Attenti, non ho ancora scritto che potete mettervi a pelare le pummarole! Quelle son bollenti. Vi siete ustionati il pollice e l’indice? Beh, aspettate un po’!
Quando i pomodori saranno arrivati a temperatura ambiente, togliete tutta la buccia e fate la polpa a pezzettini.
A questo punto è doveroso ricordare che a casa mia, dai tempi dei tempi, le conserve di pomodoro si dividono in conserve con “passato” e quelle con “pezzetti”. Nel primo caso è necessario frullare la polpa, nel secondo è sufficiente tagliarla in piccoli pezzi.
Gli attrezzi da avere a disposizione? Per chi deve realizzare quantità industriali di salsa, c’è in commercio il fior fiore di attrezzature. Per noi salsieri della domenica è sufficiente anche qualche piccola diavoleria elettrica che abbiamo in casa (robot). Io l’ultima volta utilizzai quel gingillo tritatutto che può essere inserito anche nei brodi.

A questo punto occorre mettere la salsa o i pezzetti nei contenitori che si è provveduto a sterilizzare in precedenza, i barattoli o le famose bottiglie. I primi sono ottimi per le conserve a pezzetti, le seconde per il passato.

Per insaporire la salsa è bene aggiungere qualche gambo di sedano spezzettato e qualche foglia di basilico.

Occorre ora far bollire i contenitori con la salsa per circa 20 minuti. Terminata la cottura, si devono far raffreddare i barattoli nella stessa acqua. Una volta eseguita quest’ultima operazione si può togliere le conserve dal pentolone e riporle nella credenza!

Concetta D'Orazio

Sulla tradizione delle conserve in Abruzzo ho scritto anche qui.







martedì 27 agosto 2013

Pasta alla chitarra per tutti!



Una serata estiva, una passeggiata fra le bancarelle di un mercatino di una sagra di paese. L'avevo vista parecchie volte, manufatto artigianale antico, spesso appesa a decorazione di rustiche pareti.

Ero convinta che di chitarra tagliapasta non ne facessero più, almeno non quelle davvero funzionanti all'uso. Sicuramente le nostre nonne ne avevano bisogno per ottenere gli spaghetti dalla sfoglia fatta a mano. Ma oggi? Che se ne fa una persona di una Chitarra per la pasta? La suona mentre l'acqua bolle? La strimpella sniffando il profumo di soffritto? Non serve più! La nonnapapera a manovella o quella splendida a motore l'hanno sostituita egregiamente,da tempo ormai.

E però l'ho incontrata: era lì sulla tavoletta della bancarella, quella dove vendono gli oggettini in legno fatti a mano. Quella dove puoi passare tranquille mezz'orette a gingillarti con inutili trita pepe, fingendoti interessata ad improbabili portatovaglioli decorati con margherite e con su scritto "Buon appetito".


Sì, giusto, proprio quella bancarella da dove di solito vi vergognate a staccarvi, senza aver acquistato nulla, dopo aver fatto settantadue domande inquisitorie alla signora che la gestisce.

Quella sera no, non mi sarei defilata con un imbarazzo alquanto evidente, per non aver trovato niente per cui valesse veramente spendere quei dieci - dodici euro. 
La chitarra era lì. Non potevo crederci.
Acquistarla? Mi sembrava non avessi desiderato altro nella vita!

«La prendo dopo. Quando ripasso.» Dissi entusiasta, e davvero convinta, alla signora.
«Sì, sì, come no. Ci vediamo.» Rispose ella con l'occhio stizzito di chi la sa lunga. Intuii anche un leggero monito di sfida, nel suo saluto di cortesia.

Non ne feci un dramma. Continuai la mia passeggiata per la festa, coronata da cenetta su panchina da birreria, allietata dalla frescura serale agostana e dalle note di un complessino di casa nostra. Nel senso che il complesso  avrebbe fatto bene a rimanere chiuso in casa! Anche a casa nostra, volendo...

