martedì 23 giugno 2015

Quando si dice l'inizio della fine


Perché l'incipit è tutto.
Non componiamolo con i piedi.


Breve storia di un cominciamento sbagliato e di una trama sgangherata.


  


Al contrario, non puoi iniziare. Non lo vedi come sei sotto-sopra?

E poi, perché cominci dalla fine?
Non ce l'hai un incipit come tutti gli altri?

D'accordo, lo hai girato, vuoi mettere in evidenza le scarpette nuove. Ti dispiace farle passare inosservate.
Ci mancherebbe: con con tutta quella espressioncina che hai dovuto sfoderare al cospetto del consorte. Al consorte del cospetto. 
Insomma, davanti al coniuge. Che è pure tuo. 
Marito, appunto.

Ammettilo, di fronte alla vetrina di quel negozio di scarpe, facesti uso di faccia rattrappita, tendente all'emozionante. Una roba a metà fra una domanda laconica con presunzione di innocenza d'intenti e una risposta obbligata, misurata sulla metratura complessa della tua sensibilità
Sì, proprio quella che sbandieri nei momenti di maggior intensità di atmosfera.
Quando, esaurite le parole, non ti resta altro che perfezionare la tua opera di convincimento, allungando l'occhietto impesciolito, cioè annacquato e svigorito. 
Come triglia, ordunque.

Sì, quel visino consunto che accompagni con un paio di mossette dello zigomo destro. 
Che ti potrebbero arrestare per tentata convinzione!
Quella faccetta che sottintende un due o tre frasi semplici, pronunciate in silenzio. 
O anche di più.

Non vedi come mi piacciono? Che aspetti a prendermele? 
Ho rinunciato a tutto per te. Che vogliamo perderci per un sandaletto? Eh?
Ma no che non mi offendo. Non ho detto mica che lo VOGLIO. 
Potrei anche farne a meno, sai?

Quello blu. Mi raccomando!

Che poi, alla fine, avranno ottenuto più due promesse di arrendevolezza futura, con una mezza strizzatina, che tutto un repertorio di parole pronunciate a voce viva.


Ma torniamo all'incipit. Lo avevi collocato ad inizio, anche se un po' sghembo.
E poi hai perso il filo.

Meglio essere sincere: quell'incipit era proprio storto. E dopo hai pure divagato, con la storia del sandaletto nuovo. 
Insomma, non sei stata sul pezzo.
Nessuno potrebbe dire che sei un'eccelsa scrittrice.
E infatti nessuno lo dice.

Non perderti d'animo. Ripigliati le tue responsabilità. Magari raddrizzati.
Non tu, dicevo l'incipit. 
E già che ci sei, gli togli pure quelle scarpette troppo sbarazzine e lo abbigli a modo.

Un prologo che si rispetti deve contenere un cominciamento elegante. O quanto meno sobrio. 

Un mezzo tailleur insomma.
Uno di quelli che utilizzi per riunioni di circostanza. Che so io, per interesse o per necessità. 
Del tipo: me lo metto, ché ce l'ho anch'io
A scuola o in faccende per uffici.
E qui ci va una scarpina elegante. Sobria ma che faccia la figura sua.

Sì, perché le prime impressioni sono quelle che contano. Lo dicono sempre quelle persone che insegnano a scrivere.  
Le stesse che consigliano di non dilungarti, di non divagare, di non associare, di non aggettivare. Di non perderti d'avverbio. 
Di tirare dritto e mantenere il passo.
Di contare le battute e di misurare le vocali.

Che tu rimani lì a pensare. E ti viene l'ansia solo ad immaginare a quella bella figura.
Te lo rappresenti con la fantasia, il tuo inizio.
Ti riproponi di modificarlo. Fai promessa a te stessa di rimanergli fedele.
Non fai in tempo a girarti che già se n'è andato.
E torni a ricostruirlo.
Lo figuri nella mente. 
Lo immagazzini fra le tempie. 
Lo assaggi con la penna.


E allacciati quelle fibbie.

Concetta D'Orazio.