giovedì 15 gennaio 2015

Un anno di Nero di memoria

Parte due - Abruzzo, il dialetto nel cuore - La spasetta




Nel corso della composizione di Nero di memoria ho condotto, come è naturale, numerose ricerche.
Non mi è stato però necessario dover studiare troppo, per quel che riguarda alcune parole o espressioni in dialetto abruzzese, che ho inserito nel libro.

Il dialetto, l'ho detto già, è una parte di me e convive da sempre con il mio modo di esprimermi formale ed accreditato, vale a dire in lingua italiana. 
Così credo che sia accaduto per parecchie persone che appartengono alla mia generazione ed hanno vissuto in realtà territoriali piccole, quali possono essere paesi o cittadine.

Siamo cresciuti a "doppia lingua" e la seconda, prima o dopo l'italiano, non siamo andati a cercarla troppo lontano. Non siamo stati neppure costretti a fare sacrifici per costosi soggiorni all'estero.
La nostra lingua altra è stata quella che genitori e nonni ci hanno insegnato, facendola passare per buona, prima ancora di quella ufficiale, vale a dire l'italiano.
Non ho nessun problema, tanto meno alcun tipo di disagio a riconoscerlo: le mie prime frasi di senso compiuto, pronunciate da bambina, lo ipotizzo con sicurezza, furono in abruzzese.

Sì perché a quei tempi (anni '70) la lingua quotidiana, utilizzata da un ceto medio di residenti in un piccolo borgo, era il dialetto appunto. 
Non che la lingua italiana non fosse conosciuta, ma si ricorreva ad essa in particolari occasioni, quelle per le quali era opportuno non comunicare in abruzzese.

Nella mia personale realtà famigliare, gli adulti si esprimevano in italiano in determinate situazioni: nel rispondere al telefono, nelle varie faccende da sbrigare negli uffici pubblici, nei colloqui con maestre e professori, nel corso delle visite mediche. 
Noi bambini, in tal modo, vivevamo già in una realtà dichiaratamente bilingueessendo divenuti ben presto esperti a comunicare a seconda della circostanza.

Insomma, si "esponeva bene" in tutte quelle occorrenze in cui si temeva di non venir compresi dall'interlocutore che si riteneva persona istruita o di riguardo. 
In sostanza, si cercava di non far brutta figura. Come se l'esprimersi nella parlata di tutti i giorni potesse essere considerato un segno di leggerezza o di poca eleganza.

È difficile riuscire a capire cosa potesse allora, e in alcuni casi anche ai nostri giorni, far sembrare imbarazzante discorrere nel nostro bellissimo idioma regionale, armonioso e gradevole, tanto quanto la lingua italiana accreditata.

Con la maturità di oggi, mi piace pensare che quel disagio fosse in realtà da ricondurre ad una sorta di timidezza o di riserbo, da parte di persone la cui esperienza di vita è stata sempre molto spontanea e genuina.

La necessità di salvaguardare ogni realtà linguistica locale e circoscritta è un'esigenza che cercherò di condividere il più possibile, con questo ed altri articoli.

Riprendo ora quel discorso che ha dato inizio all'intervento: l'inserimento di termini ed espressioni abruzzesi nel mio libro.
Non ho esagerato, a dire il vero, con il dialetto, per non incorrere nella critica di chi potesse leggere questa mia eventuale scelta come un modo per escludere chi non comprende bene il significato di termini e frasi della parlata caratteristica.

Alcune parole, tuttavia, le ho messe, soprattutto perché contengono un valore che va al di là del senso che attribuiamo normalmente al termine.
Per cercare di spiegare questa mia opinione, e per iniziare a dare qualche riferimento concreto, voglio ricordare il termine spasetta, che nel romanzo è utilizzato da Filomena, la protagonista, in questa espressione.

«La mosca! Si sta posando sulla spasetta dei maccaroni!» (Nero di Memoria, cap. I)

Nel dialetto di oggi, il termine spasetta è stato sostituito da quello di vassoje, molto più vicino all'italiano vassoio
Con esso indichiamo la ciotola piatta o poco fonda che normalmente si utilizza per servire dolci o piccole pietanze salate.
Da bambina, lo ricordo molto bene, quel contenitore era chiamato spasetta, termine a volte sostituito da uantiere (guantiera, da intendere non nel significato dell'originario "porta guanti", bensì in quello di recipiente in cui offrire cibo).




Questa parola racchiudeva in sé tutta la natura quasi devozionale che poteva avere l'atto di accogliere l'ospite in casa.
La visita di un amico, di un parente o di un vicino di casa doveva essere approvata, quasi
magnificata, da gesti rituali e dall'utilizzo di oggetti predisposti e tenuti in serbo per queste occasioni (la zuccheriera, la tazzina del servizio buono, la spasetta appunto).

Per questo motivo ogni volta che mi capita, raramente ormai a dire la verità, di sentir nominare quel vocabolo, nella mia testa si attiva un ricordo composito. In esso vedo persone sedute intorno alla tavola apparecchiata, su cui spicca la spasetta, con sopra lu centrine (manufatto ricamato o all'uncinetto), su cui sono appoggiati bocconotti e pizzelle.

Anche se a volte lo si utilizzava per altre necessità di casa, come nel riferimento di sopra alla frase del libro, quello che potremmo definire il vassoio di rappresentanza, la spasetta appunto, doveva essere sempre tenuto in gran conto: lucido e pronto ad accogliere l'ospite.


Concetta D'Orazio






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