«Eccomi, son tornata!» Sfoderai tutto quel sorriso che utilizzo di solito esclusivamente davanti allo specchio, in completa solitudine, per tenere monitorate le mie rughe incipienti, quanto incalzanti.

«Quante ne prende?» Non sembrava credere alle sue orecchie. Aveva finalmente trovato l'unica acquirente di attrezzo tagliapasta di quel giro di sagra. E dire che le feste erano iniziate dal giovedì.

«In che senso quante ne prendo?», risposi interdetta, ipotizzando che la donna mi rincalzasse con il solito leggero tono di sfida.
«Beh, non mi dica che ha mai trovato una chitarra simile da qualche parte nei dintorni. Vale la pena acquistarne qualcuna in più da regalare», pressava ella, incalzando.

«Me ne dia una. Al limite la presterò.» Tagliai corto, esultando per la vittoria.

Decisa. Precisa. Imballata nella scatola, la chitarra tagliapasta fu mia. E di nessun altro.

Sì, ma certo che l'ho provata! Il giorno successivo all'acquisto.
Risultato? Ottimo! Gli spaghetti sembran parlare da soli, scricchiolando nella bocca.

Subito una ricettina veloce:

per ogni uovo sono necessari 100 grammi di farina, un pizzico tanto di sale.
Generalmente si prepara un uovo per ogni commensale.
Per quattro persone, quindi, occorre mettere 4 uova e 400 grammi di farina più una ventina da spargere allegramente sulla sfoglia. Totale: 420 grammi.

La tradizione vorrebbe che la sfoglia da posizionare sulla chitarra venga realizzata rigorosamente a mano.
La tradizione appunto.
In genere io però la tradizione non la invito mentre sono ai fornelli e quindi essa non mi vede.
Con la nonnapapera la sfoglia è velocissima, ancor di più se si dispone, come la sottoscritta, di un motorino elettrico da applicare alla suddetta nonnap.

Occorre realizzare delle sfoglie non molto sottili (numero 4 della nonnap). Attenzione a non farle asciugare (seccare) troppo, pena la rottura della sfoglia, una volta posizionata sulla chitarra.

Dopo aver adagiato i vostri bei rettangolini di sfoglia (uno alla volta) sulle corde della chitarra, è necessario passare sopra il matterello fino a quando la pasta sarà tagliata dalle suddette corde. 
Si consiglia di premere con decisione il matterello piuttosto che lasciarlo scivolare, rischiando di ritrovarsi la pasta spezzata a metà.
Gli spaghetti alla chitarra possono essere conditi a piacimento con ragù di carne o con pesce.
Buon appetito!


venerdì 23 agosto 2013

Ah le donne!

Ho letto questo libro nei momenti di relax vacanziero: pensavo fosse un impegno poco gravoso, come la sinossi e la copertina lasciavano immaginare. Non mi sbagliavo: l'autrice ci espone con tono ironico, spesso sarcastico, quelle che sono le situazioni tipo in cui noi donne diamo il meglio di noi stesse, seguendo percorsi e circostanze che ormai ci caratterizzano quali lo shopping, le diete, gli appuntamenti, il matrimonio e tanti altri. La lettura è stata piacevole, scorrevole, ma questo impegno poco oneroso non deve trarre in inganno: il contenuto non è mai troppo semplice né troppo semplicistico. L'autrice ha la capacità di far riflettere il lettore sulle qualità buone o cattive delle donne, dandogli la possibilità di immedesimarsi nei giri di pensiero che ognuna di noi si trova a fare nei vari momenti importanti o meno della sua esistenza. Chi scrive sa bene come utilizzare l'importante strumento che ha disposizione, l'ironia.
Molto gradevole ed appropriata la forma; ho apprezzato anche la divisione in capitoli o sezioni per separare i vari argomenti, preceduti da citazioni ad hoc.
Consiglio questo libro non solo ad un pubblico maschile, che potrà trovare valide indicazioni per la "sopravvivenza", ma anche ad un pubblico femminile, che saprà rivenire la sincerità delle informazioni!




giovedì 1 agosto 2013

lunedì 29 luglio 2013

Pallotte caçe e ove

Giusto per rimaner freschi, un po' di fritto ci vuole! Scherzi a parte, per noi forti e gentili abruzzesi quando c'è da gustare le nostre amate pallotte caçe e ove non c'è tempo che tenga.

