sabato 8 novembre 2014

Di notte, mi ascolto le parole




È a tarda notte, come in questa, che mi siedo ad ascoltare le mie parole.
Quelle che non ho mai parlato, quelle che avrei voluto che qualcuno apprezzasse. Se solo non le avessi sottaciute.
Le sento, si divertono, non devono più sottostare a nessuna restrizione.
Non conoscono censura, adesso. 
Possono gridare, queste benedette parole.

Fatelo sottovoce, però. Qualcuno potrebbe sentirvi. Davvero.

È nel buio più immediato che mi vengono fuori, in silenzio. Sono parole dolci, quelle che abbraccio nell'affanno del mio respiro un po' assonnato.
Mi ci metto a giocare, prendendole a calci con i cuscini. 
Fino a quando non mi accorgo che quella che perde sono io.
Mi viene meno il fiato. 

Mi arrendo. Mi metto a rabbonirle. Le dirigo, sussurrando, verso il letto e le presento a chi mi sta accanto. 
Metto anche un po' di miele nella gola, prima di pronunciarle.

Siete contente, adesso? Perché vi siete improvvisamente azzittite?
Cosa avanzate? Cosa pretendete?
Rianimatevi!

Sono anche parole secche. Le mie. Le altre.
Arrivano dritte, a volte si mascherano un po'.
Sul dico o non dico, loro sono bravissime. Si esercitano da decenni.

Nei tempi della fanciullezza erano sincere, trasparenti come un vetro.
Sono diventate più guardinghe, in seguito. 
Ma la giovinezza, si sa, ha da smaltire molta imprevedibilità. 
E poi ritorna sempre all'onestà.

Oggi sono scaltre, le parole. Non sanno ancora essere smaliziate ma le sto educando.
Insegno loro a sapersi trattenere. 
Dico come si devono organizzare.
Non sempre riesco nei miei intenti didattici.
Mi impegno.

Giocate, chiacchiere mie, ora che potete, a notte tarda.
Domani vi ritirerò, ad una una. 
Vi numererò e vi istruirò.

E per far lavoro più sottile, vi butterò sulla pagina bianca. Al candore del foglio non potrete fare prepotenza.
Ridete ora. Ballate pure.
E piangete, parole, insieme con il sorriso che avete a lungo trattenuto.

Concetta D'Orazio