lunedì 29 giugno 2015

Panegirico di un fiore

















Con questi occhi, non ti riuscivo a salutare.
Non ti sapevo riconoscere.

Eri tronfio. Di un'arroganza fuori dal comune.
O forse è meglio dire: fuori dal campo.
Lontano da quella campagna assolata da cui ti avevo tratto via stamattina. 


Ho agito. Con fatica ho cercato di ghermirti, mentre il sudore sulla fronte mi ricordava che sarebbe stato meglio far presto. 
Dovevo adoperarmi. Dovevo arrivare prima della tua trasformazione. 
O forse prima che il calore del giorno a venire avesse avvizzito il tuo splendore.

Come un borsaiolo, ho allungato le mani, per sottrarti a quella pianta da cui avevo deciso che dovevi allontanarti. 
Lo svezzamento mi parve necessario.

Ti ho infilato nel cesto. Ti ho promesso vita tua, collocandoti giusto sopra ai frutti, tuoi compagni di viaggio, nella borsa campagnola di vimini.
Non dovevi essere disturbato. Nessuno e nulla avrebbe dovuto turbare, pestandoti, la tua bellezza.
Ho tenuto sotto cetrioli e melanzane.
E tu in alto. Sua maestà.

Ho risalito il pendio, con te nel sacco. Ho cercato con tutta me stessa di essere tenera, di assicurarmi, di quando in quando, che tu giungessi illeso a casa.
E mentre respiravo con affanno, mi adoperavo ad assicurarti la salvezza della tua signorilità.

E dopo tutte le mie accortezze, tu mi hai ripagato con trattamento da altezzoso.
Ti ho notato, sai?
Eri superbo.
Pure arrogante, a tratti.

Troppo pieno di te.

E di un po' di mozzarella con il tonno. Questa è stata la pena che mi è parso giusto comminarti.
Non potevi trattare così la mia disponibilità. Ingrato.
Non sono stata forse io quella che ha curato la tua crescita, sommergendo ogni giorno di acqua tutte quelle zolle in cui tu hai trovato dimora?
Il tuo animo narciso non avrebbe dovuto trattarmi così.
Avresti dovuto rivestirti di candida umiltà.

Per questo ti ho tuffato nella farina. Girandoti nel bianco e accarezzandoti. 
Un bagno di talco del mezzogiorno. Era quel che ci voleva. Che ti serviva.





Con mozzarella e tonno dentro, con farina e uova fuori. La tua vestizione mi è sembrata adatta.
Ti ho visto pronto ad essere riscaldato. Ti ho donato qualche bracciolo e un salvagente.
Ti ho dato il permesso per il tuo bagno grasso, fra le onde vivaci del mezzodì.




Eccoti, ora. 
Sei fritto, amico mio.
E sei più bello di prima.
Più signore.
Più in odore.
Più croccante, insomma.

Guardati. Ammirati. 
Apprezzati ora. Fiore di zucca vanesio.

Concetta D'Orazio