Le pallotte sono nostre e si mangiano d'inverno, calde, magari affogate in un ragù divino, ma sono buonissime anche d'estate, da gustare a temperatura ambiente e per accompagnare piatti più freddi.

La verità è che le Pallotte caçe e ove ci identificano come il Montepulciano e gli arrosticini.

La caratteristica principale che rende buone le pallotte è il formaggio. Il rigatino è quello comunemente usato per queste polpette ma, anche in questo caso, le scuole di pensiero sono molte.

C'è chi al rigatino preferisce il pecorino che lascia alle pallotte quel gusto forte in gola.

C'è chi al rigatino e pecorino preferisce il parmigiano che lascia però alle polpette un sapore poco definito, a mio dire.
Il parmigiano, in ogni caso, deve essere accompagnato anche da altro tipo di formaggio.

C'è chi alterna o mette insieme i formaggi, a seconda delle provviste che ha nel frigorifero.
Chi scrive è nata e cresciuta con l'odore in cucina di polpette fatte con il formaggio rigatino. Lo preferisco.





Ingredienti

3 etti di formaggio rigatino

2 piccole fette di pane raffermo

1 bicchiere di latte

3 uova

aglio

olio di oliva

Preparazione

Dopo aver messo precedentemente a macerare il pane raffermo in un po' di latte, disporlo in una ciotola insieme al formaggio e alle uova, ad un paio di spicchi d'aglio macerati. La scelta se mettere o meno l'aglio dipende dai gusti dei commensali. Si ricordi che non tutti lo gradiscono.

Impastare energicamente e formare delle polpette. Bisogna impastare tutto molto bene per evitare che le polpette possano disfarsi una volta buttate nell'olio bollente.

Versare abbondante olio in una casseruola antiaderente e far raggiungere ad esso  una temperatura molto elevata. Adagiare quindi le polpette nella padella, evitando di rigirarle fino a quando avranno raggiunto nell'olio la consistenza che permette al formaggio di non sfaldarsi. Solo un olio caldissimo garantirà che la polpetta non "si sgonfi" una volta tolta dalla padella.

Far sgocciolare le polpette su carta assorbente.

Le pallotte  caçe  e ove vengono da sempre adoperate per insaporire gustosissimi ragù.




domenica 21 luglio 2013

Incontro tra poveri.


Povero n.1: - Piacere, sono povero.


Povero n.2: - Piacere! Che coincidenza, sono povero anch'io!


Povero n.1: - Eh, sì, che coincidenza!? Ma tu sei povero "assoluto" o povero "relativo"?


Povero n.2: - Io sono povero relativo. E tu?


Povero n. 1: - No, io sono un povero ASSOLUTO! Di antica famiglia e tradizione. 


Povero n. 2: - Ah! Allora tanto di cappello!

Mi trovo ad immaginare scene come questa, da quando ho scoperto che, anche fra i poveri, esiste una classifica. 

Se siamo arrivati a fare una ripartizione di merito anche per le disgrazie, significa che siamo proprio arrivati.
E finiremo pure per far carriera.


Concetta D'Orazio

domenica 14 luglio 2013

Quel che è accaduto ad Isabella. Nessuno deve saperlo.

Isabella e il suo segreto. Un segreto da tener nascosto. Un segreto da eliminare.
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sabato 13 luglio 2013

La tendina nera del posto telefonico pubblico.



Ho sentito spesso persone della generazione prima della mia raccontare che un tempo, la sera, si andava tutti al bar del corso o a casa di qualche famiglia benestante del paese a guardare la televisione. Questo non era però un evento ordinario. Andare a vedere la televisione si qualificava come accadimento considerevole che si poteva ripetere solo in occasione di serate importanti, quelle in cui trasmettevano il "Festivàl" (sì, accentato) o qualche puntata speciale di "Lascia o raddoppia".
Questa era la "televisione in casa d'altri". E nessuno si preoccupava di non averla in casa propria.

Il desiderio di possesso di quell'elettrodomestico non sembrava, a quei tempi, turbare angosciosamente le esistenze dei nostri genitori e delle loro famiglie. Allora.
Esistevano dei privilegi, la televisione, il telefono.
Solo alcuni potevano usufruirne liberamente.
Altri dovevano aspettare l'invito, nel caso di un programma in tv, o il bisogno, nel caso di una telefonata urgente.

E non devo risalire a generazioni prima della mia per ricordare il Posto Telefonico Pubblico.
Io stessa rammento quando qualche adulto della mia famiglia mi portava con sé "a telefonare".
Un'esperienza tra il mistico devozionale e curiosità scientifica. La cabinetta telefonica era ospitata in una casa normale. La cabinetta con la tendina nera. Perché poi era nera? Non si doveva mica assistere a delle proiezioni là dentro!
Forse la tendina nera, o al limite bordeaux molto scuro, era posta lì a sottolineare la natura se vogliamo straordinaria e trascendentale dell'evento.
Non so perché ma quella pezzo di stoffa incuteva in me una sorta di rispetto estremo per l'atto che l'adulto che accompagnavo stava per compiere, telefonare, e per il mezzo che si utilizzava per eseguire quella funzione, il telefono.

Sì, ho proprio scritto "funzione": io, bambina, consideravo il momento dell' "andare a telefonare" al pari di una funzione religiosa, di quelle importanti però, che so, come la messa di Pasqua o quella di Natale. E sicuramente le messe di rilievo, nel corso dell'anno liturgico, superavano di gran lunga le telefonate che i miei genitori allora facevano.
La tendina nera o bordeaux poi contribuiva ad accrescere l'importanza di tipo spirituale dell'evento, ricordando sicuramente quella del confessionale.

Più tardi a quell'inutile separé di stoffa si sostituì una porta pesante, molto più adatta ad isolare le chiacchiere dei "telefonanti".
La cabinetta del Posto Telefonico Pubblico, in seguito, fu sostituita,  dalla Signora Cabina Telefonica, posta in uno spiazzo all'esterno, in genere nel luogo più frequentato del paese, sempre però in un angolo alquanto discreto.
E da quel momento finii di essere semplice accompagnatrice di adulti telefonanti per diventare teenager telefonante anch'io, con i miei gettoni e le mie duecento lire.

Intanto quello strano aggeggio con la rotellina spaziale si  era già posizionato sul comò del corridoio di gran parte delle famiglie italiane. Ma noi, adolescenti del tempo, preferivano le chiacchiere nella cabina, intervallate dal "tonf tonf" del gettone che scendava o dallo "stic stic", nel caso stessimo utilizzando la duecentolire.

Nei paesi, le cabine non sembravano affollate. Non era così in città.
Ricordo i tempi di Roma.
Nella capitale e nelle grandi città esistevano dei veri e propri piccoli quartieri. Vi trovavano alloggiamento più cabine. Un paesotto di cabine, insomma. Accadeva spesso di dover fare la fila. L'attesa trascorreva fra il maneggiamento nervoso dei gettoni e un'orecchiata indifferente a quel che stava dicendo il telefonante prima di noi. Non perché avessimo veramente voglia di  ascoltare le sue  parole ma più che altro per ammazzare il tempo. E man mano che il tempo passava, ancor più lentamente se il telefonante di turno era impegnato in una chiamata urbana, lasciavamo cadere lentamente i gettoni uno sull'altro, dalla mano destra alla sinistra e viceversa, sperando che il "tonf tonf" o lo "stic stic" o ancora il "tonf stic" potessero far capire a quello prima di noi che era tempo di riagganciare.

Ecco, ora scrivo questi miei  ricordi con il pc, con l'orecchio attento al segnale dei messaggini del cellulare, quasi che quel che ho raccontato fosse riferito a tempi che non ho vissuto. E mi  chiedo: come abbiamo fatto a sopravvivere allora?
Lo crederanno i nostri figli che siamo sopravvissuti?
E cosa ricorderanno loro quando avranno la nostra età?
- Ricordi quando andavamo sullo spiazzo davanti al comune per agganciare il segnale wii-fii gratuito?
 -Ricordi quando siamo rimasti senza linea adls per due giorni? Da incubo!


Concetta D'Orazio

sabato 6 luglio 2013

Ines e le sue donne

Ines. Chi è Ines? Quali voci sente muoversi nella sua pancia?
Chi sono quelle donne?
Perché parlano lingue diverse?
Perché sono vestite in maniera così eterogenea?
Quante sono quelle donne?
Cosa vogliono da lei?
Ines le ascolterà. Darà voce alla sua pancia.
Le sue mani e la sua tastiera.
Ines e i suoi calzettoni.
E poi Iolanda. E poi Iulia e Atte. E poi Adele, Dora, Isabella.
Sette giri di donna.



Sulla ragione sottile e la disponibilità ingenua

Considerando questioni spensierate, mi è capitato a volte di chiedermi: cosa vorrei se potessi avere subito quel che desidero?

Non preferirei sicuramente la soddisfazione della vanità esterna. Non disprezzo abiti, trucchi, calzature, questo no, ma mai, nemmeno negli anni miei più giovani, ne ho fatto proposito essenziale.

Mi piacerebbe invece accontentare la vanità più interiore, quella che si nasconde nella ragione sottile, che a volte si mostra, beffarda ed infingarda, ma che è restia a dialogar con tutti.
È difficile, lo ammetto, esaudire le sue richieste. Tante volte mi indigno con lei, giudicandola a guisa di persona molesta, e finisco per dolermene con essa stessa.

Ho intrapreso ormai una lotta che pare iniqua: io mi faccio accondiscendente, essa, la ragione, si fa maldicente. Io cerco di giudicare tutto il prossimo con animo benigno, pietoso e tenero, essa, la ragione, mi fa vedere i difetti e, quel che più è terribile, le debolezze altrui. Io mi dico "Ma dai, ma in fondo è tranquillo!" lei mi risponde "Ma sì, è un tipo da nulla".

La lotta continua ad ogni ora, ad ogni incontro. Io finisco per soccombere alla mia ragione sottile.

E non ne esco felice, ma sicuramente, alla fine, essa, la ragione, mi ha salvata!
Cosa vorrei se potessi avere subito quel che desidero?
Vorrei che io riuscissi a parlare e a interagire con alcune persone, prestando voce alla mia ragione logica e sottile. Non alla mia disponibilità.


Concetta D'Orazio

venerdì 28 giugno 2013

Sullo stile di scrittura

Approfitto dell'occasione offertami da una chiacchierata con un amico che, lui lo sa, è per me sempre pungolo intelligente ad approfondire talune questioni inerenti allo stile personale di scrittura. 

Leggere è un piacere. Leggere è anche un impegno. Chi si accosta ad un libro lo fa, deve farlo, con consapevole responsabilità di essere, per tutto il tempo della durata della lettura, l'unico arbitro a poter giudicare quel che ha sotto gli occhi, apprezzando talune traiettorie di stile, disdegnandone altre.

Ripeto, chi legge si assume la responsabilità di far scivolare le pagine, a stampa o virtuali non importa, sulla propria pelle, accogliendone o meno la giusta temperatura.

Chiarita la premessa, sono convinta, con estrema caparbietà, che non ci siano regole generali da applicare al modo in cui si scrive, men che meno da seguire nell'ordinare il proprio pensiero. Ed anche lo stile personale non può essere sempre catalogato in rigide schedature ma deve essere aggiustato, tenendo presente numerose variabili: l'argomento, l'ambientazione, i personaggi. 
Ed anche tante altre questioni.

Chi ha detto che la lettura deve scorrere sempre velocemente? Chi lo dice che deve essere sempre snella? 
In un romanzo d'azione è chiaro che la paratassi debba essere preferita alla ipotassi; dove c'è azione e continuo cambio di ambientazione e situazioni ben vengano le frasi poste sullo stesso piano, preferibilmente brevi. 
Se ci sofferma invece ad analizzare i movimenti interiori delle anime dei personaggi anche la penna avverte la necessità di continui ghirigori e tenute placide di stile. Qui la ipotassi è d'obbligo.

Ogni maniera di scrittura è buona se sapientemente calibrata, tenendo presente gli innumerevoli punti vista!


Concetta D'Orazio

mercoledì 26 giugno 2013

Abbiamo scritto una pagina di storia!

Un anno esatto è trascorso da quando, nel giugno del 2012, mi aggiravo nella Rete alla ricerca di informazioni su come fare per pubblicare un libro online, in totale autonomia.
Pubblicare un libro? Da soli? Senza casa editrice??
Un anno fa pareva una follia. Almeno lo era per me, abituata a voltar pagina, strofinando carta, con quel famoso profumo che tutti glorificano, ma che ormai pare davvero obsoleto e inflazionato!
Avevo la mia "roba" riposta in un cassetto. Poche poesie, ma buone, accatastate vicino alla biancheria, nel famoso cassetto appunto...
Ero davvero in confusione, avevo bisogno di notizie certe, precise.
Iniziai a girovagare per la Rete, fino a quando riuscii a fare la mia  prima pubblicazione.
Nonostante questo, tuttavia, nella nuova dimensione da auto-pubblicata, avvertivo una certa solitudine, una self-solitudine. Una solitudine fai da te, insomma.
E nel mio  isolamento mi sentivo in totale autonomia. Solitaria autonomia.
Mi resi subito conto che esser riuscita a mettere online la mia raccolta di poesie non era sufficiente. Se l'avessi lasciata lì, nello store, senza accompagnarla con una considerevole opera di promozione, non avrei ottenuto niente, tanto valeva lasciare i miei versi nel cassetto, vicino alle magliette della salute.
Promozione? Non avevo la ben che minima esperienza in questo campo. Proprio io che rifuggo da ogni realtà commerciale, men che meno quando richieda una qualsiasi forma di esibizione pubblica.
Ma la pubblicità andava fatta. Era chiaro, andava fatta.
E non solo per vendere. Per carità, non avevo grandi ambizioni a riguardo. Far leggere il proprio libro ad un numero considerevole di persone sembrava, e sembra, assolutamente necessario per avere indietro una qualche forma di apprezzamento o anche di critica. Non funziona così anche nell'editoria canonica?
Mi rimisi in viaggio, attraversando i meandri della Rete ed iniziai a cercare comunità, forum, gruppi in cui ci fosse qualche auto-pubblicato che mi tenesse compagnia, con cui potessi scambiare informazioni, dubbi ed esperienze.
Fu allora che venni a conoscenza di un gruppo Facebook, creato da un self come me e scoprii che di self come noi ce n'erano tanti. Provammo  a contarci ed arrivammo ad  identificarci nei "primi cento autori self. I pionieri".
Scoprimmo pure di avere un nome, un'identità, e ci dicemmo tutti: autori indie!
Ora la butto banalmente: sembrava ieri...ed è passato un anno! E altro che cento autori! Oggi non li contiamo più.
Ma quelli che allora erano i primi cento, si sono ritrovati, si sono aiutati. Quell'originario gruppo è cresciuto talmente tanto da esser stati costretti a chiudere e ripartire da capo.
In un solo anno quante cose abbiamo imparato insieme. Abbiamo scoperto così tanto che non basterebbe un anno a riepilogarlo!
Potrei azzardare un sintesi: abbiamo capito come si fa, cioè come si procede tecnicamente per mettere un libro online. Ci siamo confrontati su questioni inerenti all'editing, all'impaginazione, alla correzione. Abbiamo mostrato le nostre copertine, bocciandole o promuovendole, incitandoci a fare meglio.
E poi siamo passati ad affrontare la delicata questione della promozione: abbiamo compreso l'importanza del saper gestire le nostre presentazioni online, la necessità di promuovere prima di tutto la nostra persona e quindi le nostre opere.
Ripeto: non basterebbe un anno.
Oggi quel gruppo è composto da scrittori self che hanno raggiunto  una certa maturità professionale e che si confrontano pressoché quotidianamente, aiutandosi e sostenendosi anche nella promozione.
Abbiamo scritto una pagina di storia.
Buon compleanno e grazie a tutti.



sabato 22 giugno 2013

Grazie

Nei giorni di promozione gratuita in tanti avete scaricato i miei eBook. Ringrazio tutti. Spero che la lettura vi sia gradevole ed interessante.

Intreccio di sensi nell'ora dei ricordi. Ballo con musica.




Un dondolo, nell'aria che s'è fatta benevola, accarezzando la pelle da prima accaldata. Un profumo solletica i sensi tutti. E mi sembra di ascoltare un odore. No, non è un odore. Mi pare di aver visto un rumore. No. É solo un gusto troppo acceso o un composto troppo molle.
Mi guardo intorno e vedo dolce. Ascolto attentamente e odo giallo. Manipolo con accortezza e prendo una canzone.
Una melodia lusinga i miei pensieri. E si fanno idee. E si fanno ricordi.
No, non sono triste. I ricordi possono essere anche ricordati. I ricordi non devono necessariamente essere vissuti. Basta rammentarli e accompagnarli nella mente.
E mentre dondolo, ridiscendo in quell'età, quella dove tutto il resto sembrava futuro. Quella dove non c'era rimpianto ma solo desiderio.
In quell'età ritorno e vedo orecchie che ascoltano, nasi che odorano, mani che manipolano.
E vedo occhi che s'inteneriscono. Si arrabbiano. E poi tornano dolci.
Allora i sensi parevano avere un loro ordine, nessuno si confondeva. Tutti procedevano insieme, eppur separati ed organizzati.
Allora si guardava, si respirava, si ascoltava. E si rideva. E si piangeva.
Il dondolo non si ferma. La musica non si calma.
Quella melodia che sembra valzer o forse è una ballata.
E sono meravigliosamente all'inizio di quel tempo, quando i sensi hanno cominciato a mescolarsi. L'età è quella della responsabilità. Quando si univa alla severità pur uno strano senso di compassione, di tenerezza.
É stato allora che sensi hanno iniziato a mescolarsi, le mani a guardare, gli occhi a odorare, le orecchie a colorare.
Ma la musica continua. Il valzer si fa più lento.
Il dondolo mi riporta al tempo di adesso. E io non so più distinguere se guardo per vedere, se ascolto per sentire, se assaggio per gustare.
Mi dondolo e non ho più divisioni fra i sensi miei.
Vorrei sapere ancora usare quelle mani di una volta, per manipolare quella musica di tenerezza, per ascoltare quel colore di dolcezza.

Concetta D'Orazio

venerdì 14 giugno 2013

Crostata alla marmellata

Cosa c'è di più semplice da realizzare, di più veloce da preparare, di più economico da gustare? Sicuramente una bella crostata! Questo dolce ci risolleva da tantissime ambasce quando abbiamo una festicciola in programma, un compleanno da festeggiare, insomma un necessario ed indifferibile bisogno di dolce. La crostata si presta ad infinite varianti di farcitura: la si può preparare con tutti i tipi di marmellata, con qualsiasi crema, con ricotta, con cioccolato. E la fantasia non è mai troppa!
Per la crostata si prevedono due momenti di preparazione, quello relativo alla pasta base e quello sicuramente più piacevole e divertente inerente alla farcitura.

Ingredienti per la pasta base
300 gr. di farina
150 gr. di zucchero
2 uova
125 gr. di burro
mezza bustina di lievito per dolci
un pizzico di sale

Ingredienti per la farcitura
1 vasetto di marmellata
1/2 bicchiere di latte
zucchero a velo

Preparazione
Lasciare ammorbidire il burro. Disporre la farina a fontana su di una spianatoia e mettere al centro le due uova, lo zucchero, il burro ammorbidito, il pizzico di sale ed il lievito. Impastare fino ad ottenere un composto morbido.
Riporre l'impasto, coperto con pellicola, in frigo per una mezz'ora.
Nel frattempo accendere il forno (180°) e preparare la farcitura, diluendo la marmellata con il latte.
Imburrare ed infarinare una teglia, prendere due terzi dell'impasto e disporlo all'interno, lasciando un piccolo bordo, avendo cura di bucherellarlo con la forchetta. Disporre la farcitura in stato piuttosto liquido sulla superficie della teglia, all'interno dell'impasto. Con la parte restante dell'impasto formare dei cordoncini da applicare sulla torta, a creare una specie di grigliato. Naturalmente l'aspetto estetico può essere realizzato a proprio  piacimento. Infornare per circa 40 minuti. Dopo aver sfornato e fatto raffreddare, ricoprire la crostata con dello zucchero a velo.

domenica 2 giugno 2013

giovedì 23 maggio 2013

Crostata alla crema pasticcera e ciliegie



Quest'anno le ciliegie sono arrivate in ritardo ma sono arrivate buone come sempre.
Quando i piccoli frutti rossi giungono a maturazione mettono sempre allegria sulla tavola. E le mani scappano con malcelata discrezione a rubare le rosse succulenti. 
E si sa: una tira l'altra.




Ingredienti 

per la pasta frolla

250 gr. di farina
90 gr. di zucchero
100 gr. burro
2 uova
2 cucchiai di latte
mezza bustina di lievito per dolci
una bustina di vanillina


Ingredienti 

per il ripieno

Una ventina di ciliegie
2 uova
80 gr. di farina
160 gr. di zucchero
2 bicchieri di latte
scorza grattugiata di mezzo limone

Preparazione

Dopo aver fatto ammorbidire il burro a temperatura ambiente, mescolare tutti gli ingredienti per la frolla e formare un impasto omogeneo. Riporre in frigorifero,

Nel frattempo preparare la crema pasticcera, unendo metà dello zucchero con le uova ed aggiungendo quindi la farina. Separatamente portare ad ebollizione il latte con l'altra metà dello zucchero e con la scorza grattugiata. 

Quando il bollore è ancora agli inizi, spegnere il gas, togliere la buccia di limone, versare il latte nella pentolina con le uova, lo zucchero e la farina. Mescolare e porre per altri minuti la pentolina sul gas, continuando a mescolare fino a quando la pasticcera non avrà raggiunto la consistenza desiderata. Nel nostro caso, si raccomanda di tenere la crema allo stato semi-liquido, in modo che non indurisca troppo durante la cottura in forno.

Far raffreddare la crema pasticcera. Lavare le ciliegie, togliere il nocciolo e tagliarle in piccoli pezzettini che verranno aggiunti alla crema ormai raffreddata.

Togliere dal frigo l'impasto e disporlo in una teglia (diametro 25 cm) precedentemente imburrata ed infarinata, lasciando da parte un pezzetto di pasta. Bucherellare la base della torta con la forchetta, ricoprire quindi con la crema pasticcera. Con il pezzetto di pasta frolla avanzato formare delle piccole striscioline che verranno disposte sulla crema.

Infornare per mezz'ora a forno preriscaldato a 180°.

Lasciare raffreddare, togliere dalla teglia e spolverare con zucchero a velo.